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Due spari e nacque il pacifismo

LIBERAL BIMESTRALE
di Alberto Indelicato
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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Dal 5 all’8 settembre del 1915 gli abitanti di Zimmerwald non lontano da Berna videro circolare per le stradine del loro piccolo borgo degli strani personaggi verbosi e gesticolanti, evidentemente stranieri, molti dei quali con barboni imponenti come quella dell’italiano Emanuele Modigliani, o con abbondanti barbette a pizzo come quella di un piccolo russo chiamato Vladimir Ilij Lenin. Erano - si disse - dei socialisti che volevano por termine alla guerra tra gli Stati europei che imperversava da un anno, venuti da vari Paesi belligeranti. In realtà non rappresentavano molti partiti. C’erano quello italiano, che aveva la delegazione più numerosa (ne facevano parte anche Angelica Balabanoff, Giacinto Menotti Serrati, Costantino Lazzari), quello romeno e forse quello socialdemocratico russo. Il dubbio su quest’ultimo era dovuto al fatto che di esso, diviso nelle due fazioni bolscevica e menscevica, erano presenti alcuni dirigenti, ma non era chiaro se essi rappresentassero tutto il partito o solo delle correnti. Lo stesso creatore della socialdemocrazia dell’impero zarista, Gheorgy Valentinovi Plekhanov, che si trovava a Parigi, si era, infatti, immediatamente pronunciato a favore della guerra. Anche a San Pietroburgo, d’altronde, alcuni deputati delle due fazioni avevano votato alla Duma per la difesa della patria. A Zimmerwald erano presenti anche dei membri di partiti di Paesi neutrali, compresi a titolo individuale gli svizzeri, o di organizzazioni di scarsa rilevanza politica. Gli argentini avevano mandato un messaggio. Il valore dell’incontro era enormemente sminuito dal fatto che, a parte qualche esponente dissidente e minoritario, non erano rappresentati i tre partiti socialisti più importanti, che erano anche quelli dei maggiori Paesi belligeranti: il tedesco, il francese e l’austriaco. I loro dirigenti avevano tradito mancando all’impegno, ripetutamente preso nelle riunioni dell’Internazionale socialista, di opporsi ai loro governi con tutti i mezzi nel caso che essi avessero voluto precipitare i loro popoli nella catastrofe bellica e avevano votato tutti all’unanimità i crediti di guerra. Quello francese aveva addirittura aderito all’Union Sacrée, partecipando con suoi uomini al governo di difesa nazionale. Tutti i presenti a Zimmerwald furono d’accordo sul fatto che il loro fosse stato un «tradimento vergognoso». Molti dei convenuti si chiedevano se la Seconda Internazionale, cui aderivano tutti i partiti socialisti, sarebbe sopravvissuta dopo aver mostrato la sua impotenza, tuttavia alcuni partecipati - come gli italiani - chiarirono che con la riunione non si voleva creare una nuova organizzazione internazionale. Tutti d’accordo dunque sul tradimento dei vecchi dirigenti, perché tutti pacifisti, ma tolti quei due punti di concordanza - la denuncia dei capi storici e la necessità di porre termine al «conflitto imperialista, voluto dalle classi capitalistiche per soddisfare la loro avidità di guadagno con l’accaparramento del lavoro umano e per impadronirsi delle ricchezze del mondo intero» - restava tra i presenti un dissidio fondamentale. Per alcuni - la maggioranza - la pace significava un ritorno puro e semplice allo status quo, una pace - dicevano - «senza annessioni e senza indennità». Essi stessi però vi aggiungevano il diritto all’autodeterminazione, ma l’esercizio di questo diritto non avrebbe portato a delle annessioni? Gli alsaziani pronunciandosi per la Francia, o i triestini votando per l’Italia non avrebbero dimostrato che la guerra era servita a qualcosa di diverso dei «programmi dei capitalisti»? In ogni modo la formula non piaceva ad altri presenti e, specialmente, faceva infuriare il russo dal pizzetto, secondo cui «la guerra imperialista doveva cessare immediatamente, ma soltanto per esser trasformata in guerra civile». Tutti i combattenti, rifiutando di obbedire agli ordini, avrebbero dovuto rivolgere le armi contro i loro governanti per cacciarli e instaurare dei sistemi socialisti, che avrebbero reso le guerre impossibili per sempre. La stessa parola pacifismo sembrava a Lenin equivoca e ingannevole, più adatta a dei borghesi conservatori che a dei marxisti che dovevano e volevano cambiare il mondo. Il mondo non si cambia con la pace ma, come aveva insegnato Marx, con la violenza «levatrice della storia». Altro che pacifismo! Tra i due gruppi non vi era alcuna possibilità di un compromesso. Lenin e la sua piccola fazione dichiararono che avrebbero votato contro il documento che invocava la pace pura e semplice.
