
E' ormai diventato un proverbiale luogo comune che le «scuole di guerra» preparino a perfezione ufficiali e Stati maggiori bravissimi e inappuntabili per combattere la guerra precedente, ma poi pateticamente inadeguati di fronte al conflitto in essere, alle novità drammatiche che l’evoluzione delle cose consegna ai doveri e alle responsabilità di fare i conti con una realtà sempre dispettosa e sempre estranea ai manuali e alle simulazioni accademiche. Forse (e soprattutto in questo caso) vale anche per i diplomatici, splendidamente preparati a costruire soltanto la pace del passato. Ed è quello che emerge in tutta la sua prosaica e corposa realtà proprio in relazione alla «pace di Versailles», che certo faticosamente sigilla la prima guerra mondiale, ma che con altrettanta sicurezza semina a piene mani nuovi motivi di tensione internazionale, alimenta profondi risentimenti e apre questioni strategiche destinate ad aggravarsi e a «marcire» nel corso dei decenni successivi. Forse gli storici, ma certamente i posteri che guardano il passato con gli occhi inevitabilmente rivolti al presente, sono per loro natura crudeli: e cioè esprimono un giudizio quasi sempre impietoso, perché sanno sempre «come le cose sono andate a finire» e dunque sono portati a ignorare i dubbi e i tormenti di chi non sapeva come sarebbe stato quello che appariva allora il futuro. E tuttavia è proprio sulla capacità di compiere scelte in grado di «resistere al tempo» che si misura nella storia la statura autentica delle classi dirigenti. E su Versailles la statura sembra quantomeno controversa: non è infatti illegittimo poter constatare che la Conferenza di pace, al di là dei limiti e delle «punizioni» verso gli sconfitti che anche ai contemporanei apparvero da subito foriere di tempeste, fosse immersa in un secolo precedente. Come se l’opera diplomatica di risoluzione complessiva dell’assetto del mondo seguisse canoni e dottrine di un periodo di «concerto tra Stati e dinastie», sul quale proprio «l’inutile strage» appena conclusa aveva irrimediabilmente calato il sipario. Infatti, se solo si riprendono in mano i testi e la stampa coeva, si nota immediatamente che la logica che presiede al lungo negoziato appare quella di un «regolamento di conti» interno alle Corti monarchiche o imperiali e alle strettissime élites delle nazioni repubblicane nella tradizionale chiave eurocentrica. Sfugge del tutto, nonostante l’impegno quasi «missionario» del presidente americano Wilson per i nuovi valori delle democrazie, il ruolo del resto del pianeta in ordine all’influenza strategica e commerciale. E rimane altrettanto trascurata l’irreversibile modificazione economica e sociale compiutasi nell’Europa medesima dove pressocché tutte le nazioni belligeranti si erano trovate alla fine delle ostilità trasformate in parte o in tutto in inedite società industriali.
Proprio il conflitto, di durata e di estensione ampiamente superiore a qualsiasi previsione delle cancellerie e degli Stati Maggiori, aveva fatto progressivamente sviluppare la produzione bellica, quanto ad armi, motorizzazione e ricerca spasmodica di materie prime. E se pur guidata con mano dura dagli Stati, la coatta trasformazione industriale aveva impetuosamente cambiato il paesaggio urbano e la condizione di vita di intere società. Un mutamento epocale che lasciava tuttavia sostanzialmente insensibili politici e diplomatici dei 27 Paesi vincitori riuniti a Parigi per organizzare, tra infinite polemiche, la spartizione del «bottino di guerra». Erano in gran parte esponenti delle aristocrazie terriere o delle borghesie possidenti o professionali, culturalmente inadatti a valutare gli effetti sconvolgenti che sulle loro stesse società aveva provocato l’economia e l’industria di guerra. A dire il vero almeno una delle potenze vincitrici appariva ben più consapevole delle sfide inedite che la modernità della produzione poneva ai reggitori del mondo: erano proprio quegli Stati Uniti d’America che non per caso avevano dato al conflitto la spallata decisiva. E, interprete delle ragioni e dello spirito del «mondo nuovo», era stato appunto Woodroow Wilson, nell’ultimo anno di combattimenti, a indicare una strada, a proporre un’agenda compatibile sia con le aspirazioni di indipendenza nazionale sia soprattutto con le condizioni di irreversibile novità. La sua Dichiarazione in quattordici punti prefigurava fondamenti globali (come la libertà di navigazione e di commercio) e tentava di affidare a una costituenda «Società delle Nazioni» il potere di dirimere le controversie e di armonizzare con il consenso l’assetto dell’intero pianeta. Scambiato Wilson per un ingenuo idealista (anche se al riguardo ci metteva del suo), la sua prospettiva certamente innovativa venne di fatto affossata dalle rivendicazioni concrete degli altri Paesi e dal gioco delle competizioni e degli interessi immediati delle altre potenze. Successe così che (al di fuori della formazione della «Società delle Nazioni», strutturata secondo regole che le impediranno di fatto di funzionare) lo spirito di un nuovo equilibrio che tenesse conto dell’intero pianeta venisse a dissolversi senza rimpianti. E il paradosso si manifesta proprio nei 440 articoli del Trattato di Pace, dove nella definizione di nuovi confini e di riconquiste territoriali e coloniali per tutti i vincitori, agli Stati Uniti non tocca praticamente nulla. Come se, anche sul piano simbolico sancito dai trattati, mentre stava passando di mano la guida della civiltà occidentale, nessuno dimostrava di essersene accorto… Semmai l’unico segnale di una modernità aliena e angosciante appariva l’enigma dei bolscevichi e la paura di un contagio comunque da circoscrivere: ma la Russia (tradizionale protagonista dei contrappesi tra le cancellerie) appariva fuori gioco. E si pensò in quei mesi che bastasse armare e finanziare le «armate bianche» per annichilire la rivoluzione dei Soviet. Trotskji e l’Armata Rossa si incaricarono, poco dopo, di smentire la fiduciosa previsione.
