La prima guerra mondiale è stata caratterizzata dall’impiego massiccio delle tecnologie della prima rivoluzione industriale. Esse aumentarono enormemente la potenza di fuoco degli eserciti, determinando una prevalenza strutturale della difesa sull’attacco e la fine della manovra di tipo napoleonico, che portava a una battaglia decisiva. Finì anche la «convenzione tacita» fra i belligeranti, che aveva dominato dalla Pace di Westfalia. Cioè, chi veniva sconfitto in battaglia, perdeva anche la guerra e accettava la sconfitta o, in altri termini, la pace impostagli dal vincitore. I costi, che quest’ultimo imponeva, erano tutto sommato moderati e non comportavano né cambiamenti di regime né la punizione dei vinti. Tutti avevano interesse a mantenere gli equilibri europei e internazionali. Le guerre erano limitate. Le guerre mondiali scoppiarono come guerre limitate, ma rapidamente si trasformarono in totali, sia negli obiettivi - la debellatio del nemico - sia nei mezzi, con la mobilitazione di tutte le risorse demografiche, economiche e psicologiche delle grandi potenze europee. La vittoria militare divenne preminente rispetto alle finalità politiche. Le operazioni, scollate dai loro obiettivi politici sempre limitati, subirono il processo che Clausewitz aveva denominato «ascensione agli estremi». Con l’avvento dell’arma aerea e sottomarina la guerra divenne totale anche geograficamente. Obiettivi degli attacchi non furono più solo le forze di terra e navali avversarie, ma anche la popolazione e l’economia. Lo scollamento fra le dottrine strategiche e operative - basate in tutti i Paesi sullo spirito dell’offensiva e sulla persuasione di poter conseguire una vittoria completa in tempi rapidi, rompendo il fronte avversario e dilagando in profondità - fecero trascurare la prevalenza che la tecnologia dava alla difensiva. Tutta la storia della prima guerra mondiale è consistita nella ricerca dei mezzi e dei metodi per superare lo stallo delle operazioni. Le innovazioni riguardarono più la strategia operativa e la tattica che la tecnologia di nuovi armamenti. Pur perfezionandosi, essi erano già disponibili prima della guerra.
Le soluzioni adottate non furono soddisfacenti, se non sul fronte orientale e, nelle ultime fasi della guerra, su quello italiano, con lo sfondamento di Vittorio Veneto. Esse non evitarono le enormi perdite e i costi economici dell’«inutile strage» che indebolì tutti gli Stati europei - prima della guerra dominatori del mondo - determinandone la decadenza politica e strategica, la dipendenza da potenze extraeuropee e rendendo impraticabile il sistema di equilibri di potenza esistenti in Europa dopo la fine delle guerre napoleoniche e il Congresso di Vienna. Tale processo di autodistruzione dell’Europa ebbe solo una tregua nel primo dopoguerra e si accentuò con la seconda guerra mondiale. Essa tolse all’Europa la possibilità di giocare il ruolo di attore globale e segnò, anche all’interno dell’Europa, l’inizio di un processo di integrazione sostitutivo del vecchio concetto di equilibrio. Esso, seppur con alterne vicende, segna il superamento dello Stato westfaliano e l’emergere di uno Stato post-moderno - come lo denomina Robert Cooper - in cui il completo esercizio della sovranità statale e la guerra non sono più considerati praticabili nel sistema europeo. La neutralizzazione politica, ottenuta con la divisione dell’Europa in una parte orientale e una occidentale, costituì i fini ultimi sia di Washington che di Mosca. In campo propriamente militare, il logoramento subentrò, come si è detto, all’annientamento della battaglia decisiva napoleonica. Da breve e limitata la guerra divenne lunga e totale, simile all’archetipo clausewitziano della «guerra assoluta». Le dimensioni logistiche della strategia - dalla produzione industriale al rifornimento delle unità sul fronte - prevalsero su quelle strategico-operative. Nel corso del conflitto, gli Stati Maggiori di tutti gli eserciti, in particolare quello britannico e quello tedesco, si sforzarono di escogitare tecniche e tattiche che consentissero una rottura del fronte, immobilizzato dal trinomio «mitragliatrice, trincea, reticolato» e dall’entità degli effettivi. Trinomio che aveva permesso di costituire robusti fronti continui, dal Mare del Nord alla frontiera svizzera e dallo Stelvio al Golfo di Trieste. La cosiddetta «rivoluzione negli affari militari del 1916-’17», ebbe due espressioni del tutto diverse. Da parte tedesca, fu fondata sul binomio «artiglieria pesante-truppe speciali di assalto»; da parte britannica sull’impiego a massa dei carri armati. Tali due soluzioni - su cui si tornerà in seguito - influenzarono e influenzano tuttora, anche al tempo della Network Centric Warfare, le dottrine e le strategie operative degli eserciti «post-industriali» o della «terza ondata» (che, secondo Alvin Toffler, ha seguito quella «agricola» e quella «industriale»), propria dei due conflitti mondiali. All’inizio del Ventunesimo secolo, l’artiglieria pesante è stata sostituita dai bombardieri e dai missili, mentre le tattiche e tecniche delle forze corazzate sono state perfezionate prima con la dottrina della blitzkrieg e poi con l’avvento dell’elicottero da combattimento e dell’aereo a decollo verticale, gli stessi che hanno garantito alla 3ª divisione di fanteria e ai Marines americani in Iraq un continuo sostegno di fuoco di appoggio diretto, consentendo loro una velocità operativa sconosciuta dal tempo dei mongoli di Gengis Khan. Le tecnologie impiegate nel primo conflitto mondiale erano state sviluppate nel corso del Diciannovesimo secolo. Esse avevano già trovato applicazione nella guerra civile americana e in quella russo-giapponese. Tali tecnologie non furono sviluppate specificamente per il campo militare. Furono però immediatamente utilizzate dagli eserciti e dalle marine. La maggiore produttività dell’agricoltura permise di allontanare dai lavori agricoli masse di contadini e di mobilitarli nelle fanterie degli eserciti di massa. Questi ultimi traevano la loro legittimazione politica e psicologica dalla nazionalizzazione delle masse e dai principi di cittadinanza affermatisi nel secolo precedente con le rivoluzioni francese e americana. Il darwinismo imperante nel pensiero politico e strategico consentì di assorbire enormi perdite e di mobilitare tutte le energie dei popoli belligeranti. La flessibilità dell’industria consentì la mobilitazione industriale e la fornitura di enormi quantità di armi e soprattutto di munizioni, sempre più perfezionate a mano a mano che si affinavano i processi e le tecniche produttive. Beninteso, tutti gli Stati che parteciparono alla prima guerra mondiale non pensavano al suo inizio, che avrebbe avuto quella durata e quei costi, né che avrebbe provocato il disastro che poi si produsse. Tutti iniziarono la guerra pensando che fosse limitata e, quindi, politicamente accettabile, se non razionale. Essa «scappò di mano» a politici e strateghi. Subì il processo di «ascensione agli estremi», brillantemente descritto da Clausewitz. Esso non riguardò solo gli sforzi, le perdite e i costi sostenuti, ma gli stessi obiettivi politici della guerra, che subirono anch’essi un processo di escalation, non solo rendendo impossibile un armistizio nel 1916-1917, ma anche provocando la «punizione» della Germania a Versailles da cui derivò la sua volontà di rivincita, che portò alla seconda guerra mondiale. A mano a mano che le operazioni proseguivano diveniva politicamente impraticabile giungere a paci di compromesso. Dopo aver provocato inutilmente tali massacri gli Stati avrebbero perso il potere interno, quindi, tutti intensificarono gli sforzi per conseguire una vittoria. Il culmine fu raggiunto nel 1917 con la dichiarazione di guerra sottomarina da parte della Germania per bloccare i rifornimenti dagli Stati Uniti e dagli imperi britannico e francese, e con i bombardamenti aerei delle città, in particolare quello di Parigi da parte del supercannone «Berta». Gli eserciti si trasformarono in vere e proprie macchine industriali, che assorbirono in misura inusitata, rispetto al passato, il potenziale economico delle nazioni. Basti pensare che nel 1917 oltre il 40% del prodotto interno lordo europeo fu impiegato nella guerra.
