
Oggi si è soliti identificare la prospettiva neocon con la politica estera che l’amministrazione Bush ha intrapreso all’indomani dell’11 settembre. Come avremo modo di constatare, la realtà neoconservatrice americana non si esaurisce in un manipolo, per quanto rilevante, di esperti di sicurezza nazionale. Essa riguarda in primo luogo il dibattito interno alla nazione sull’interpretazione dell’esperimento americano e sul ruolo svolto dalla religione nel processo costituzionale. Poiché la prospettiva neoconservatrice non si riconosce né in un movimento né tanto meno i suoi sostenitori sono disposti a identificarla con un sistema ideologico, la prima cosa che possiamo dire su di essa è che nelle intenzioni dei suoi sostenitori non rappresenta un credo da incarnare, un’organizzazione, un partito o un movimento al quale aderire. L’idea che i neocon hanno di se stessi fa di tale prospettiva un orientamento intellettuale. In realtà per molti di coloro che si sono riconosciuti nell’esperienza neocon, essa ha rappresentato una fase di passaggio dal progressismo liberal al conservatorismo, ovvero, inizialmente, una «minima» deviazione nel percorso politico culturale, senza modificare significativamente la propria direzione di marcia. Un ulteriore dato che caratterizza l’esperienza neocon è che i cosiddetti neoconservatori provengono generalmente da varie matrici culturali; uno degli aforismi più frequenti per definire il loro approdo sul versante conservatore è quello coniato dal Godfather dei neocon, l’analista politico Irving Kristol. Egli, tra le tante possibili definizioni, ama chiamare se stesso e i suoi amici dei «liberals assaliti dal realismo», oppure dei «marxisti venuti dal freddo». In realtà, definizioni così lapidarie non consentono di cogliere alcuni importanti elementi che qualificano in termini concettuali il percorso intellettuale neoconservatore. A tal proposito, seguendo la ricostruzione concettuale operata da James Q. Wilson, possiamo indicare il fenomeno neoconservatore come un’autonoma prospettiva cultuale nella quale si rintracciano una dimensione sostanziale e una procedurale. Cominciando da quest’ultima, la denominazione stessa «neoconservatore» appare poco adatta per rappresentare una prospettiva culturale che punta tutto sulla complessità del sistema sociale e sulla difficoltà nel cogliere e isolare gli elementi che caratterizzano i mutamenti. In definitiva, se proprio dovessimo andare alla ricerca di un «comandamento» che tenga insieme tutte le componenti che strutturano l’arcipelago neocon, esso sarebbe il principio delle conseguenze non intenzionali. Un autentico conservatore tenderebbe a opporsi al cambiamento, in quanto esso rischia di rappresentare sempre e comunque un turbamento rispetto alla saggezza accumulata nella tradizione e trasmessa come eredità alla storia. Un neoconservatore invece aggredisce il problema relativo al cambiamento con grande cautela, suggerendo di procedere in modo sperimentalmente - per tentativi ed errori - e considera necessario un livello minimo di autorità che valuti l’opportunità di proseguire nell’adozione di programmi tradizionali e testi altresì la rilevanza dei nuovi. A differenza dei liberals, sostiene sempre Wilson, i neoconservatori non sono così convinti che, una volta individuato un elemento che rivela il problema, l’esito della ricerca degli strumenti per la sua soluzione sia necessariamente intuitivo. D’altro lato, bisogna tener conto anche della critica che i liberals muovono ai neocon. I primi, generalmente, rimproverano ai secondi di accettare in modo acritico o sulla base di inesistenti elementi oggettivi i presunti effetti positivi del sistema capitalistico e la superiorità morale della competizione. La denuncia di faciloneria e, sostanzialmente, di acritica accettazione delle conseguenze ha fatto sì che per molti liberals i neocon, in realtà, non fossero altro che autentici conservatori; in definitiva dei «vecchi lupi travestiti da giovani e innocue pecorelle». La denuncia dei liberals ci introduce nella dimensione sostanziale che caratterizza la prospettiva neoconservatrice. I neocon, generalmente, replicano a una critica così radicale, affermando che la loro posizione rispecchia quella della stragrande maggioranza della