
Negli anni che precedettero la Rivoluzione bolscevica, la Russia era un Paese avviato sulla strada di un turbinoso sviluppo capitalistico. L’epilogo tragico e inatteso di quel capitolo di storia russa - sancito dal vessillo trionfante della Rivoluzione - è per molti versi figlio della Grande guerra. Cogliere il nesso tra gli eventi bellici e il tramonto repentino e violento dello zarismo necessita di uno sguardo sugli effetti che i primi produssero sulla società russa del tempo. Una società segnata, come accennato, da una crescita economica eccezionale - ma al contempo, profondamente diseguale. Quello tra il 1890 e l’inizio della guerra fu un quarto di secolo di boom economico sorprendente. Il capitalismo russo avanzava a passi da gigante e la Russia registrava tassi di sviluppo tra i più elevati al mondo. Numerosi economisti, in quel periodo, scrissero che se avesse mantenuto quel trend, entro il 1950 la Russia sarebbe stato il Paese più sviluppato al mondo, un po’ come si dice oggi della Cina. Il regime aveva però scelto di fondare lo sviluppo economico su grossi prestiti - il che spiega come mai il governo zarista fosse coperto di debiti - che venivano impiegati per creare enormi fabbriche, essenzialmente di industria pesante. Inoltre, il boom capitalista si innestava su un sistema arcaico e reazionario: l’autocrazia zarista, appunto. Potremmo definire il regime zarista come un «autoritarismo reazionario». Il sistema era basato su una preponderanza schiacciante della classe contadina, tradizionalista e arretrata. Era questo l’elemento di maggiore debolezza di tutto il sistema zarista: una popolazione costituita per l’80% da contadini che vivevano in condizioni di arretratezza estrema. La servitù della gleba venne abolita soltanto nel 1861. E venne abolita nel modo peggiore: non fu infatti consentito ai contadini di diventare piccoli proprietari, produttori individuali, perché fu conservata la struttura della obscina, la tradizionale comunità contadina russa. E i contadini - il cui riscatto era stato pagato dal governo zarista - avevano l’obbligo di rimanere al suo interno. Questa enorme base sociale era profondamente scontenta. Alla forte crescita demografica si accompagnava il perdurare di un’agricoltura arretrata tecnologicamente. La situazione era in sostanza simile a quella dell’attuale Terzo mondo. V’era poi una crescente classe borghese, la quale tuttavia non aveva alcun peso politico. Il liberalismo era estremamente debole e la borghesia non voleva partecipare alla vita politica. Max Weber, che ha riflettuto sulla rivoluzione russa, ha sempre sottolineato proprio questo punto: la debolezza della borghesia e la sua assenza dalla vita politica. Altra componente di rilievo della società russa era l’intellighenzia, una classe colta in seno alla quale maturarono i germi concettuali della rivoluzione bolscevica. Il regime si basava poi su un enorme esercito, costituito da contadini analfabeti o semi-alfabetizzati. In questo quadro sociale arcaico e fragile, il sistema zarista aveva una specificità: riusciva ad attirare su di sé tutto il malcontento della società russa. Può essere utile ricorrere a un tipico esempio dell’ottusità zarista. Se gli operai di una grande fabbrica indicevano uno sciopero, chiedendo migliori condizioni di lavoro e salari più elevati, la risposta del governo era l’invio di truppe per sopprimere lo sciopero. Così, quello che era semplicemente un piccolo, normale conflitto tra gli operai e i datori di lavoro, che nulla aveva a che vedere con il governo centrale, diveniva focolaio di grandi tensioni sociali, a causa di una repressione assolutamente sproporzionata.
La classe operaia in questo modo si radicalizzava, diventando un elemento anti-sistema. Un altro punto da tener presente è rappresentato dal rapporto tra il governo e i rivoluzionari. La forza e le prospettive di questi ultimi erano enormemente sopravvalutate. Come risultato di questa situazione, la vita politica russa era praticamente bloccata. Vietati gli scioperi, vietati i sindacati, vietati i partiti politici. La rivoluzione del 1905 determinò uno sblocco, ma si trattò di un cambiamento di breve durata. La Duma fu sciolta varie volte - per inciso, è interessante riflettere sul significato letterale del termine con cui veniva indicato il parlamento russo: Duma vuol dire «pensatoio», mentre nella tradizione occidentale, il Parlamento è il luogo in cui si esprimono posizioni e idee, si «parla» appunto. In Russia, il Parlamento era luogo di pensiero e non di parola - bella differenza di impostazione!