La guerra totale non è un fenomeno nuovo. Basti pensare alle guerre di religione del Diciassettesimo secolo oppure alla guerra del Paraguay nel 1864, che vide diminuire la sua popolazione da un milione e 400 mila abitanti a poco più di 200 mila, di cui solo 30 mila uomini. Ma gli orrori della guerra totale non dovevano finire con la prima guerra mondiale. Nella seconda, gli attaccati hanno risposto alle guerre limitate scatenate dalle potenze dell’Asse con il ricorso alla guerra totale, espressa dal victory first della Conferenza di Casablanca a fine 1942, dai bombardamenti a tappeto e dalle bombe atomiche di Hiroshima e di Nagasaki. La dottrina del potere aereo strategico, formulata per primo dall’italiano Douhet, propose la minaccia di un genocidio di massa con il bombardamento delle città per piegare la capacità di resistenza psicologica - oltre che industriale - dell’avversario, onde ovviare all’incapacità tecnica di rompere la linea del fronte. Una derivazione diretta di tale dottrina fu rappresentata dalla «strategia nucleare» della guerra fredda. In pratica, mentre nel Diciannovesimo secolo veniva rispettata quella che era stata una delle maggiori conquiste della civiltà umana - la distinzione fra combattenti e non combattenti - con la prima guerra mondiale si verificò un progressivo imbarbarimento della guerra. Le popolazioni civili divennero al tempo stesso vittime e protagoniste della guerra. Nella deterrenza divennero ostaggi. La guerra totale produsse anche un altro effetto. La fine dello jus publicum europeum, con la sua tolleranza e moderazione, e la ricomparsa del concetto di «guerra giusta», utilizzata dai vari nazionalismi per la mobilitazione delle masse. Il vincitore si trasforma in giustiziere. La democratizzazione della guerra e l’esigenza di avere il consenso della popolazione portano alla demonizzazione dell’avversario e accentuano la tendenza di trasformare in totale ogni guerra limitata. Tale tendenza è stata aumentata dall’avvento dell’«era dell’informazione», in cui la comunicazione, impiegata come vera e propria arma, ha un valore determinante per la condotta e per gli stessi esiti dei conflitti. Tale tendenza è stata ulteriormente intensificata dalla comparsa delle «guerre asimmetriche» condotte dal terrorismo apocalittico e messianico di matrice islamica. Subirà un’ulteriore escalation quando quest’ultimo entrerà in possesso di armi di distruzione di massa. La condotta delle guerre è condannata a imbarbarirsi, colpendo le radici e i principi delle democrazie liberali e l’anima stessa dell’Occidente. È il pericolo maggiore che si corre nell’attuale «guerra al terrorismo».