popolazione americana. A titolo puramente esemplificativo e in termini estremamente generali, i neocon sostengono che gli americani siano molto fieri della loro nazione e considerano degno di onore difenderla; ebbene questa è una classica posizione che hanno tentato di teorizzare un po’ tutti i neoconservatori e che si ritrova sostanzialmente in tutte le loro dichiarazioni pubbliche. In America è molto diffusa l’opinione che una società civile attiva sia un valore da difendere, esaltando il ruolo delle famiglie e dei corpi intermedi; di qui i neoconservatori hanno tentato di elaborare una teoria dell’ordinamento sociale fondata sul principio di sussidiarietà orizzontale, che vede con sospetto la crescita del ruolo dello Stato nel servizio pubblico, qualora possa essere espletato direttamente da quei «piccoli plotoni», per usare la felice espressione del sociologo neocon Peter Berger. E ancora, gli americani manifestano uno spiccato senso meritocratico e ritengono che il giudizio debba riguardare la disponibilità di ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità; conseguentemente, i neocon sono strenui difensori della libertà individuale, in quanto rende identificabile la responsabilità. Infine, non bisogna dimenticare che per i neocon non si comprende l’esperimento americano al di fuori di un’attenta considerazione dell’elemento religioso, i Padri Pellegrini cercavano una terra nella quale poter esprimere liberamente la propria religiosità; i neoconservatori sostengono l’idea che al centro di tutte le questioni sociali ci sia un problema di esercizio dell’umana virtù.
A questo punto, descriviamo la mappa del pensiero neoconservatore americano della prima e in parte della seconda generazione, premettendo che si tratta necessariamente di una sintetica rappresentazione. Geltrude Himmelfarb è un’importante storica, nota soprattutto per la sua opera su Lord Acton; Michael Novak è uno dei teologi cattolici americani più rappresentativi al mondo: basti pensare all’impatto che hanno avuto nell’Europa dell’Est i suoi lavori sul capitalismo democratico; Norman Podhoretz è un esperto della cultura ebraica e dell’esperienza comunista; Joseph Epstein è un autorevole critico letterario; Hilton Kramer è uno dei più importanti critici d’arte americani; Richard John Neuhaus è un prete cattolico con una grande esperienza pastorale, nonché un raffinato teologo molto ascoltato negli ambienti del cattolicesimo americano; Gorge Weigel, teologo e politologo, è autore di una monumentale opera biografica su Giovanni Paolo II: Testimone della speranza; Irving Kristol, chiamato anche the Godfather, è uno dei più famosi e prestigiosi analisti politici statunitensi, è stato il direttore storico della rivista The Public Interest ed è universalmente riconosciuto come fondatore del movimento neoconservatore. La nuova ondata di neocon è rappresentata da personaggi come Robert Kagan, William Kristol, Richard Perle, Victor Davis Hanson, David Frum, Joshua Muravchick, Daniel Pipes - per quanto concerne le questioni di politica estera -, Myron Magnet, Brian Anderson, Roger Kimball, impegnati sul fronte della politica interna. A questo punto, però, è necessaria una distinzione tra due possibili significati del termine neoconservatore. Il primo, che risale alle origini del fenomeno neocon e che occupa tutti gli anni Ottanta, pone l’enfasi sulla riflessione economica, cultuale e religiosa, il secondo molto recente, in quanto data tragicamente l’11 settembre 2001, si riferisce ai teorici del Pentagono (Wolfowitz, Perle, Frum, Feith) ed è incentrato sui temi strategici relativi alla sicurezza nazionale. Per alcuni saremmo di fronte a due movimenti sostanzialmente distinti, sebbene i secondi siano figli naturali dei primi. Micheal Lind, ex direttore di The Public Interest, sostiene che «a suo modo di vedere, il neoconservatorismo è morto nel 2000». Lind sottolinea che i neocon erano liberals anticomunisti infastiditi dal radicalismo e dalla presunzione radical chic dei liberals, ma che non diventarono mai conservatori. Altri, al contrario, ritengono che l’obitorio per i neocon sia ancora lontano da venire ed evidenziano una nuova generazione di neocon, alla ricerca di principi neoconservatori che rinnovino quella tradizione. Cercando