E' noto, soprattutto grazie alle ricerche di Emilio Gentile e di George Mosse, come fosse in atto da decenni, sulle masse che irruppero con la Grande guerra sul proscenio della storia, un processo di nazionalizzazione che l’evento bellico contribuì a esaltare e ad accelerare ulteriormente. A differenza dei maggiori Paesi europei, in cui il processo di affermazione di una identità nazionale si era concluso da tempo, il processo di nazionalizzazione risultò in Italia più complesso e sfociò in soluzioni più radicali a causa del ritardo e dei limiti con cui si era giunti all’unità nazionale, che avevano fortemente limitato e condizionato la definizione di una «religione civile» o «della patria», dove l’elaborazione dei miti, riti e liturgie erano stati per di più ostacolati da un forte movimento socialmassimalista, che, più di quanto non avvenisse per i movimenti socialisti degli altri Paesi, si presentava ancora alla vigilia della guerra sostanzialmente ostile ed estraneo al processo nazionale, restio a una collaborazione con le forze più avanzate della borghesia illuminata, attardandosi su posizioni massimaliste e genericamente rivoluzionarie. Erano stati quindi i vari movimenti a carattere nazionalistico ad appropriarsi del compito d’interpretare e gestire le spinte che provenivano da ampi settori del Paese, di reclamare una «politica nuova» all’altezza degli ideali risorgimentali e patriottici, di far proprio il mito di uno «Stato nuovo» che riappacificasse finalmente le masse, tenute fino ad allora lontano dalle istituzioni, con lo Stato nato dal Risorgimento. Un compito che venne successivamente ereditato dal fascismo, che seppe presentarsi come l’artefice della «nuova politica» e il costruttore dei miti di una nuova «religione patria» in grado di dare agli italiani quel senso di appartenenza a una «comunità» che le classi dirigenti risorgimentali e quella post-risorgimentale avevano potuto solo abbozzare. Il nazionalismo e il lento processo di nazionalizzazione delle masse avevano quindi preparato il terreno favorevole, al fascismo non rimase che approfittarne abilmente. Anche per questo la Grande guerra fu il brodo di coltura, l’humus da cui prese corpo il fascismo. Con i suoi studi sull’ideologia fascista, Zunino ci ha spiegato molto bene come il fascismo seppe ecletticamente mutuare dalla tradizione politica risorgimentale elementi ideologici spurii provenienti sia dal ceppo liberale sia soprattutto da quello mazziniano riuscendo a rappresentare se stesso come un elemento di continuità della tradizione risorgimentale e allo stesso tempo come un movimento «nuovo», «giovanile» e «rivoluzionario» inserito nelle moderne correnti irrazionalistiche in circolazione dagli inizi del secolo. Il fascismo riusciva in tal modo a dar voce al malessere e alle urgenze dei reduci della Grande guerra, alle aspettative di chi era andato a combattere con la convinzione di contribuire in tal modo al completamento dell’unità nazionale e nel contempo a rinnovare la vita pubblica, spazzando via la vecchia politica dei compromessi di una classe liberale pantofolaia e pavida. Era il terreno ideologico su cui si era già misurato il movimento nazionalista in epoca giolittiana, che, sebbene non avesse ottenuto apparentemente risultati vistosi, era riuscito tuttavia a condizionare politicamente e culturalmente settori importanti della destra liberale succeduta a Giolitti alla direzione del Paese, la quale si era quindi presentata all’appuntamento della guerra convinta della sua necessità e soprattutto convinta che il bagno di sangue che si annunciava potesse rigenerare le virtù civili del Paese e il senso della sua missione nel mondo, e, soprattutto, rinnovare in tutte le classi il senso di appartenenza a una unica comunità nazionale. Ancorché settori non irrilevanti della «sinistra» moderata e del sindacalismo rivoluzionario fossero anch’essi profondamente influenzati dai temi nazionalistici e si schierassero con il fronte interventista, presentando la guerra gli uni come il compimento del Risorgimento, la fase conclusiva dell’unità nazionale, e gli altri come la necessaria premessa di successivi processi rivoluzionari più radicali, tuttavia a sinistra l’egemonia del massimalismo socialista riuscì a mantenere estranee le masse socialiste ai profondi rivolgimenti in atto con la guerra, inchiodando tutto il Psi su posizioni neutraliste, unico partito socialista di un grande Paese europeo a rimanere estraneo al cataclisma che aveva ormai investito tutto il continente e che, come era facilmente prevedibile, avrebbe finito per sconvolgerne gli assetti politici e sociali. Quindi, mentre