Non risulta che durante quelle accalorate e inconcludenti discussioni sia stato fatto un nome, quello di un altro socialista che alla pace aveva dedicato tutta la sua opera e che a causa della sua propaganda era stato ucciso un anno prima, proprio alla vigilia dell’inizio del conflitto, il 31 luglio del l914. I tre giorni precedenti erano stati duri e intensi per quel socialista: Jean Jaurès. Il 29 luglio, giorno seguente alla dichiarazione di guerra di Vienna alla Serbia, egli aveva tenuto un comizio a Bruxelles in cui aveva accusato la Russia di voler trascinare la Francia in una guerra a cui Parigi non poteva essere interessata. «Per noi socialisti francesi - aveva detto - le cose sono semplici, non abbiamo bisogno di premere sul nostro governo per mantenere la pace, perché esso la vuole e lavora per mantenerla». È poco probabile che Jaurès credesse veramente a quanto affermava. Egli stesso, pochi giorni prima, aveva votato contro i crediti necessari per il viaggio del presidente della Repubblica Poincaré in Russia proprio perché temeva che la Russia legasse ancor di più la Francia alla sua politica bellicista. Il 30 luglio la notizia della mobilitazione generale russa aveva dimostrato che il conflitto non sarebbe più stato limitato all’Austria e alla Serbia e, tuttavia - secondo Jaurès - Parigi non sarebbe stata obbligata a onorare l’alleanza con San Pietroburgo. Aveva chiesto perciò di veder subito il presidente del consiglio Viviani che lo rassicurò mentendo, perché sapeva che era fallito l’ultimo tentativo britannico di fermare il corso degli eventi con un intervento amichevole sulle quattro potenze interessate: Germania, Russia, Austria-Ungheria e Francia. Jaurès, malgrado le parole del presidente del Consiglio, non si faceva più delle illusioni, come dimostra il fatto che chiese a Viviani se sarebbero stati arrestati i pacifisti sovversivi elencati nel «taccuino B», nel quale c’era pure il suo nome. Viviani rispose negativamente. L’editoriale, che Jaurès scrisse quella sera per il quotidiano ufficiale socialista L’Humanité, aveva un tono quasi rassegnato. Non vi si parlava più di proclamare lo sciopero generale contro la guerra o di far ricorso all’arbitrato, che egli aveva in precedenza raccomandato come strumento per evitare i conflitti, ma si rimandavano le speranze al dopoguerra, «quando gli uomini si sarebbero resi conto della tragedia che avevano provocato e avrebbero posto la loro vita sociale su basi di democrazia, di giustizia e di concordia...». Eppure il 31 luglio egli cercò ancora di esser ricevuto da Viviani, al quale avrebbe voluto dire: «La Francia della Rivoluzione non può associarsi alla Russia dei mujik contro la Germania della Riforma. La Francia non deve precipitare in una guerra per salvare il traballante trono di Nicola II, né per permettere a costui di ergersi a paladino degli slavi del Sud». Jaurès manifestò queste sue opinioni a un sottosegretario perché Viviani non lo ricevette. Il presidente in quel momento stava ascoltando l’ambasciatore tedesco, che lo informava dello «stato di pericolo di guerra» proclamato da Berlino e del fatto che la Germania non solo aveva ingiunto alla Russia di smobilitare entro dodici ore, ma anche che in caso di rifiuto avrebbe anch’essa proclamato la mobilitazione generale. Il sottosegretario Abel Ferry nascose a Jaurès che il governo francese aveva rigettato l’ingiunzione tedesca di dichiararsi neutrale, aveva anche già confermato a quello russo la sua intenzione di mantener fede all’alleanza e aveva già preso le prime misure militari in previsione dell’entrata in guerra. Prima di tornare in redazione per scrivere un articolo di accusa contro la Russia, che voleva una guerra in cui intendeva trascinare la Francia, Jaurès fu convinto dai compagni a recarsi con loro al non lontano Café du Croissant. Fu lì che dalla strada Raoul Villain, un giovane nazionalista probabilmente squilibrato, gli sparò due colpi di pistola. La sua agonia durò cinque o sei minuti. L’assassino era un accanito lettore della stampa sciovinista sovvenzionata dall’ambasciata russa: Le Figaro, Le matin, Le petit parisien, Le petit journal, giornali che per anni avevano violentemente attaccato Jaurès con le accuse di tradimento, scatenando contro di lui una vera e propria campagna d’odio. «Il generale che facesse mettere al muro il cittadino Jaurès - aveva scritto