di circoscrivere a questo punto il discorso su che cos’è il neoconservatorismo, in quanto fenomeno culturale tipicamente americano, non possiamo evadere il contesto storico e politico dal quale tale prospettiva è emersa. Secondo una lettura volgare del fenomeno, potremmo dire che il termine neoconservatore si applica a un gruppo significativo di intellettuali che un tempo era considerato di sinistra, ma che adesso è ritenuto di destra. Intorno alla figura di Irving Kristol nel corso degli anni Settanta e Ottanta si sono ritrovati numerosi intellettuali, provenienti da diverse aree culturali. Il sociologo della politica Martin Lipset, tentando di spiegare l’unicità della realtà neocon nel panorama intellettuale americano, scrive: «Il neoconservatorismo, tanto come termine ideologico quanto come raggruppamento politico, è uno dei termini maggiormente fraintesi nel lessico politico. La ragione è semplice, la parola non è mai stata riferita a un insieme di dottrine sottoscritte da un gruppo di aderenti. Piuttosto è stata coniata come un’etichetta per screditare gli avversari politici, molti dei quali non gradirono di essere così etichettati». In realtà, sostiene Mark Gerson, allievo di Kristol, il giudizio di Lipset è soltanto parzialmente corretto, in quanto, sebbene sia praticamente impossibile individuare un insieme coerente di teorie politiche ed economiche che possano rappresentare tutte le parti che compongono il puzzle neocon, sarebbe un errore negare che i neoconservatori costituiscano un filone intellettuale con una coerente e distinta prospettiva ideale.
Cenni storici
George Weigel, il politologo cattolico del Ethics and Public Policy Center di Washington, spiega come sia nato il termine neoconservatore e come si sia esteso dalla sfera politica a quella religiosa. E scrive: «Il termine neoconservatore divenne popolare per la prima volta negli anni Settanta grazie al socialdemocratico Michael Harrington, il quale con quel termine intendeva indicare la linea politica seguita dai suoi ex-compagni di sinistra che non condividevano più il suo stesso entusiasmo per il socialismo, per i programmi assistenziali della Great Society, per “l’interventismo statale”, e per “l’anti-anti-comunismo”». Come ci fanno notare i neoconservatori che si sono cimentati nello spiegare la radici culturali della loro prospettiva, il termine neoconservatore venne coniato con lo scopo di screditare uomini politici e intellettuali che a un certo punto del loro percorso intellettuale presero le distanze dalla sinistra liberal americana. Il prefisso «neo» non indicava un modo nuovo di essere conservatori, quanto una sentenza di espulsione dalle file della sinistra, in quanto apostati e traditori dell’egemonia culturale progressista, pur non potendo essere accolti dalle fila della destra. Come racconta Novak in un’intervista rilasciatami qualche anno fa, «il suffisso neo, almeno nelle intenzioni, andava tradotto con la parola pseudo. Dunque, agli occhi della sinistra, oltre a non essere più socialdemocratici, noi non eravamo degni di essere considerati neppure conservatori: un doppio insulto». Le origini del neoconservatorismo andrebbero dunque ricercate nel movimento liberal anticomunista degli anni Cinquanta. Si trattava di un ristretto circolo di intellettuali al quale negli anni si aggiunsero pensatori soprattutto di cultura ebraica, provenienti da New York. Un campo sul quale i liberals anticomunisti si misurarono con i loro avversari, sia sul versante sinistro sia su quello destro, già dalla fine degli anni Quaranta fu la presunta equivalenza morale tra capitalismo e comunismo. La dottrina dell’equivalenza morale e, di conseguenza, della perfetta simmetria tra Stati Uniti e Unione Sovietica, fu fortemente avversata dagli antenati dei neoconservatori, in quanto considerata la quinta essenza dell’incapacità liberal di distinguere tra imperfezione e male. In un editoriale del 1948, la rivista Partisan Review fondata a New York nel 1934 da intellettuali newyorkesi ed esponenti del partito comunista, prese posizione nettamente a favore della prospettiva liberal anticomunista: «Sinceramente, non sopportiamo questi radicali bohemien molto più preoccupati di ostentare lo propria purezza e intransigenza che di mostrare il loro