Non erano mancati, prima del 1914, avvertimenti circa l’impraticabilità di una rapida vittoria e della stessa guerra sotto il profilo sia economico che tecnologico. Norman Angell nel suo diffusissimo volume del 1913 intitolato La grande illusione affermò che l’integrazione delle economie delle grandi potenze rendeva la guerra impossibile, perché irrazionale economicamente. Il russo-polacco Jan Bloch affermò che la rivoluzione industriale aveva aumentato in misura tanto considerevole la potenza di fuoco da rendere impossibile il successo di ogni operazione militare. La disponibilità di mezzi di distruzione tanto potenti avrebbe quindi garantito la pace - o meglio la «non guerra» - attraverso una specie di «dissuasione reciproca», concetto che anticipava quello dell’impossibilità di vittoria affermatosi con la Mad (Mutual Assured Destruction) della guerra fredda, a partire dagli anni Sessanta. Gli Stati Maggiori europei non ignoravano gli effetti disastrosi che la potenza di fuoco delle armi a ripetizione e delle artiglierie a tiro rapido avevano provocato nelle formazioni serrate di attacco nella guerra civile americana, in quella russo-turca del 1877 (in cui le truppe ottomane, armate di armi americane, avevano inflitto terribili perdite alla frontiera russa) e in quella russo-giapponese del 1904. Dopo il fallimento delle offensive iniziali, pensavano però di poter indurre l’avversario alla resa, con la maggior forza morale delle proprie truppe. Durante la guerra, il mito dell’offensiva a oltranza dominò ovunque, soprattutto in Francia. Solo lo Stato Maggiore tedesco, con l’eccezione del periodo di von Falkenhayn (teorico della strategia del logoramento e responsabile degli attacchi a oltranza a Verdun, tanto criticati sui giornali tedeschi dal maggior storico militare di tutti i tempi, Hans Delbrück), adottò una tattica molto più prudente, tesa soprattutto a ridurre le perdite di propri soldati. A tal fine, tentò sempre di effettuare piccole e rapide penetrazioni di sorpresa, per poi trincerarsi e falcidiare così i reparti avversari inviati al contrattacco. La difensiva era messa al servizio dell’offensiva. Il nazionalismo e il romanticismo avevano originato una specie di darwinismo strategico, basato sulla convinzione che avrebbe prevalso tra i contendenti quello che avesse resistito più a lungo. Beninteso, ciò non impedì che fosse effettuato ogni sforzo per ricercare le soluzioni operative, tattiche e tecniche che consentissero la rottura dei fronti, la penetrazione in profondità e una vittoria rapida e decisiva da realizzarsi attraverso la separazione della linea del fronte dalla sua base di rifornimento industriale e logistica. Avvenne a Caporetto prima e nell’ultima grande offensiva tedesca in Francia, dove, nella primavera del 1918, fu letteralmente travolta l’intera 5ª Armata britannica. Ma, in entrambi i casi, gli attacchi furono bloccati per la capacità degli alti comandi di far affluire con le ferrovie le riserve necessarie per tamponare le brecce.
Come sempre, la tecnologia, motore della storia, è fattore determinante anche della strategia. I progressi tecnologici del Diciannovesimo secolo si riferirono in un primo tempo ai tessili, alla chimica, alla metallurgia e all’utilizzazione del vapore nel campo dei trasporti terrestri e navali. In un secondo tempo, furono inventati i motori a scoppio, l’elettricità, il telegrafo, mentre la chimica industriale faceva ulteriori progressi, consentendo le produzioni di massa di armamenti, di munizioni e anche di aggressivi chimici. All’inizio del Ventesimo secolo furono costruiti i primi aerei, che rapidamente rimpiazzarono le mongolfiere già utilizzate nel 1870-’71 durante l’assedio di Parigi. Determinanti furono anche altre innovazioni. Talune possono sembrare strategicamente poco importanti. Ad esempio, quella della conservazione degli alimenti consentì agli eserciti di essere riforniti dalle