Sebbene lo sviluppo della Russia fosse molto rapido, la base del Paese rimaneva irrimediabilmente indietro. È su questo sfondo che si inseriscono gli effetti del conflitto mondiale. La guerra produsse un momentaneo consolidamento patriottico, come in altri Paesi. Si trattava della prima guerra della società industriale. Essa vide la massificazione dei processi sociali, perché era una guerra dei nuovi tempi. E la maggiore influenza che la prima guerra mondiale ebbe sulla rivoluzione e l’avvento del regime bolscevico consistette nel fatto che fu proprio la guerra a produrre tutte le principali istituzioni del totalitarismo. In primo luogo, la riorganizzazione dell’economia e l’introduzione della pianificazione centrale e della statalizzazione dell’economia. L’idea che il mercato potesse essere sostituito dalla pianificazione centrale, i bolscevichi la presero dall’esempio della guerra. Essi guardarono allo sviluppo dell’economia militare tedesca. L’economia di guerra implicò l’abolizione del mercato, la regolamentazione dei prezzi, il razionamento. Nel 1915-1916, l’introduzione dei tetti dei prezzi ebbe conseguenze comprensibili: i contadini smettevano di vendere. Con la grande inflazione i contadini si ritraevano dal mercato. Questo si ripeterà nel periodo bolscevico. Nel corso della guerra fecero la loro comparsa anche i campi di concentramento di massa. A ciò dobbiamo aggiungere l’imbarbarimento di massa prodotto dalla nuova guerra tecnologica, con armi micidiali come i gas e gli aeroplani. Come effetto della guerra, inoltre, lo strato colto e istruito del Paese fu praticamente distrutto: a causa dell’impreparazione e dell’arretratezza militare, e dell’incompetenza della burocrazia zarista, le perdite belliche furono infatti enormi. Tre generazioni successive di ufficiali di fanteria furono annientate nella guerra. Solo in Marina sopravvisse una parte del corpo ufficiali. Lo stesso accadde, ad esempio, con un gran numero di studenti.
Si è accennato in precedenza all’intellighenzia russa. Lo stesso partito bolscevico ne era un prodotto. Le sue basi filosofiche e concettuali affondavano in un marxismo trapiantato nella realtà colta dell’intellighenzia, che lottava contro l’autoritarismo reazionario degli zar. Ma qual era il rapporto tra i bolscevichi e la guerra? I bolscevichi avevano un’idea molto chiara sulla prima guerra mondiale. Essi presentavano la guerra come una guerra imperialista. Lo slogan bolscevico, nelle conferenze delle socialdemocrazie europee del 1915 e 1916, era di favorire la sconfitta del proprio governo. Quanto alle prospettive di una rivoluzione in Russia, queste dal punto di vista dei bolscevichi erano molto remote. Poco tempo prima della rivoluzione, Lenin tenne un discorso ai giovani socialisti svizzeri, dicendo che «noi vecchi non vedremo mai il trionfo della rivoluzione socialista». Poi, in febbraio, il crollo dello zarismo, e l’avvento del governo provvisorio che preparava l’Assemblea costituente attraverso le prime libere elezioni nella storia russa. I bolscevichi avevano un programma forte, esempi storici - come la dittatura giacobina -, una leadership brillante che comprese l’opportunità data dal crollo del sistema, dell’apparato repressivo, con un vuoto di potere che andava occupato. Lenin aveva già introdotto molte novità nel marxismo. Prima di tutto, l’idea centrale di Marx, per cui la rivoluzione doveva svilupparsi da sola, era stata scartata da Lenin, che la sostituì con l’idea che la rivoluzione andasse organizzata da rivoluzionari di professione. Inoltre, Lenin utilizzava sempre la «metafora del telescopio»: il passaggio dalla rivoluzione borghese, antifeudale e antizarista, alla rivoluzione socialista. Possiamo a questo proposito ricordare che Lenin e altri teorici bolscevichi come Trotskij vinsero il grande dibattito con il capo della socialdemocrazia russa, Plekhanov. Questi diceva che in Russia i partiti rivoluzionari non potevano lavorare per la costruzione della società socialista, perché la società socialista, fatta di eguaglianza e grossa produttività, deve basarsi sull’esistenza di cospicue forze produttive, mentre la Russia era molto lontana da questo stadio. La società socialista poteva emergere solo nelle società di liberalismo borghese progredito, come Inghilterra, Francia e Germania. Per questo, bisognava lavorare innanzitutto per la rivoluzione borghese anti-zarista. Lenin e altri rispondevano che Plekhanov sbagliava, perché in un periodo di globalizzazione egli prendeva come unità di analisi la Russia isolata. Esisteva invece una catena di Paesi sviluppati, di cui la Russia costituiva l’anello