antistalinismo […] In generale, la situazione politica sul versante dell’antistalinismo è fluida e indefinibile. Stalinismo, d’altro lato, significa terrore assoluto e dittatura. Esso ci sfida sulla questione della pura sopravvivenza della gran parte delle nostre più elementari libertà e dei valori umani. Se qualcuno seriamente crede che lo stalinismo e lo status quo del capitalismo democratico siano uguali, allora deve concludere che la situazione è altrettanto disperata e iniziare a ricercare i vari modi per suicidarsi». Il profondo anticomunismo formulato su riviste come Commentary, The New Leader e Partisan Review era incentrato sostanzialmente su due punti. In primo luogo, l’affermazione che il comunismo è il male assoluto; in secondo luogo, la dimostrazione che il liberalismo non è soltanto distinto dal comunismo, ma diametralmente opposto. L’opinione che i liberals anticomunisti avevano del comunismo dipendeva sostanzialmente da tre fattori: in primo luogo la passione, la passione tipica degli ex; in secondo luogo, la particolare consapevolezza della ferocia totalitaria generata dal nazismo; e infine, la convinzione che lo stalinismo non fosse moralmente separabile dal nazismo. Scrive Melvin Lasky, a proposito di quest’ultimo fattore: «L’unicità storica del nazismo non dovrebbe renderci ciechi di fronte al fatto che moralmente e politicamente esso è identico allo stalinismo». Sia il nazismo sia il comunismo apparivano agli occhi dei liberals anticomunisti espressioni dell’incarnazione stessa del male, il tentativo di distruggere ogni sorgente di libertà; e una società libera, dal momento che dipende da alcuni prerequisiti è necessario che rigetti simili minacce alla propria esistenza. Anche all’interno della galassia conservatrice si ebbero non poche difficoltà ad accogliere i profughi neocon, in quanto, sebbene su molti argomenti esisteva un generale consenso, i neoconservatori su di un punto significativo come la critica al welfare state conservavano un distinto punto di vista. A differenza del conservatorismo libertario, i neoconservatori, pur criticando il welfare state, invocandone una riforma radicale, ne accettano l’esistenza. Un secondo gruppo di conservatori con i quali i neocon hanno spesso polemizzato è quello cosiddetto tradizionale, rappresentato da autori quali Erik Voegelin, Russel Kirk e Richard Weaver. Il conservatorismo tradizionale avverte come minaccia la modernizzazione e lo sviluppo tecnologico, che finirebbero per corrompere l’integrità dello spirito americano. L’opposizione dei neocon nei confronti del paleocon è abbastanza netta, sebbene entrambi non neghino la possibilità di un’alleanza. Per Kristol, tuttavia, la posizione tradizionalista comporta alcune implicazioni illiberali del tutto inaccettabili e non necessarie ai fini della battaglia politica contro il progressismo liberal. D’altro lato, non sono mancati esponenti del conservatorismo tradizionale e libertario che hanno riconosciuto il ruolo importante svolto dai neocon nella battaglia comune contro lo statalismo e il comunismo e che hanno evidenziato il grande contributo neocon alle scienze sociali, tuttavia meramente funzionale alla realizzazione di un’agenda politica alternativa al progressismo liberal. Ebbene, risulta facilmente intuibile l’insoddisfazione dei neocon di essere apprezzati in quanto meramente funzionali a una comune battaglia politica, senza però vedersi riconosciuta una particolare dignità intellettuale. Gerson sostiene che il neoconservatorismo sia qualcosa di più di un metodo di contrasto politico nei confronti della cultura antagonista o del progetto sociale democratico jonsoniano della Great Society; dunque, non soltanto un efficace baluardo contro la perenne tentazione onnivora dello Stato. Per Gerson il neoconservatorismo è una convinzione intellettuale che si esprime in una coerente prospettiva economica e politica, cementata da principi comuni e da una precipua prospettiva culturale: «[i neoconservatori] credono nella fragilità delle istituzioni sociali, [credono] che le azioni umane presentino monumentali conseguenze inintenzionali, che l’uomo abbia la responsabilità morale di affrontare vigorosamente il male e, soprattutto, che il mondo - alla fine - sia governato dalle idee».
