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Da Versailles ad Auschwitz

LIBERAL BIMESTRALE
di Roberto de Mattei
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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Nella storia dei conflitti che hanno sempre accompagnato le vicende umane, la prima guerra mondiale occupa un posto centrale, non solo per l’estensione planetaria, e il numero spaventoso delle vittime, ben nove milioni, ma soprattutto per la novità e l’intensità dell’odio tra i popoli che essa accumulò nelle trincee contrapposte. La spirale di violenza che si sviluppa nel Novecento ha il suo primo laboratorio di massa nel mattatoio del ’14-’18. La sola offensiva del 16 aprile 1917, tra Soissons e Compiègne, ricorda Jean de Viguerie, costò centodiciassette mila morti per guadagnare cinque chilometri; trecentosessantamila furono le vittime nella prima battaglia offensiva di Verdun dell’ottobre 1916. «Incredibile ostinazione che sbalordisce ancora oggi tutti gli specialisti dell’arte militare e tutti gli storici». Viguerie mostra come alla dottrina tradizionale della «guerra giusta», per sua natura difensiva, si sostituisce nel ’14-’18, una nuova concezione della guerra, offensiva, totale, incessante, che ha le sue radici nella Rivoluzione francese. Il primo conflitto mondiale fu, in questo senso, una continuazione dell’appello alle armi lanciato l’11 luglio 1792, quando l’Assemblea nazionale dichiarò «la patria in pericolo». È con la Rivoluzione francese che nasce la parola d’ordine di «annientare il nemico», interno ed esterno, come avvenne con le «colonne infernali» che tra il 1793 e il 1794 sterminarono gli insorti della Vandea. Al concetto tradizionale di «patria», radicato in un luogo concreto e in una precisa memoria storica, se ne sovrappone, nel Diciottesimo secolo, uno nuovo, associato all’idea dei diritti dell’uomo. La «patria filosofica» degli illuministi è divinizzata fino a divenire un Moloch che autorizza qualsiasi sacrificio. «C’è qualcosa di terribile nell’amore di patria - scrive Saint-Just nel 1794 - esso è talmente esclusivo che immola all’interesse pubblico tutto senza pietà, senza timore, senza rispetto umano». La continuità ideologica tra la prima guerra mondiale e la Rivoluzione francese fu teorizzata dagli interventisti, che presentarono il conflitto come una rivoluzione tesa a instaurare in Europa la «democrazia universale». La Grande guerra fu - secondo François Fejtö - un conflitto ideologico di massa che ebbe lo scopo di «repubblicanizzare e de-cattolicizzare l’Europa» e compiere, a livello nazionale e internazionale, l’opera interrotta della Rivoluzione francese. L’Austria-Ungheria, da cui ancora emanavano i bagliori del Sacro romano impero medioevale, rappresentava il principale ostacolo al progresso dell’umanità. Attraverso la distruzione dell’Impero austriaco, l’obiettivo di un circolo ristretto di uomini politici affiliati alla Massoneria fu, sottolinea Fejtö, quello «di estirpare dall’Europa le ultime vestigia del clericalismo e del monarchismo». Abbeverandosi a queste fonti ideologiche, l’interventismo rivoluzionario vedeva nella guerra il compimento della modernità, ossia l’ultima fase di un processo culturale che avrebbe definitivamente liberato l’Europa dagli ultimi residui dell’oscurantismo. Tipico, in questa prospettiva, fu l’operato di Thomas Masaryk ed Eduard Benes, promotori con gli inglesi Wickham Steed e Hugh Seton-Watson del Congresso dei popoli oppressi dell’Austria-Ungheria organizzato a Roma dal 9 all’11 aprile 1918. Per essi, come ha ben spiegato Augusto Del Noce, la democrazia radicale avrebbe trasformato la guerra in rivoluzione, inglobando il pensiero di Giuseppe Mazzini, letto in chiave illuministica e sopprimendone tutti gli aspetti religiosi e «romantici». L’eredità del movimento hussita, interpretato come movimento nazionale e sociale, al di là del suo significato religioso, confluiva in uno schema in cui la prima guerra mondiale era vista come una vendetta degli «sconfitti» della battaglia della Montagna Bianca (1620) che aveva segnato insieme la vittoria della Controriforma e degli Asburgo. L’esito della guerra del ’14-’18 fu, di fatto, la «repubblicanizzazione» dell’Europa. Lo storico inglese Niall Ferguson, autore di un’altra opera capitale sul conflitto, ricorda che alla vigilia della guerra discendenti e altri parenti della regina Vittoria erano seduti sui troni non solo di Gran Bretagna e Irlanda, ma anche di Austria-Ungheria, Russia, Germania, Belgio, Romania, Grecia e Bulgaria. In Europa solo Svizzera, Francia e Portogallo erano già repubbliche. «Nonostante le rivalità imperiali della diplomazia prebellica, i rapporti personali tra gli stessi monarchi erano rimasti cordiali, persino amichevoli: la corrispondenza tra “George”, Willy” e Nicky”, testimonia il protrarsi dell’esistenza di un’élite reale cosmopolita e poliglotta con un certo senso dell’interesse comune».