nei maggiori Paesi europei i partiti socialisti facevano il loro ingresso al governo in grandi coalizioni con i partiti democratici e liberali, motivando la propria scelta con la drammatica necessità di dar vita a una unione sacrée a difesa della patria e della nazione, in Italia il partito socialista sposò le ragioni di un anomalo pacifismo, spiegato con argomenti di stampo leniniano - cioè ci si trovava di fronte a una guerra «imperialista» - che, con il «pilatesco» slogan «né aderire né sabotare», contribuì non poco a indirizzare il processo di nazionalizzazione delle masse verso posizioni rivoluzionarie di destra. Si consegnò in tal modo al movimento fascista, l’unico che non esitasse a rivendicare coerentemente nel dopoguerra le ragioni dell’intervento, l’elaborazione di una «mitologia» patriottica e nazionale della Grande guerra, permettendo che esso si presentasse come l’autentico erede delle tradizioni risorgimentali, il vero protagonista del compimento dell’unità nazionale. In tale clima fu facile per Mussolini far convergere sul suo movimento le simpatie di ampi settori del reducismo e del combattentismo. A portare altra acqua al mulino del movimento fascista si misero poi gli elementi più radicali delle organizzazioni socialiste che presero a trattare i reduci e soprattutto i volontari come veri e propri criminali, non esitando a indicarli, con una ottusa pervicacia e assoluta mancanza di coscienza del momento politico, al pubblico ludibrio come gli unici responsabili del genocidio bellico. Credo che una delle pagine più opache della storia del movimento operaio e socialista fu questo assurdo linciaggio che spinse molti reduci tra le braccia compiaciute dei primi fasci di combattimento. Non fu un caso che le prime spedizioni punitive, condotte contro le sedi delle organizzazioni socialiste, fossero dirette da ex ufficiali reduci, che portarono nella battaglia politica di piazza sistemi di attacco e di difesa mutuati dall’esperienza al fronte. A dare un’ulteriore spallata alle fragili basi delle istituzioni democratiche del nostro Paese ci pensò D’Annunzio con la sua avventura fiumana del settembre 1919, vera e propria prova generale per il fascismo della successiva marcia su Roma.
Non minore responsabilità sugli sviluppi autoritari del primo dopoguerra portano la Chiesa e le masse cattoliche, che, emarginate per tutto il Risorgimento dalle lotte per l’unità nazionale, ottenuta anzi contro la loro volontà, si avvicinarono alla Grande guerra con insuperabili riserve psicologiche e ideologiche, rafforzate dalla consapevolezza che ci si stava accingendo a entrare in guerra contro la «cattolicissima» Austria. In definitiva, gli esponenti politici e i portavoce ideali delle due uniche realtà sociali e di massa del Paese, i socialisti per il proletariato e le organizzazioni cattoliche per le masse contadine, furono ostili alla guerra, e continuarono nel dopoguerra a condannare chi l’aveva voluta e condotta. Il Paese venne pertanto mantenuto in una condizione di grande «effervescenza» sociale, foriera - almeno così si fece sciaguratamente credere - di imminenti rivolgimenti più rivoluzionari, con le masse pervase da un messianesimo che contribuì a mantenerle in una posizione d’irriducibile contrasto con le élites politiche liberali che, dopo aver diretto il Paese nella terribile esperienza bellica, stavano provando ad avviare un faticoso processo di democratizzazione delle istituzioni. Vi sono oggi pochi studiosi e intellettuali disposti a negare che la Grande guerra abbia rappresentato l’origine del fascismo, il suo brodo di coltura. Delle tre interpretazioni «classiche» del fascismo, che si contesero il campo durante e subito dopo la caduta del regime mussoliniano, caduta in disuso l’interpretazione radicale, che intendeva il fascismo come «la logica e inevitabile conseguenza di una serie di tare caratteristiche dello sviluppo storico» dell’Italia, e l’interpretazione marxista, che spiegava il fascismo come «prodotto della società capitalistica e come reazione antiproletaria», anche se quest’ultima continua a sedurre ancora, con alcuni imbellettamenti a cui è stata nel frattempo sottoposta, qualche pigro e malinconico sopravvissuto della florida stagione in cui la storiografia marxista si presentava egemone, occorre prendere atto che a resistere almeno parzialmente all’analisi storiografica è proprio l’interpretazione che sembrava dover più facilmente soccombere alle più recise argomentazioni radical-comuniste, cioè quella liberale, che interpretava il fascismo come una sorta di malattia morale i cui germi erano stati inoculati dalla guerra europea.