I principi fondamentali
Lo stile e il modo di pensare tipici del neoconservatorismo americano si basano su quattro principi fondamentali. Il primo di tali principi è dato dalla consapevolezza che la vita è infinitamente complessa. Questo principio, affermano i neocon, ci invita ad analizzare l’azione umana con occhi critici e con senso di umiltà, in quanto la conoscenza umana, per quanto vasta, sarà sempre insufficiente e, di conseguenza, la capacità dell’uomo di intervenire nel mondo non potrà che essere limitata. Da tale principio deriva uno spiccato sospetto nei confronti del costruttivismo in ambito economico. Antistatalisti in economia e fermamente convinti che le istituzioni politiche siano l’esito non intenzionale di azioni volontarie, piuttosto che il prodotto intenzionale di una mente onnisciente, i neocon sono fieri assertori di un governo limitato. È evidente il riferimento ad autori europei come Burke, Tocqueville, Acton, fino ad arrivare alla riflessione epistemologica dei padri della Scuola austriaca di economica. Il secondo principio si può esprimere nel modo eseguente: l’uomo può essere buono, ma può anche essere malvagio. Il punto di riferimento teorico di tale principio è il teologo protestante Reinold Niebhur il cui pensiero è stato presentato in modo sistematico da Michael Novak in un articolo apparso su Commentary nel 1972. Il fulcro della teoria di Niebhur è espresso dal seguente aforisma: «È la capacità dell’uomo per la giustizia che rende la democrazia possibile, mentre è la sua tendenza all’ingiustizia che la rende necessaria». Nella sua opera più importante, The Children of Light and the Children of Darkness, Niebhur afferma che bene e male non operano nello stesso modo; l’asimmetria tra i due concetti si esplica nel fatto che, mentre «i figli della luce» sono sempre alla ricerca delle qualità migliori negli altri, «i figli delle tenebre» contano sempre sulla generosità e bontà dei loro nemici. Per questa ragione è essenziale che «i figli della luce» superino la loro naturale tendenza a vedere solo il bene negli altri, e poiché non tutti hanno le stesse nobili intenzioni è indispensabile, sebbene estremamente difficile, operare una loro attenta analisi. Tale percorso è necessario, dal momento che non comprendere correttamente le forze nemiche rappresenta il primo passo verso la sconfitta e la vittoria dei «figli delle tenebre». I «figli della luce» devono affrontare i propri nemici nei modi più adatti, senza escludere il confronto fisico, qualora esso risulti l’unico linguaggio comprensibile ai «figli delle tenebre». Il terzo principio è che l’uomo è un animale sociale. L’idea aristotelica si fa strada negli ambienti intellettuali americani all’indomani della seconda guerra mondiale come esito della riscoperta di Tocqueville. Tale argomento si è diffuso grazie all’opera di Leo Strauss che ha fortemente influenzato il pensiero conservatore americano. Il classicismo di Strauss rifiuta tanto l’ostilità dei tradizionalisti nei confronti della ragione quanto l’utopismo ingenuo dei progressisti. Offre un’interpretazione della democrazia americana sganciata dal cosiddetto «progetto della modernità». Nel difendere la filosofia classica contro quella che egli definiva la devastazione della modernità, Strauss pose l’accento sulla necessità della virtù per la sopravvivenza di qualsiasi comunità politica. Ora, sebbene le istituzioni siano importanti, nessun altro concetto può prendere il posto delle singole persone, le quali sono portatrici di specifiche virtù e, di conseguenza, indispensabili alla nascita di una comunità virtuosa. Le comunità hanno il compito di rivendicare la libertà individuale, ma essa non è tanto un fine in sé, quanto uno strumento per vivere la virtù. Compito delle istituzioni - e un compito fondamentale nel processo di civilizzazione - è quello di educare a vivere in modo virtuoso sia nel privato sia nella vita pubblica. Istituzioni di questo tipo meritano di essere aiutate nel miglior modo possibile. Sicché, tanto la politica quanto l’economia sono considerate in funzione della cultura, e qualsiasi insieme di idee che scaturisse dai suddetti sistemi, qualora pretenda di sostituirsi alla cultura, sarà condannato al fallimento. Il quarto e ultimo principio è che le idee regolano il mondo. Se c’è una cosa che unisce marxisti e libertari, sostengono i neocon, è il loro determinismo economico. Al contrario, i neoconservatori ritengono che siano le idee cavalcate dagli uomini a muovere la storia e che solo così sia possibile comprendere il dinamismo tipico della società e difenderla dagli aggressori di ogni specie e ogni epoca. Le parole hanno un senso, e tale senso sono le idee, le quali, descrivendo la realtà, contribuiscono in gran parte a determinarla. Per questo motivo i neocon credono che sia importante non consentire il travisamento del senso autentico di parole come democrazia, libertà e virtù, le quali affondano le proprie radici nel linguaggio religioso. Chiunque voglia cambiare in modo drastico una società è sufficiente che ne corrompa il linguaggio, espropriandolo dei suoi significati autentici. I quattro principi appena sottolineati evidenziano uno stile proprio e una coerente struttura teorica che ci consentono di tentare una seppur difficile opera di sistematizzazione delle diverse materie delle quali si sono occupati i neoconservatori. Data la rilevanza della questione, ci soffermeremo brevemente sul tema della democrazia.