debole. E proprio lì dunque bisognava dare avvio alla rivoluzione. Dalla rivoluzione borghese, poi, si poteva subito passare a quella socialista - come fu effettivamente fatto, dalla rivoluzione di febbraio a quella bolscevica. Plekhanov osservò con lungimiranza che in questa maniera sarebbe stato necessario un enorme terrore - la costruzione di un «Impero degli Incas». E vedeva bene. I bolscevichi prevalsero, e le condizioni del loro successo furono anch’esse poste dalla guerra. La società russa diventava amorfa, e il governo cadde a causa di rivolte per il pane, per l’incapacità di garantire approvvigionamento di capitali, per la mancanza di truppe fedeli, di apparato di polizia affidabile. La stessa situazione si ripetè con il governo provvisorio. Nel febbraio 1917, il governo implose. Crollò su se stesso, come avvenne per l’Urss nel 1991. La debolezza della cultura politica russa era alla base della fragilità del governo provvisorio. Ricordiamo Mikhail Ostrogorski, grande rappresentante del liberalismo mondiale, vissuto tutta la vita in Occidente e rientrato in patria per sedere nella Duma, che fu sciolta dal governo. Il governo provvisorio inoltre non aveva alcun programma. Il suo unico programma era «la guerra fino alla vittoria». E questo nonostante un Paese distrutto, un esercito esangue, che non reggeva alcun fronte. Furono condotte elezioni, e conosciamo i risultati. I bolscevichi presero il potere sciogliendo l’Assemblea costituente. Si trattò, in quel momento, di una crisi a carattere sistemico. Il sistema reazionario crollava. Il risultato di questa crisi era che non esisteva alcuna forza politica che potesse prevedere qualche sviluppo verso un sistema democratico. I partiti rivoluzionari, come quello bolscevico, erano fortemente anti-democratici - i bolscevichi disprezzavano la «democrazia borghese». Quando parliamo della caduta del governo provvisorio e del colpo di Stato dei bolscevichi, ricordo sempre ciò che Trotskij scrisse nelle sue riflessioni sulle elezioni d’Ottobre: se il governo provvisorio avesse avuto anche solo due reggimenti fedeli, i bolscevichi non avrebbero mai potuto impadronirsi del potere. Questo è significativo. I bolscevichi avevano dalla loro un grandioso programma di trasformazione di tutta la società, basato sul marxismo-leninismo che contava su una forte dose di volontarismo, e realizzarono il loro programma radicalmente. Essi hanno dimostrato che una società complessa può funzionare per un certo periodo con il sistema da loro introdotto.
Tale sistema era fondato su tre punti fondamentali: il monopartitismo, la pianificazione centrale dell’economia e la militarizzazione. Tre elementi che vanno considerati unitariamente, come cardini inscindibili di un sistema complesso. Il monopartitismo è apparso in varie epoche e in diversi contesti storico-sociali. Di per sé, è un sistema instabile, perché laddove esiste un’economia di mercato questa riproduce interessi diversi che prima o poi confliggono con il partito unico. In Unione Sovietica, invece, il monopartitismo, grazie alla sua combinazione con l’economia centralizzata, si rivelò granitico per un lungo periodo. Partito unico e pianificazione centrale si rafforzano infatti a vicenda: il primo vive sulla seconda, mentre questa può essere garantita solo da un unico indirizzo politico, proprio del partito unico. La militarizzazione completa l’edificio totalitario sovietico: essa crea la sindrome da fortezza assediata, giustifica e perpetua l’economia di guerra. Per questo motivo, i bolscevichi riuscirono a sottrarsi alle logiche del mercato, rilevate a quel tempo da economisti come Von Hayek, von Mises, Brutzkus, secondo i quali il sistema di pianificazione centrale non avrebbe potuto reggere la competizione con il mercato e non avrebbe potuto garantire efficienza e produttività. Il punto è che i bolscevichi non avevano bisogno di una produttività qualsiasi. Ciò che serviva loro era la produttività che avrebbe rafforzato la loro leadership. E dimostrarono, con la longevità del sistema sovietico, che il loro programma era realizzabile. Anche se il prezzo pagato dalla popolazione fu naturalmente enorme - un sistema basato sul massimo sviluppo tecnologico, combinato con un’organizzazione di lavoro e di vita sociale arcaica, pre-industriale, basata sulla coercizione e il terrore di massa. Ma alla luce delle considerazioni esposte, possiamo dire che levatrice dell’esperimento bolscevico fu proprio la Grande guerra, con il suo strascico di distruzioni, la massificazione delle società e la creazione di quei germi totalitari di cui la rivoluzione avrà buon gioco a impadronirsi.