Paris-Midi - e facesse scaricare un po’ di piombo nel suo cervello farebbe soltanto il suo dovere». Il giornale nazionalista dell’Action Française martellava: «Jaurès, si sa, è la Germania». La sua colpa non era soltanto di essersi sempre opposto alla guerra, ma anche di non odiare la Germania, nemico storico della Francia e oppressore degli alsaziani e dei lorenesi, e in effetti Jaurès si era già in passato schierato contro ogni eventualità di conflitto franco-tedesco. Nel l905, in occasione della prima crisi per il Marocco, pur non contrario alla sua colonizzazione da parte della Francia («la civiltà della Francia è certamente superiore a quella dei marocchini», aveva scritto), egli aveva sostenuto la tesi che la penetrazione in quel territorio poteva essere effettuata in modo pacifico e senza scontri con la Germania. Il ministro degli Affari esteri Delcassé vedeva invece nella questione marocchina un’occasione «per mettere a posto la Germania» e saggiare la solidità dell’alleanza francese con la Russia e dell’intesa con la Gran Bretagna. Jaurès non poteva condividere questa impostazione della politica estera del governo sia perché la riteneva provocatrice e rischiosa, sia perché per ragioni ideologiche non era mai stato favorevole all’alleanza con la Russia dell’autocrazia zarista. Egli era inoltre estimatore della cultura tedesca, dei suoi poeti e grandi pensatori, su cui aveva meditato sin da giovanissimo. Non per nulla si era laureato con una tesi in latino: De primis socialismi germanici lineamentis apud Lutherum, Kant, Fichte et Hegel. E della Germania apprezzava naturalmente anche il partito socialista che, per la sua forza e per la sua disciplina, doveva a suo parere essere preso ad esempio da tutti i partiti socialisti e in particolare da quello francese.

Secondo la stampa nazionalista, sovvenzionata o no dai russi, il «tradimento» di Jaurès era stato dimostrato anche dalla campagna che egli aveva sostenuto contro l’aumento da due a tre anni del servizio militare obbligatorio, chiesto dagli alti vertici militari, sostenuto dal mondo politico conservatore e appoggiato da tutta la stampa. Egli aveva invece proposto la creazione di un «esercito popolare», di cui nel suo libro L’Armée Nouvelle aveva disegnato i lineamenti. Doveva essere formato da cittadini in armi, coscienti del compito loro affidato di difendere con la Francia i valori di libertà e di dignità umana. La soluzione che egli proponeva si ispirava a un’immagine idealizzata delle truppe rivoluzionarie, che Jaurès doveva probabilmente alle riflessioni su cui aveva fondato la sua Storia socialista della Rivoluzione francese. Ai cittadini, a partire dall’età di dieci anni (quindi sin da bambini), avrebbe dovuto essere impartita una preparazione militare continua; dai venti ai vent’otto anni essi sarebbero stati richiamati ogni anno per un periodo di addestramento di venti giorni. Ciò, a suo avviso, avrebbe dato a ciascuno di loro una maggiore responsabilità e avrebbe fatto sì che la disciplina diventasse per tutti un comandamento interiore e non un obbligo. Era certamente un progetto utopistico e poco praticabile - gli si era obiettato - e oltre tutto richiedeva tempi lunghi incompatibili con la pesante atmosfera internazionale. La questione marocchina, dopo la battuta d’arresto della conferenza di Algesiras del 1906, era tornata d’attualità con un nuovo duro contrasto con la Germania. Contemporaneamente nei Balcani, dopo l’annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria-Ungheria, erano scoppiate ben due guerre tra i vari Paesi già dominati dall’Impero ottomano, ognuno dei quali aveva un protettore o la Russia o l’Austria-Ungheria o la Germania. Anch’essi quindi rischiavano d’essere risucchiati nel vortice di quelle contese. E non si poteva ignorare che la Germania era nemica della Francia, mentre la Russia era sua alleata. Parlare in quella situazione - come faceva Jaurès - di modificare la struttura dell’esercito o addirittura di pacifismo, sostenere che per mantenere la pace bastassero le risoluzioni dell’Internazionale socialista, che minacciavano scioperi generali da parte di tutti i partiti socialisti europei, equivaleva a rifiutarsi di guardare in faccia la realtà o peggio a ingannare l’opinione pubblica francese, nascondendole i gravissimi rischi che correva la patria. Sino al 28 giugno 1914, giorno