La carta postbellica dell’Europa vide l’emergere di repubbliche in Russia, Germania, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia e nei tre Stati baltici, oltre che in Bielorussia, Ucraina occidentale, Georgia, Armenia e Azerbaijan (assorbite di forza nell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche nel periodo dal 1919 al 1921). I trattati di Parigi del 1919-1920 costituirono, osserva a sua volta François Furet, «più che una pace europea, una rivoluzione europea», che sconvolse l’equilibrio sul quale si reggeva l’Europa dal Congresso di Vienna. Al cancelliere austriaco Metternich successe, come architetto del nuovo equilibrio internazionale, il presidente americano Woodrow Wilson che si presentò come il profeta di una nuova era in cui, in nome del principio dell’«autodeterminazione dei popoli» le nazioni libere avrebbero finalmente trovato la via del progresso, della giustizia, della pace. «La Conferenza di pace - ricorda Charles Seymour, uno dei negoziatori americani del Trattato di Versailles - si trovò posta nella posizione di un autentico liquidatore dello Stato asburgico. (...) In forza del principio di autodeterminazione dei popoli, spettava alle nazioni danubiane di determinare da sole il loro destino». Il diritto assoluto delle nazionalità a costituirsi come Stati indipendenti, proclamato per la prima volta dalla Rivoluzione francese, veniva così elevato a principio giuridico e a regola suprema della politica internazionale. L’Impero austriaco venne smantellato e rimpiazzato da un mosaico di piccoli Stati certamente non più omogenei né meno multinazionali dell’Impero che essi avevano dissolto. Fu creata artificialmente la Ceco-Slovacchia, che manteneva una grande parte delle sue risorse in territorio tedesco, polacco e ungherese, compresa l’antica capitale ungherese, Poszsonyi (Pressburg). Essa era composta non solo dai cechi e dagli slovacchi, ma da alcuni milioni di tedeschi, che non rinunciavano ai propri diritti, da un considerevole numero di polacchi, in Slesia e da un certo numero di magiari, profondamente irredentisti. Nei Balcani, il ruolo che aveva esercitato l’Austria fu affidato alla Jugoslavia, anch’essa creata ex-novo. Sarebbe stato equo, certamente, ricompensare i serbi, ma attribuire a essi la Bosnia, l’Erzegovina, il Montenegro, una grande parte dell’Albania e gli sbocchi sul mare di cui in precedenza erano privi, significò raddoppiare il loro territorio, senza garantire l’equilibrio in quell’area.
L’Italia, d’altra parte, che era entrata in guerra soprattutto contro l’Austria-Ungheria, dopo la pace si trovò alle frontiere orientali un nuovo Stato che costituiva per essa una minaccia non minore dell’Impero asburgico. Meglio sarebbe stato allora trovare un compromesso con l’Austria per ottenere Trieste e Fiume. La delusione dell’Italia per la «vittoria mutilata» la destinava a trovare un’intesa con la Germania, mentre l’Austria non poteva che aspirare, per sopravvivere, a un’unificazione con la Germania. La strada da seguire, sarebbe stata non già quella di «balcanizzare» l’Impero austriaco, ma di «debalcanizzare» i Balcani, formando una sola grande federazione dotata di autentica indipendenza e dei mezzi politici ed economici necessari a sopravvivere. Questo blocco, politicamente omogeneo, anche se etnicamente disomogeneo, avrebbe potuto espandere la sua influenza verso il Sud e l’Est del continente e costituire il naturale alleato politico delle potenze vincitrici. Allo stesso modo, la Polonia, che fin dal Dodicesimo secolo aveva svolto un ruolo di primo piano nella cristianità, avrebbe potuto divenire un bastione dell’Europa verso l’Est e, nello stesso tempo, contenere le spinte della Germania. La Conferenza di Pace indebolì invece la Polonia a Est, separando da essa la Lituania, che le era stata unita da un legame liberamente ratificato per circa cinque secoli, e riconoscendo l’indipendenza dalla Russia dell’Ucraina e della Curlandia (la futura Lettonia), mentre si concedevano ai polacchi terre prussiane, come Koeningsberg e il corridoio di Danzica, inevitabilmente destinate a costituire un casus belli con la Germania. Ciò che le potenze di Versailles fecero per l’Austria, non lo fecero per la Germania. Avrebbero potuto smembrarla; si limitarono invece a imporle la forma repubblicana, mantenendone l’unità. Le mutilazioni territoriali a cui fu sottoposto il Reich guglielmino (un settimo del suo territorio e un decimo della sua popolazione) lasciarono intatto il nucleo essenziale delle sue strutture politiche e sociali e dei meccanismi che ne avevano permesso l’espansione politica, militare ed economica. La Conferenza di Parigi non solo non indebolì la Germania, ma la consolidò, distruggendo quel sistema di piccoli Stati sovrani, circa una trentina di staterelli e di troni che avrebbero potuto costituire un forte elemento di resistenza al totalitarismo. Con ciò la conferenza di Parigi rese al pangermanesimo un servizio maggiore di quanto avrebbe potuto rendergli lo stesso Bismarck. Jacques Bainville lo notò immediatamente: «L’opera di Bismarck e degli Hohenzollern era rispettata in ciò che aveva di essenziale. L’unità tedesca non era solo mantenuta, ma rinforzata». Non solamente gli Alleati la rispettarono - osservava lo storico francese - «ma la consacrarono con il loro sigillo, gli diedero la base giuridica internazionale che mancava a essa dal 1871» . L’Impero guglielmino era, nonostante tutto, una Federazione. La nuova Germania repubblicana si presentava come uno Stato centralizzato, le cui frontiere riunivano sessanta milioni di uomini umiliati dalle potenze vincitrici. La Francia e la Germania restavano politicamente «condannate all’antagonismo».
