Se proviamo a chiedere a una persona di media cultura storica che cosa accadde di molto importante il 6 aprile 1917, pochi saranno in grado di darci la risposta esatta: la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti agli Imperi centrali, ovvero il primo intervento militare Usa sul vecchio continente, ovvero la crisi dell’egemonia europea e della politica estera tradizionale gestita dalle vecchie grandi potenze, ovvero gli esordi dell’americanizzazione dei costumi e della cultura, ovvero il preannuncio della polarizzazione ideologica planetaria fra due blocchi contrapposti (mentre il presidente Wilson annunciava l’intervento in guerra, Lenin intraprendeva il suo famoso viaggio in vagone piombato alla volta della Russia) e tante altre cose ancora, tutte destinate a improntare di sé il «secolo breve», e soprattutto la sua seconda metà. L’importanza epocale dell’evento, non adeguatamente enfatizzata dalla maggior parte della storiografia europea, fu in realtà largamente sottovalutata dai capi politici e militari di entrambi gli schieramenti impegnati a combattersi sui fronti del vecchio continente. Il più grave peccato di sottovalutazione lo commisero naturalmente i tedeschi che, provocando l’intervento americano con la ripresa della guerra sottomarina, persero la loro seconda sfida azzardata a tre anni dalla prima (quando avevano scommesso sui tempi brevi dell’attacco alla Francia e sperato nel non intervento della Gran Bretagna). Ma anche i leader delle potenze dell’Intesa, pur preoccupati dalle conseguenze della prima rivoluzione russa e alla ricerca disperata di un qualsiasi aiuto che permettesse loro di uscire dalla difficile situazione economica e militare in cui si trovavano, erano ben lontani da una piena consapevolezza della svolta storica che stavano contribuendo ad avviare. Eppure nessuno poteva ignorare che gli Stati Uniti erano già da un pezzo la prima potenza economica mondiale. Nei primi anni del secolo Ventesimo avevano conquistato il primato nei settori più moderni dell’industria (a cominciare dalla siderurgia, allora l’industria strategica per eccellenza), superando d’un sol balzo la declinante Gran Bretagna e l’emergente Germania. Ma già a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, grazie ai progressi della navigazione a vapore, avevano invaso l’Europa con la loro strabordante produzione agricola, frutto della meccanizzazione e della messa a coltura di nuove terre vergini. Inoltre, nella primavera del ’17, le potenze dell’Intesa, stremate dallo sforzo immane di rifornire, armare e nutrire i loro smisurati eserciti, erano già fortemente indebitate con le banche statunitensi. E la loro situazione debitoria si sarebbe di continuo aggravata nell’ultimo anno di guerra, sino a fare degli Usa una sorta di grande creditore unico nella finanza mondiale.
Come era possibile, allora, ignorare o sottovalutare una realtà così ingombrante e così evidente? Era possibile in base ai canoni politico-militari e culturali all’epoca dominanti nelle cancellerie e negli Stati maggiori europei. Gli Stati Uniti, per quanto figli dell’Europa, erano una realtà lontana, separata da una sorta di «super-insularità» assai più pronunciata di quella britannica. Soprattutto, erano una potenza a vocazione commerciale e marittima, priva di un esercito permanente e di un adeguato armamento di terra e sprovvista di qualsiasi esperienza sul teatro europeo. Il loro contributo poteva essere prezioso, forse decisivo a breve, ma la loro presenza non poteva essere che temporanea: dopodiché il centro degli affari internazionali sarebbe tornato dove sempre era stato, ossia sul vecchio continente, e la partita si sarebbe tornata a giocare tra le grandi potenze tradizionali, ancora materialmente padrone di buona parte del globo. Queste previsioni, non del tutto prive di fondamento in una prospettiva di breve periodo e di corto respiro, sarebbero state in parte confermate, ma, come si vedrà, con conseguenze catastrofiche per l’Europa e per il mondo intero. Sul piano militare, il contributo americano si materializzò con molta lentezza, come del resto era inevitabile, e divenne decisivo solo negli ultimi mesi del conflitto, quando il corpo di spedizione Usa arrivò a schierare in Europa oltre due milioni uomini, dislocati in larga parte sul fronte francese. Ma ancora più importante fu l’effetto psicologico dell’arrivo dei soldati americani sui campi di battaglia europei. L’opinione pubblica dei Paesi dell’Intesa fu subito conquistata da questi militari ben armati, ben addestrati e ben nutriti, che testimoniavano col loro stesso aspetto la forza della grande democrazia d’oltre Oceano. In Italia, dove pure la presenza militare americana si limitò a poche migliaia di uomini, l’arrivo dei militari Usa fu particolarmente ben accolto, anche perché gli Stati Uniti erano da tempo meta privilegiata per l’emigrazione. Naturalmente l’effetto fu duplice. Molti giovani americani impararono per la prima volta a conoscere l’Europa e spesso ne rimasero affascinati, al punto di stabilirvisi per lunghi periodi: si pensi ai casi di intellettuali come Hemingway e Fitzgerald. D’altro canto, per molti europei, l’arrivo dei soldati statunitensi significò una seconda scoperta dell’America, anche attraverso la musica, il cinema, la letteratura: un preannuncio di quel più ampio fenomeno di americanizzazione della cultura che si sarebbe verificato all’indomani del secondo conflitto mondiale.