retrovie, senza dover dedicare tempo e una quantità considerevole di effettivi agli approvvigionamenti sui territori occupati. Quindi, nel Diciannovesimo secolo e nella prima guerra mondiale la tecnologia non fu «trascinata» dalla strategia. Accadde invece in contrario. A differenza di quanto avvenne nella seconda rivoluzione industriale, cioè in quella dell’elettronica, si affermò il modello detto dell’«imperativo tecnologico», secondo cui i progressi della scienza e della tecnologia procedono indipendentemente dalla dottrine strategiche e tattiche. Lo spin-in è più importante dello spin-off. Non sono le armi a essere trasformate in aratri, ma questi ultimi in armi. Comunque, i progressi scientifico-tecnologici avvenuti nel Diciannovesimo secolo trovarono immediata applicazione in campo militare, aumentando enormemente la potenza di fuoco e la velocità di movimento e di rifornimento strategico a mezzo delle ferrovie e del numero crescente di autocarri. Si sviluppano i primi carri armati. Aumenta enormemente la cadenza di tiro delle armi leggere. Il loro peso e i loro calibri diminuirono permettendo un più agevole spostamento sul terreno e il trasporto di un maggior numero di munizioni. Il cannone a tiro rapido, anche di grande calibro e gittata, ebbe via via proiettili sempre più efficaci, sia a percussione che a tempo, che a caricamento chimico. L’avvento delle corazzate, dei sommergibili e dei siluri mutano le operazioni marittime. Quello degli aerei - impiegati in un primo tempo solo per la ricognizione e il collegamento, ma successivamente anche con compiti di attacco al suolo - ebbe una crescente influenza sulle operazioni in superficie. Si ricordano brevemente talune delle principali singole innovazioni tecnologiche che modificarono la guerra nel secolo scorso: propulsione a vapore (1803); navi di acciaio (1820); cartucce a capsula di rame (1814); telegrafo Morse (1832); telefono (1877); radio (1895); propulsione diesel (1892); motore a scoppio (1893); aumento della potenza di fuoco con le mitragliatrici, i fucili a ripetizione e i nuovi esplosivi (nitroglicerina, 1846; dinamite, 1866; cordite, 1890; melanite, 1880; ecc.), primo volo aereo (1903); sommergibili dotati di motori diesel per la navigazione in superficie e di batterie per quella in immersione. La grande potenza di fuoco obbligò ad abbandonare le formazioni serrate della fanteria e cavalleria del passato (ordine lineare e ordine profondo) per adottarne altre più diradate, in cui l’elevata celerità di tiro di armi automatiche sostituisce la massa di fucilieri. Diventa determinante il ruolo dei sottufficiali comandanti di squadra e l’iniziativa dei comandanti dei minori reparti. In questo eccellono i tedeschi. Italiani e francesi - anche per l’indisponibilità di un numero elevato di quadri ai bassi livelli e per la loro necessità di mantenere un maggiore controllo sulle loro truppe, dotate di un morale complessivamente inferiore a quello tedesco - sono obbligati ad adottare formazioni più serrate guidate da ufficiali, i quali sono sottoposti a fortissime perdite. Il campo di battaglia diviene «vuoto» e diviene così difficile esercitare l’azione di comando e di controllo. L’uso dei telefoni campali non riesce a compensare le maggiori difficoltà di collegamento, né a garantire un efficace coordinamento fra la fanteria e l’artiglieria. Solo la disponibilità di stazioni radio campali nella seconda guerra mondiale consentirà una condotta più efficiente nelle operazioni. La possibilità di concentrare le forze, di coordinare fuoco e movimento, di essere informati sull’evolvere della situazione presentano notevoli difficoltà per tutta la durata della grande guerra. La radio fu importante quanto il carro armato e più del cacciabombardiere per l’efficacia della dottrina della blitzkrieg. Non per nulla il generale Guderian, che la concepì, era stato nella prima guerra mondiale ufficiale delle trasmissioni.