La Conferenza di Parigi, unificò e consolidò la Germania, ma allo stesso tempo ne umiliò le aspirazioni, spingendola verso il riarmo e il revanscismo. I «paragrafi ingiuriosi» dei Trattati di Versailles, come l’articolo 231 che addossava interamente alla Germania e ai suoi alleati la colpa dell’«aggressione» dell’agosto 1914 e la richiesta della consegna dei «criminali di guerra», a partire dall’Imperatore Guglielmo II, furono sentiti dall’opinione pubblica tedesca come un inaccettabile diktat e offrirono il pretesto per la costituzione di un «fronte anti-Versailles» che unì progressisti e conservatori. Lo squilibrio generato dalla pace di Versailles favorì i due «fratelli nemici» che entrarono pressoché contemporaneamente sulla scena negli anni Venti: bolscevismo e fascismo. La dinamica storica europea e mondiale, tra il 1917 e il 1945, fu determinata, come ha sottolineato Ernst Nolte, dalla grande «guerra civile europea» condotta tra il Terzo Reich e l’Unione Sovietica. Molti uomini politici europei non compresero l’affinità di fondo che legava i due sistemi ideologici, ma attribuirono al comunismo sovietico il ruolo di «avanguardia» nel processo di democratizzazione dell’umanità. Il più significativo rappresentante di questa «politica delle illusioni» fu Eduard Benes, succeduto a Masaryk nel 1935 come presidente della repubblica Cecoslovacca. Attardato epigono della visione ottocentesca del progresso, egli non comprese come la prima guerra mondiale aveva segnato la fine non solo della cristianità, ma di quella stessa civiltà della ragione, che era nata in contrapposizione a essa a partire dall’umanesimo. Benes morì il 3 settembre 1948, alla vigilia del colpo di Stato comunista, illudendosi fino all’ultimo sulla possibilità di un’evoluzione in senso democratico del comunismo sovietico. Nell’opuscolo Sulla via della vittoria, pubblicato a Roma nel 1945 dall’Istituto storico cecoslovacco, egli esalta Stalin e afferma la sua piena fiducia nelle intenzioni dell’Unione Sovietica. Per i paradossi non infrequenti della storia, l’Europa fu salvata, nella seconda guerra mondiale, da quella stessa potenza che venti anni prima aveva contribuito a disgregarla. Se gli Stati Uniti non fossero entrati in guerra, il conflitto avrebbe di fatto visto di fronte nazismo e comunismo: la vittoria dell’uno o dell’altro avrebbe segnato la fine irrimediabile dell’Europa. L’entrata in guerra degli Stati Uniti contribuì non solo a determinare la sconfitta del nazionalsocialismo, ma a evitare che l’Europa fosse totalmente conquistata dall’Unione Sovietica. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa politica ha cessato di essere al centro della storia, ma gli Stati Uniti si trovano di fatto a svolgere sulla scena mondiale un ruolo analogo a quello dell’Austria-Ungheria di un tempo: essi appaiono oggi come gli unici possibili difensori dell’ordine in un mondo segnato dal caos rivoluzionario. La storia insegna d’altra parte che per comprendere la natura e le cause della guerra, occorre risalire ai trattati di pace che le hanno concluse. Ciò che accadde a Parigi appare come la negazione di qualsiasi forma di preveggenza politica, a meno che non si debba pensare, come molti hanno fatto, a una scelta deliberata per impedire un’autentica pacificazione dell’Europa e facilitare l’esplosione di nuovi conflitti. Nessuno lo ha sintetizzato meglio di Niall Ferguson: «La prima guerra mondiale fu nello stesso tempo dolorosa, nel senso datogli dal poeta, e “un peccato”. Fu qualcosa di peggiore di una tragedia, qualcosa che, come ci è stato insegnato dalla drammaturgia, deve essere considerata in ultima analisi inevitabile. Fu niente di meno che il più grande errore della storia moderna».
 

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