dell’attentato di Sarajevo in cui fu ucciso Francesco Ferdinando d’Asburgo, Jaurès continuò a non credere che la guerra fosse possibile o almeno imminente; tutto sommato ci si era quasi abituati ai disordini balcanici. Egli credette che, come era stato possibile evitare complicazioni europee nei due anni e per le due guerre precedenti, ancora una volta la crisi sarebbe stata superata. Per ogni eventualità il partito socialista il 14 luglio approvò una sua mozione che prevedeva al solito lo sciopero generale simultaneo in caso di minaccia di guerra. I governi sarebbero stati così costretti dalla reazione dei popoli a rinunciare alla guerra e a ricorrere all’arbitrato internazionale. Era questo allora, quando non esistevano ancora né la Società delle nazioni né l’Onu, il ricorso estremo, ma sicuro, a cui si richiamava il pacifismo europeo. Soltanto Lenin, probabilmente, non nutriva in esso alcuna fede. Jaurès non ritenne che la guerra fosse vicina neanche dopo l’approvazione di quella mozione, tanto è vero che si ripromise di sottoporla alla riunione che l’Internazionale socialista avrebbe tenuto a Vienna e che era prevista per il 23 agosto. Egli era certo che essa sarebbe stata approvata dai compagni tedeschi e da quelli austriaci. Naturalmente la riunione non ebbe mai luogo. Gli stati maggiori con i loro piani, i responsabili politici con i loro ultimatum e non ultimi i giornalisti con i loro articoli infuocati non attesero che passasse un altro mese per dar tempo ai socialisti di opporsi con il loro sciopero all’entrata in funzione dei cannoni e all’inizio delle ostilità. Se, tutto sommato, Jaurès era stato sino ad allora incredulo del pericolo bellico, nella seconda metà di luglio egli fu - come si è visto - preso da una frenesia di azione: comizi, articoli, incontri con membri del governo e degli altri partiti, tutto per impedire quel che appariva inevitabile. La sua lotta per la pace fu sino all’ultimo instancabile ed eroica. Il giorno seguente alla sua morte tragica il governo fece affiggere un proclama per condannare «l’abominevole assassinio» di Jean Jaurès che - si affermava con scarso rispetto della verità - «aveva sostenuto con la sua autorità l’azione del governo nell’interesse della pace». La guerre sociale, il giornale di un altro socialista, Gustave Hervé, che si era distinto per anni nella propaganda antimilitarista e antipatriottica («la bandiera - aveva scritto tra l’altro - è uno straccio su un letamaio»), uscì con il titolo «Hanno assassinato Jaurès! Non assassineranno la Francia! Difesa Nazionale!». Il titolo del giornale fu cambiato in «La Victoire» e Hervé votò con gli altri 97 deputati socialisti i crediti di guerra. La grande manifestazione nazionale dei funerali di Jaurès il 4 agosto fu preceduta e accompagnata dalle dimostrazioni di entusiasmo per la guerra contro la Germania iniziata il giorno prima. Le grida «Viva Jaurès» si confusero con quelle di «Morte al Kaiser!» e «A Berlino! A Berlino!». Sembrava che, dopo essere stato ucciso, Jaurès fosse stato reclutato nel partito della guerra, proprio lui, il combattente pacifista, l’uomo accusato di tedescofilia e contro cui si era accumulato per anni l’odio inestinguibile di tutti i nazionalisti. Eppure in quella mistificazione patriottica c’era qualcosa di vero: il suo pacifismo non era mai stato assoluto o acritico. Egli era pur sempre l’uomo che aveva scritto: «I francesi si sentono francesi e, se il loro suolo natale dovesse essere invaso, essi combatteranno per difenderlo e per liberarlo». Molti, compresi i suoi compagni socialisti, erano convinti che se fosse vissuto si sarebbe schierato a favore della guerra per difendere la Francia. Secondo questa ipotesi, naturalmente fuori di qualsiasi possibilità di verifica, egli si sarebbe ritrovato in nome del patriottismo dalla stessa parte del suo assassino, Raoul Villain. Questi, rinchiuso in carcere in attesa del processo che ebbe luogo nel l924 (e da cui uscì assolto per incapacità di intendere e di volere), non partecipò a quel conflitto mondiale che aveva ardentemente desiderato e di cui una delle vittime fu il figlio di Jean Jaurès. Si può solo supporre che, se non ci fossero stati gli spari di Villain, Jaurès in nessun caso sarebbe stato presente all’inconcludente riunione nel piccolo borgo svizzero di Zimmerwald.
 

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