La strategia sul fronte occidentale aveva alla fine del 1914 perduto le sue dimensioni dinamiche e si era trasformata in una strategia di logoramento, consumando enormi risorse di uomini e di materiale rese disponibili, come si è detto, dalla rivoluzione francese e da quella industriale. Col senno di poi, gli strateghi furono grandemente criticati. Le loro concezioni strategiche e tattiche furono per allora accettate sia dagli eserciti che dalle opinioni pubbliche, dato il livello di mobilitazione patriottica esistente. Solo nel caso della Russia zarista, lo sforzo enorme a cui era stato assoggettato il popolo ne provocò il collasso politico–sociale. Nel complesso le classi dirigenti politiche e militari riusciranno a controllare ogni rivolta, perché le opinioni pubbliche giudicavano inevitabili le enormi perdite della guerra di trincea. Il torto principale degli Stati Maggiori e dei responsabili politici dei vari Stati fu quello di continuare a perseguire una vittoria totale sul campo, anziché una pace negoziata. Tutti gli sforzi furono tesi a rendere possibile una vittoria aumentando il livello di mobilitazione delle risorse. Le dimensioni logistiche e industriali dominarono su quelle operative. Inevitabilmente gli alleati, che disponevano di maggiori risorse, finirono per prevalere sugli imperi centrali. I tentativi di rendere possibili operazioni mobili e decisive furono però costantemente ricercati da entrambi i contendenti. Entrambi tesero a ricercare una rottura di fronte, con la creazione di una breccia, seguita da una rapida penetrazione in profondità in grado di far crollare ogni resistenza prima che il nemico potesse fare affluire le proprie riserve per contrattaccare o per costituire nuove difese in profondità. Le forze penetrate dalla breccia si sarebbero aperte a ventaglio al tergo delle difese nemiche, in modo da dilagare sul tergo delle linee delle trincee e di ridare mobilità alle operazioni proseguendo in profondità verso obiettivi strategici decisivi. Come accennato, due soluzioni furono elaborate per raggiungere tale obiettivo. La prima, sperimentata dai britannici ad Arras nel 1916, trovò la sua massima espressione nella battaglia di Amiens nell’agosto 1918. Essa consisteva nella meccanizzazione e nell’utilizzazione a massa dei carri armati invulnerabili al fuoco delle mitragliatrici, e allora prodotti in grande serie dalla Gran Bretagna.
La seconda fu invece messa a punto dai tedeschi e si basava sul fuoco dell’artiglieria pesante, esteso simultaneamente dalle trincee nemiche avanzate alle retrovie, e sull’impiego delle truppe di assalto. Queste ultime agivano secondo schemi tattici analoghi a quelli seguiti nel passato dalla fanteria leggera, che - dai tempi delle legioni romane a Napoleone - copriva i movimenti delle formazioni massicce della fanteria di linea. In pratica, si rinunciava sia alle linee che alle colonne di fanteria, che con l’accompagnamento di trombe, tamburi e cornamuse, erano avanzate nel passato in formazioni serrate sotto il nemico. Il grosso si disperse in piccoli drappelli che tendevano a proteggersi dal fuoco nemico sfruttando il terreno, e a infiltrarsi nei vuoti fra le trincee, per poi dilagare in profondità alle loro spalle. L’artiglieria pesante divenne determinante e la sua proporzione rispetto all’artiglieria leggera era alla fine della guerra di 10-20 volte superiore a quella esistente nel 1914. Dei nuclei di truppe di assalto che si infiltravano nella fascia delle trincee avversarie facevano parte gli osservatori di artiglieria collegati ai centri con telefoni campali. L’artiglieria pesante a lunga gittata poteva continuare a sparare senza dover mutare di schieramento fino a che le truppe speciali non avevano superato l’intera fascia delle trincee e aperto una breccia attraverso cui potevano irrompere le riserve.