L’esportazione della democrazia
L’attenzione dei neocon per la politica estera risale alla fine degli anni Sessanta e interessa in particolar modo la controversia sulla guerra del Vietnam. Fino ad allora, scrive Charles Krauthammer, i neocon condividevano con la maggioranza del popolo americano una certa avversione allo politica estera. L’America è un enorme Paese dotato di tutto ciò di cui una grande nazione necessita ed è protetta da due immensi oceani. Con la fine della guerra fredda, osserva Krauthammer, non è morto soltanto il comunismo, il 26 dicembre del 1991 non è soltanto il giorno in cui l’Unione Sovietica collassa definitivamente, è l’inizio di una nuova era, l’era di un mondo unipolare, dominato da una superpotenza senza rivali, in un mondo ormai piccolo, dove tutto (nel bene e nel male) è a portata di mano. Molti neoconservatori si opposero alla guerra del Vietnam, ma la loro contrarietà si distinse da quella di altri liberals, in quanto non ritennero che quell’errore avrebbe dovuto compromettere in futuro l’impegno militare americano nel mondo. L’America, sostenevano, dovrà continuare a essere il grande Paese che è stato prima della guerra del Vietnam e dovrà continuare ad avere - politicamente, culturalmente e militarmente - la stessa responsabilità nella difesa e nella promozione della democrazia e della libertà ovunque esse fossero minacciate. Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta i neoconservatori realizzarono che le loro idee erano scarsamente condivise nel Paese, erano divenute posizioni di minoranza schiacciate da quella che Norman Podhorez chiamerà la «cultura del cedimento». Lo scenario di fronte al quale i neocon matureranno una posizione definita «globalismo democratico» a difesa della libertà è quella di un mondo minacciato dal totalitarismo sovietico con i suoi avamposti piazzati ovunque nel pianeta e un terzo mondo infestato dalle guerre, dall’antisemitismo, dal razzismo e dall’influenza sovietica. Il mondo, scriveva Daniel Patrick Moynham nel 1977, era un «luogo pericoloso» dove vivere e gli Stati Uniti apparivano l’unica potenza in grado di far valere le sue risorse morali e militari per garantire la libertà e la sicurezza sul pianeta. Qualora la guerra del Vietnam avesse privato gli americani della consapevolezza della loro importanza, per il mondo sarebbe stato un gravissimo danno, e l’unica forza di libertà si sarebbe dissolta. Il saggio neoconservatore che esprime con maggiore forza l’intenzione di non soccombere alla cultura del cedimento è probabilmente il lavoro di Jeane Kirkpatrick del 1979: Dictatorship and Double Standards. In questo articolo la politologa della Georgetown University argomenta che il comunismo rappresenta il più potente nemico della libertà e che potrebbe anche accadere che gli Stati Uniti debbano stabilire alleanze con Paesi governati da personaggi sgradevoli pur di contrastare la minaccia del totalitarismo sovietico. La Kirkpatrick osserva che la «stravagante» politica estera dell’amministrazione Carter ha manifestato il suo drammatico fallimento su tutti i fronti. L’analisi della Kirkpatrick, la cui rilevanza ai fini del dibattito odierno sull’impegno dell’amministrazione Bush nell’area mediorientale sottolineeremo al termine di questa riflessione, diventerà un classico del pensiero neoconservatore ed è considerato come un punto di riferimento per la riflessione sui regimi dittatoriali e sul rapporto tra questi ultimi e i sistemi democratici. Tale passaggio ci conduce a un ulteriore argomento, quello attraverso il quale i neocon hanno teorizzato «l’esportazione della democrazia». Su questo argomento un autore che indubbiamente ha influenzato l’agenda culturale neocon è stato Samuel Huntington. Secondo la nota tesi di Huntington, la fine del Ventesimo secolo avrebbe coinciso con una terza ondata di democratizzazione nel mondo moderno. Iniziata nel 1974 con la fine della dittatura portoghese, passando per la conversione alla democrazia da parte della Spagna, giunge fino agli avvenimenti che hanno caratterizzato la rivoluzione del 1989, che ha visto protagoniste le nazioni dell’Europa centrale e orientale. Huntington ha definito tale «terza ondata» di