L’iniziale, diffusissima popolarità di cui l’America e gli americani godettero presso l’opinione pubblica europea (assai più che fra i governi e le diplomazie) nel corso dell’ultimo anno di guerra non era però legata solo agli aspetti, culturali e materiali, cui si è appena accennato (la curiosità nei confronti del nuovo mondo, la gratitudine per l’aiuto prestato e l’immagine di abbondanza che a questo aiuto si associava). Alla base di questa popolarità c’era innanzitutto una promessa rivoluzionaria esplicitamente formulata dall’amministrazione Usa, in particolare dal presidente Wilson, e rivolta al mondo intero: la promessa, contenuta nei famosi quattordici punti resi noti già nel gennaio 1918, di liberare l’Europa dall’incubo della guerra e di assicurare al mondo un futuro di democrazia e di cooperazione internazionale, applicando il principio di autodeterminazione dei popoli, ponendo fine alla diplomazia segreta, imponendo la libertà di commercio e di navigazione (era questo in fondo il motivo per cui gli Stati Uniti erano entrati in guerra), istituendo infine un organismo internazionale (la Società delle nazioni) come strumento di reciproca consultazione e di risoluzione pacifica dei contrasti fra Stati. È facile oggi rilevare l’ingenuità di certi progetti e constatarne il prematuro fallimento, evidente già nelle prime battute della Conferenza della pace: quando Wilson, reduce da un trionfale tour nelle capitali europee che lo aveva incoronato nuovo Messia, oltre che arbitro della politica mondiale, si scontrò contro le resistenze e le astuzie dei leader della vecchia Europa, ma anche contro le insolubili aporie che l’applicazione integrale dei suoi princìpi avrebbe fatalmente comportato (come conciliare il principio di autodeterminazione con la necessità di punire la Germania? Come stabilire la nuova carta politica di una Europa in cui i popoli erano spesso inestricabilmente mescolati?). Non va tuttavia sottovalutata la portata innovativa della proposta wilsoniana, che risultava tanto più credibile, in quanto era promossa da uno Stato che dichiarava in via preliminare di non nutrire alcuna ambizione territoriale e si accontentava di creare le condizioni migliori per il dispiegamento di una sua «naturale» egemonia (naturale in quanto fondata sul dinamismo dell’economia più che sulla forza delle armi). Tanto credibile e affascinante appariva la proposta che i vecchi volponi della diplomazia europea non seppero né poterono rigettarla in blocco. Anzi la accolsero con apparente entusiasmo, nonostante contenesse in nuce le premesse per il dissolvimento dei loro imperi coloniali. La accolsero sia perché avevano troppo bisogno dell’aiuto americano, sia perché il «nuovo Vangelo» predicato da Wilson appariva l’unico antidoto efficace alla diffusione dell’altro verbo rivoluzionario che arrivava dall’Oriente: quello leninista e sovietista. (Per inciso: l’antitesi «o Wilson o Lenin» - concretizzatasi fra l’altro nella partecipazione americana all’intervento militare dell’Intesa contro il regime bolscevico - anticipava già per molti aspetti la grande frattura ideologica che si sarebbe delineata all’indomani del secondo conflitto mondiale). Il braccio di ferro fra l’idealismo spesso malaccorto del presidente Usa e le esigenze realpolitiche tutt’altro che concordi delle potenze europee (compresa l’Italia che entrò sciaguratamente in collisione con Wilson sulla questione adriatica) si concluse con una serie di compromessi non sempre felici. Ma intanto nell’opinione pubblica e nel mondo politico statunitensi crescevano il fastidio per il coinvolgimento del loro Paese nei pericolosi intrighi della politica europea e la paura del coinvolgimento in nuovi sanguinosi conflitti. Il 19 novembre 1919 - altra data da ricordare nei libri di storia - il Senato americano bocciò il trattato di Versailles e con esso l’adesione degli Stati Uniti alla Società delle nazioni. Poche settimane prima, Wilson, che aveva orgogliosamente rifiutato ogni compromesso con gli isolazionisti, era stato colpito da un ictus che lo aveva lasciato semiparalizzato. L’anno seguente, la vittoria del repubblicano Harding nelle presidenziali seppellì le residue speranze di uno stabile impegno degli Usa negli affari dell’Europa e nel governo della politica internazionale. Le potenze europee credettero di recuperare una centralità che in realtà avevano definitivamente perduto dissipando le loro risorse nell’immane massacro della Grande guerra. Il vuoto di egemonia che ne seguì fu in gran parte all’origine delle tragedie degli anni Venti e Trenta e della stessa crisi della democrazia nel vecchio continente. La controprova sta in quanto accadde nel secondo dopoguerra, quando solo una stabile tutela americana consentì all’Europa occidentale di conquistare e di mantenere livelli mai raggiunti prima di democrazia e di benessere.