In realtà la chiave di volta della pace si confermò fin dall’inizio la tutela degli interessi nazionali e la determinazione a scaricare sugli sconfitti il peso del conflitto. È ormai diventato un classico nei manuali di storia l’elenco delle «riparazioni di guerra» pretese dai vincitori agli imperi centrali: dal sequestro delle flotte, mercantili compresi, allo scioglimento degli eserciti ai rilevantissimi «risarcimenti di guerra» fissati, ad esempio per la Germania, in 269 miliardi di marchi-oro da pagarsi in 42 annualità. Lo stesso trattamento per Austria, Ungheria, Bulgaria e Turchia. Pesante sarà inoltre il tributo territoriale: nuovi confini comportano il ritorno alla Francia di Alsazia e Lorena (con l’occupazione a tempo del bacino carbonifero della Saar), la ricostituzione di una Polonia indipendente (dopo un secolo e mezzo di sovranità spartita tra tedeschi, russi e austriaci), il «via libera» alle repubbliche baltiche, la risistemazione in chiave nazionalista della Mitteleuropea e dei Balcani. Anche l’Italia ottenne: ma con Trento e Trieste arrivarono pure il Sud Tirolo, l’Istria, Rodi e il Dodecanneso. Quanto bastò per lanciare nell’immediato dopoguerra la suggestione della «vittoria mutilata». Con tutto quello che ne conseguì. Infine, ed è forse la parte più significativa per le grandi questioni di questo Ventunesimo secolo, l’esclusiva prevalenza della «mentalità» coloniale (che, non a caso vide esclusi proprio gli Stati Uniti). Certo ci fu la rapida fine dei frammenti coloniali dell’impero germanico (Togo e Camerun, come Namibia e Tanzania rientrarono nelle orbite d’influenza delle potenze vincitrici, come pure accadde per gli altri avamposti nel Pacifico, a cominciare dalla Nuova Guinea tedesca): ma ci fu soprattutto l’esplodere della competizione tra francesi e inglesi per la primazia planetaria nel comando e nella gestione dell’altro mondo. Era già palese durante il conflitto: ma lo divenne ancor di più con la sparizione o l’irrilevanza di possibili «terze forze» (dai tedeschi ai russi, dagli iberici agli italiani). Una concorrenza che fece le sue vittime non soltanto nell’intero continente africano, ma soprattutto nel crocevia del Medio Oriente. Senza rinverdire il mito di Lawrence d’Arabia, è tuttavia evidente il ruolo britannico nel disegnare gli assetti e i confini di quelle terre. Con le ambiguità e spesso le durezze di un impero che si riteneva ancora immortale. Se infatti sarà insistita la guida e la razionalizzazione delle tribù beduine e arabe, sarà altrettanto decisiva la Dichiarazione Balfour del 1917 dove si riconosce il diritto a costituirsi in Palestina di «un focolare ebraico», storica premessa del «ritorno» e leva, per quanto misconosciuta nella stessa Inghilterra, della spinta alla formazione dello Stato di Israele. Di converso sarà forte la competizione francese attraverso Libano e Siria e persino in Egitto, con il tentativo di penetrazione sempre più in là, verso i primi campi petroliferi. E le conseguenze si vedranno nei decenni successivi quando proprio Parigi darà ospitalità e aiuto all’esule iraniano ayatollah Khomeini o con qualche fornitura nucleare di troppo al dittatore Saddam. Secondo linee di tendenza che dal tempo delle prima guerra mondiale non cessano di essere tuttora perseguite.