democratizzazione come «l’ondata cattolica». Questione religiosa a parte, l’argomento di Huntington mostra un elemento centrale della riflessione politica neoconservatrice. È possibile esportare la democrazia? E con quali strumenti? A queste e altre domande ha tentato di rispondere il politologo dell’American Enterprise Institute Joshua Muravchik in un saggio del 1992 dall’eloquente titolo Exporting Domocracy. Fulfilling American Destiny. Muravchik si domanda se sia possibile esportare la democrazia. Il termine esportare, riconosce l’autore, probabilmente, non è il più adatto, in quanto la democrazia non è un bene che possa essere venduto o scambiato con qualcos’altro. In definitiva, per Muravchik la domanda è mal posta. Sarebbe più corretto chiedersi, che cosa possono fare gli Stati Uniti per influenzare lo sviluppo democratico delle altre nazioni, per renderle più democratiche o, quanto meno, per far sì che un minimo di istituzioni democratiche vedano la luce quanto prima? Posta in questo modo la domanda, per Muravchik, la risposta è evidentemente positiva, in quanto la democrazia sorge da alcune circostanze che la rendono più probabile, sicura e duratura. Tale processo può essere legittimamente condizionato dall’esterno, diffondendo una cultura del rispetto della persona umana che, come nel caso dell’esperimento americano, sia in grado di produrre conseguenze sul piano istituzionale e politico. La Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 si apre con la professione di fede in alcune verità. Verità di per se stesse evidenti dalle quali i Padri della democrazia americana fecero derivare una nozione di dignità individuale che si incarna in specifici inalienabili diritti, i quali a loro volta danno vita a un complesso sistema che si impegna a difendere la persona umana contro tutti i possibili aggressori e riconosce agli stessi individui l’inalienabile diritto di lottare per la propria e altrui libertà.
A scanso di equivoci, per mostrare come la prospettiva neocon classica non si identifichi meccanicamente con la sua caricatura guerrafondaia diffusa da una vulgata scarsamente informata, invitiamo a riflettere sulla posizione della Kirkpatrick. Per la politologa americana, è inevitabile che la genealogia di un qualsiasi regime democratico sia segnata da un processo lento fatto di tentavi ed errori, dove le prime esperienze democratiche si consolidano via via in ordinamenti che assumono progressivamente la forma di istituzioni sempre più ampie e più solide. All’interno di tali istituzioni - per la Kirkpatrick - gli individui imparano dai propri e altrui errori a tollerare il dissenso degli oppositori, a loro volta gli oppositori comprendono che si possono anche perdere delle libere elezioni senza che ciò comporti la necessaria reazione, massacrando i vincitori. Inoltre, le popolazioni comprendono che i loro comportamenti producono effetti sul governo e che, conseguentemente, anche le azioni dei governanti hanno effetti sulle proprie vite. Ebbene, conclude la politologa, non si può non riconoscere che affinché simili consapevolezze, virtù e capacità siano metabolizzate dalla cultura degli individui che costituiscono un popolo, è necessario che trascorrano anni se non secoli. Il percorso con il quale abbiamo tentato di rappresentare sinteticamente la prospettiva neoconservatrice in ambito di politica estera non può concludersi senza il riferimento alla riflessione più recente. In tal caso, assumiamo come punto di riferimento il saggio di Charles Krauthammer intitolato Democratic Realism. An American Foreign Policy for a Unipolar World. Oltre a evidenziare la naturale avversione del popolo americano a una politica estera espansiva e il fatto che l’unipolarismo sia una realtà dovuta al crollo del sistema sovietico, l’autore ritiene che sia del tutto inopportuno parlare di impero e di imperialismo con riferimento alla politica estera statunitense. In definitiva, sostiene Krauthammer, l’America oggi è quel che è a causa del suicidio politico dell’Europa nella seconda guerra mondiale e del fallimento dell’esperimento sovietico che si era candidato a essere il successore naturale dell’Europa occidentale, ma il cui