Il fascismo quindi inteso come il prodotto della guerra.
Occorre tuttavia precisare ulteriormente che non fu la guerra a rendere inevitabile l’avvento del fascismo, come sosteneva invece Croce, per il quale esso fu «uno smarrimento di coscienza, una depressione civile e una ubriacatura, prodotta dalla guerra», poiché in altri Paesi, che parteciparono all’immane conflitto respirandone gli inevitabili miasmi, le basi democratiche non corsero mai alcun pericolo. Il fenomeno degli sradicati, le grandi difficoltà del loro reinserimento nel tessuto civile, le delusioni del dopoguerra, il rimescolamento sociale provocato dal conflitto, non rappresentarono mai una insidia per le istituzioni democratiche, poiché con la partecipazione attiva e l’assunzione, in quel momento tragico per la vita della nazione, di gravi responsabilità di governo, i partiti e i movimenti socialisti seppero guadagnarsi la fiducia incondizionata dei ceti medi e nel contempo riuscirono a guidare e controllare l’incalzante processo di nazionalizzazione delle masse, che pertanto non furono mai perse alla normale dialettica democratica della vita politica. In Paesi come la Francia e l’Inghilterra furono proprio le scelte «nazionali» operate dai grandi movimenti socialisti a favorire la loro successiva legittimazione a dirigere già nell’immediato dopoguerra la cosa pubblica, consentendo a essi di completare il compito gravoso ma condotto con successo di far assumere ai processi di «nazionalizzazione» e di attivazione alla politica delle masse valore di sostegno delle istituzioni democratiche. Non fu un caso ad esempio la costituzione in Inghilterra del primo governo laburista già nel 1923. In Italia, le responsabilità dell’avvento del fascismo, sebbene non possano prescindere dalle considerazioni sugli effetti della guerra, vanno perciò cercate anche nelle scelte di altri protagonisti della scena politica che con i loro errori contribuirono non poco al successo mussoliniano. Gravi responsabilità, come si è detto, si assunse in questa prospettiva il socialismo italiano, che, in un’Europa in fiamme, mantenne le proprie organizzazioni di massa estranee agli eventi bellici, ipnotizzandole successivamente con le prospettive rivoluzionarie che l’esperienza bolscevica sembrava indicare, e conservandole in tal modo ostili e contrapposte alle istituzioni democratiche che faticosamente cercavano di prender forma dalle difficoltà del dopoguerra e in netta contrapposizione al radicalismo di destra. La posizione assolutamente intransigente del partito socialista nei confronti dei governi democratici, soprattutto quelli di Nitti, che si succedettero alla guida del Paese negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, le posizioni tentennanti e incerte nei confronti degli sviluppi della rivoluzione bolscevica e dell’adesione al Comintern, lo stesso partito paralizzato dal conflitto interno tra Serrati e Turati, cioè tra un progetto massimalista e uno riformista, provocarono seri danni alla vita del Paese sbarrando il passo a qualunque prospettiva di ritorno alla normalità della dialettica politica. Il riformismo socialista porta su di sé il peso della grave responsabilità di aver sciolto troppo tardi i legami con il massimalismo, di aver dato vita troppo tardi a un partito riformista, cioè alla vigilia della marcia su Roma, con il fascismo ormai trionfante, mentre non si contano le precedenti occasioni che Turati aveva lasciato cadere per una collaborazione con i settori più avanzati della borghesia liberale che avrebbe in tal modo consentito il rafforzamento delle istituzioni democratiche e l’allargamento delle basi sociali di consenso allo Stato liberale. In tal modo si finì per favorire lo sviluppo del fascismo, che poté presentarsi come l’erede del nazionalismo, come l’unico baluardo della montante marea sovversiva che minacciava le basi della nazione, come il vero difensore delle ragioni che avevano condotto il Paese alla guerra. In questa prospettiva, è possibile concludere che la Grande guerra rappresentò in Italia un appuntamento mancato tra le istituzioni democratiche e il movimento socialista, che ebbe ripercussioni tragiche per la storia italiana tra le due guerre.