D’altronde quello che sfuggiva allora agli autonominatisi nuovi «regolatori del mondo» (si pensi solo alle carte geografiche, dove linee drammaticamente diritte segnano i confini di nazioni inventate, Iraq compreso) è la consapevolezza di stare creando un «buco» nella Storia. Logica conseguenza del Trattato di pace e della nuova risistemazione coloniale fu infatti l’abolizione del califfato, ovvero di quell’autorità insieme politica e religiosa, che con tutti i suoi limiti e le sue nefandezze, aveva comunque costituito per secoli la «camera di compensazione» dell’universo musulmano, secondo codici e liturgie proprie di quel mondo. Ed è anche dentro quella «assenza» che rifiorisce nell’Islam una tendenza di «rivincita» che da rimpianto culturale si farà poi sogno politico fino alle deviazione terroristiche del fondamentalismo che ci affligge oggi e che inquieta il futuro. Nessuno vuole tornare indietro dal processo, ad esempio, di laicità forzata indotta con le armi dalla Turchia di Kemal Ataturk: eppure proprio la sorte possibile della moderna Turchia propone non a caso il dilemma se sia più utile la vocazione all’ingresso nell’Europa unita oppure se possa inventarsi la missione (storicamente più persuasiva) di farsi «ponte» dell’Occidente e capofila dell’inquietudine islamica da incanalare verso sviluppo pacifico dei popoli e feconda contaminazione culturale… Forse così quel «buco» potrebbe trovare quiete e riempimento. C’è un altro «buco» che una pace spesso solo ingorda consegnava allora ai tormenti dei decenni successivi: ed è l’astio secolare e culturale (soprattutto francese) che porta a distruggere comunque l’unità della Mitteleuropa. La dissoluzione dell’Impero asburgico, se pure di suo declinante e invecchiato, costituirà più una vendetta che una scelta, tanto da venire stigmatizzata persino dalle più consolidate e coeve forze socialdemocratiche europee. D’altra parte la frammentazione nelle nazionalità (alcune irredentiste ed élitarie, altre semplicemente inventate, come la Cecoslovacchia, che poi non resisterà alla secessione consensuale, non appena ritrovata una piena libertà all’inizio degli anni Novanta) finirà per aggravare l’instabilità del continente (si pensi solo al crogiolo balcanico) e soprattutto a far perdere il senso di una possibile e comune identità europea. Il modello asburgico, con tutte le sue arretratezze, era comunque un esperimento consolidato nei secoli di convivenza multietnica, multinazionale e multilinguistica, dalle abitudinarie prassi quasi federali, che poteva diventare patrimonio e non zavorra del nuovo tempo che i vincitori di Versailles ambivano a disegnare. Invece si scelse la moltiplicazione punitiva. E pochi anni dopo se ne sentiva già acutamente l’assenza: non è un caso che persino Stalin nel ’44 tentasse di far sorgere, come cuscinetto neutrale al suo impero sovietico, una nazione mitteleuropea che comprendesse Friuli, Austria, Slovenia, Croazia, Ungheria e Slovacchia. E che un preoccupatissimo Pio XII (lo si è provato di recente dai documenti diplomatici americani) scongiurasse gli Alleati di dar vita a un simile aggregato, ma di segno esplicitamente occidentale, affidandone la guida a Otto d’Asburgo. L’uno e l’altro, come si vede, da versanti così opposti eppure accomunati dall’assillo di una simile «mancanza». Anche in questo lungo dopoguerra, dall’indomani del 1945, il senso di un «buco» nel centro dell’Europa è rimasto a lungo presente, anche se tacitato o inespresso: come se tra i due blocchi si sentisse comunque il bisogno di un’anima diversa che desse identità e baricentro a un continente innaturalmente diviso. E, quasi a simbolo di una differente prospettiva, si cita qui l’ultimo discorso di Bill Clinton, presidente non più candidabile, venuto a portare un più libero testamento politico. A metà del 2000, chiese che finalmente l’unione formata e che si apprestava ad allargarsi non tradisse la fiducia e le aspirazioni dei popoli: e, pensando a una più democratica «Europa delle Regioni» che superasse le asfittiche burocrazie comunitarie, chiamava ad esempio non solo Lombardia e Baviera ma persino l’ineffabile Rutenia, perduta come identità e memoria proprio nella fine statuale della Mitteleuropa. La storia poi trova sempre i suoi altri percorsi: ed è inutile esercizio disegnare il «se le cose fossero andate in un altro modo». Tuttavia le umili domande che fin qui si sono affacciate possono almeno trasmettere il senso di come è facile, sbagliando una pace, consegnarsi a un acido tramonto.