sistema economico, politico e culturale si sono rivelati talmente disumani e inefficaci da implodere e lasciare gli Usa come unica potenza mondiale. La prospettiva neocon in politica estera è generalmente denominata «globalismo democratico». In tale prospettiva, la politica estera che definisce l’interesse nazionale sarebbe guidata dal valore supremo della libertà. Il globalismo democratico individua il motore della storia non nella lotta per il potere, ma nel perseguimento della libertà. Gli antecedenti storici sono la «Dottrina Truman», il discorso inaugurale di Kennedy del 1961 e il discorso di Reagan del 1983 con il quale denunciò «l’impero del male». La prospettiva neocon sposta l’attenzione dallo scontro geopolitico tra due superpotenze allo scontro morale tra la liberà e la schiavitù, tra il bene e il male. All’indomani dell’11 settembre, afferma Krauthammer, gli americani si scoprono nuovamente minacciati, ma questa volta da un nemico diverso: il totalitarismo arabo-islamico.Tuttavia, Krauthammer vede il globalismo democratico esposto a un grande rischio. Il fatto che la battaglia per la libertà sia una battaglia infinita, rende necessario individuare dei criteri che ci aiutino a discernere tra situazioni che coinvolgono urgentemente l’interesse nazionale e altre che invece lo trascendono. Il criterio individuato da Krauthammer è denominato «realismo democratico» e ci dice che «gli americani promuovono la democrazia ovunque, ma che spenderanno il proprio sangue e le proprie risorse economiche solo in quei luoghi dove emerge una necessità strategica - il che significa, luoghi centrali per la più vasta guerra contro i nemici mortali, quei nemici che rappresentano una minaccia globale alla libertà» . Dove intervenire, s’interroga Krauthammer, se non lì dove è attivo il nemico mortale che minaccia l’America e il mondo da 25 anni, ossia dalla rivoluzione del 1979 di Komeini, e dove fallì miseramente l’amministrazione Carter? Con l’intervento di Krauthammer si chiude il cerchio neocon iniziato, per quanto concerne la politica estera, esattamente 25 anni fa con il saggio della Kirkpatrick. Al termine di questa rapida rassegna sul pensiero neoconservatore in ambito di politica estera, possiamo dire che è presente nell’analisi neocon la consapevolezza che l’epoca che stiamo vivendo non sia un’anomalia della storia. Anomala, piuttosto, è stata la politica estera degli anni Novanta, una sorta di «vacanza dalla storia», un sentimento di pace che in realtà si è rivelato un intervallo, un sogno durato appena un decennio. La novità non è stato l’11 settembre, ma ciò che è accaduto dieci anni prima con il crollo del comunismo e l’assurgere degli Stati Uniti a unica potenza mondiale.
Conclusioni
Un ultimo aspetto che intendiamo segnalare riguarda l’approccio con il quale teologi, politologi ed economisti hanno tentato di affrontare le questioni legate alle trasformazioni sociali, culturali e politiche. Si tratta di un metodo che ha posto in primo luogo il problema del «rinnovamento» delle istituzioni, piuttosto che la «restaurazione», avendo cura di una realtà socio-culturale in continua trasformazione, estremamente vivace e plurale come quella americana. La modernità, a differenza dei paleoconservatori, nella prospettiva neocon, non rappresenta la tomba della tradizione, quanto il «momento» offerto alle donne e agli uomini del nostro tempo per vivere più adeguatamente gli ideali di libertà e di responsabilità in ambito politico, economico e culturale. Il filo rosso che tiene unite realtà come la democrazia, il capitalismo e il pluralismo etico-culturale è dato dall’accoglimento di un principio fondamentale del liberalismo classico, magistralmente sintetizzato da uno degli aforismi più affascinanti di Lord Acton: «Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto». La libertà in quest’ottica è la preservazione di una sfera interiore - data dalla coscienza - esente dal potere coercitivo dello Stato. Quella libertà che per Acton, lungi dal tradursi in licenza di fare ciò che si vuole, si esplica nel poter fare ciò che si deve.
(Questo articolo è un estratto del libro Prospettiva neocon, in via di pubblicazione per Rubbettino)