Nel 1914 la guerra era soprattutto lineare e bidimensionale. Le dottrine operative enfatizzavano le manovre strategiche sui fianchi e gli aggiramenti. La battaglia era basata sostanzialmente sul combattimento di contatto, con masse di fanterie che agivano in formazioni serrate e che erano sostenute dall’artiglieria leggera a corta gittata, spesso schierata allo scoperto a ridosso dei reparti avanzati di fanteria. La pianificazione di artiglieria era soprattutto a livello tattico. Ridotto era il numero delle artiglierie disponibili al disopra del livello divisionale, per azioni di fuoco a massa. Gli aerei erano impiegati per l’osservazione e per l’acquisizione degli obiettivi in profondità ed erano pochi e mal collegati con i comandi a terra. Nel 1918 tale situazione era completamente mutata. La battaglia da bidimensionale era divenuta tridimensionale. Gli aerei partecipavano - anche se con un’efficacia molto ridotta - alle azioni di fuoco. Esisteva la possibilità di battere con precisione obiettivi in profondità in modo separato, ancorché sincronizzato e simultaneo, con il combattimento di contatto. La potenza di fuoco non veniva impiegata solo per distruggere o neutralizzare le forze nemiche, ma anche per creare effetti psicologici, destinati a paralizzare le reazioni dei comandi nemici e a ricercare il collasso della coesione delle forze. La pianificazione era molto più centralizzata a livello operativo. Si era agli inizi delle accurate pianificazioni degli attuali bombardamenti aerei. L’offensiva tedesca della primavera del 1918 (Kaiserschlacht) ebbe all’inizio risultati comparabili a quelli conseguiti a Caporetto contro l’esercito italiano nell’ottobre 1917. Essa però si esaurì sia per mancanza di riserve sufficienti sia perché il comando tedesco non disponeva di un’opzione meccanizzata, che invece possedevano i britannici con i loro carri armati. Tali due soluzioni - quella che dava centralità alla potenza di fuoco e quella che l’attribuiva alla manovra delle forze - rimangono valide ancor oggi, nonostante l’evoluzione tecnologica delle armi, l’avvento della guerra dell’informazione, la prevalenza del fuoco aereo sull’artiglieria e l’integrazione nelle forze meccanizzate di elicotteri da combattimento e, soprattutto nel prossimo futuro, anche di aerei a decollo verticale.
La prima guerra mondiale è, come la seconda, l’apogeo delle tecnologie e delle caratteristiche anche organizzative proprie della prima rivoluzione industriale, della produzione di massa e del «taylorismo». Nata come guerra limitata e tesa a conseguire una rapida vittoria si trasformò, già alla fine del 1914, in una guerra di logoramento. I tentativi di ridarle il carattere decisivo proprio dei conflitti dell’epoca precedente - caratterizzata dalla combinazione di manovre e battaglie, il cui esito segnava la vittoria o la sconfitta politica - non ebbero risultati. La strategia operativa lasciò sulle operazioni terrestri spazio a quella logistica, basata sul numero delle armi, delle munizioni e delle truppe. Fatto diverso avvenne in campo navale. Non si verificarono le battaglie fra le squadre di potenti corazzate intese ad acquisire il controllo dei mari, immaginate dall’Ammiraglio Mahan. L’unica eccezione fu la battaglia nello Jutland. Maggiori risultati furono ottenuti dalla guerra di corsa e soprattutto dai sottomarini, il cui impiego massiccio e indiscriminato consentì grandi successi tattici, ma fu strategicamente disastroso, poiché provocò l’intervento nel conflitto degli Stati Uniti o - per meglio dire - permise al presidente Wilson di convincere l’opinione pubblica americana - il cui gruppo etnico principale era quello tedesco - a entrare in guerra, ingerendosi negli affari europei. Washington abbandonò così i principi della dottrina Monroe e della «sicurezza emisferica». Con essa gli Stati Uniti iniziarono a essere una potenza europea e quindi mondiale, dando una spinta decisiva al declassamento politico e strategico dell’Europa nel mondo. La loro presenza sul territorio europeo dopo il 1945, salvò però l’Europa dai suoi demoni stimolando l’integrazione e dalla minaccia rappresentata dall’Unione Sovietica nelle periferie del continente eurasiatico. Anche dopo la scomparsa dell’Urss, i legami transatlantici rimangono indispensabili per non fare regredire l’attuale livello d’integrazione, spaccando l’Occidente in due: il primo americano e il secondo più che europeo in senso stretto, anti-americano. Solo nel primo caso - quello del mantenimento dell’unità dell’Occidente - l’Europa potrà riacquistare la sua capacità di agire come attore nelle sue immediate periferie e come partner degli Stati Uniti nel resto del mondo. A tal riguardo è necessario un nuovo contratto transatlantico rivedendo quelli conclusi al termine della prima e della seconda guerra mondiale.