L'autobiografia è, come si è abituati a dire, «datata». Nel senso che questo libro è apparso negli Stati Uniti nel 1981 e fino a oggi non era mai stato tradotto in italiano. Lacuna grave, per qualcuno imperdonabile, colmata dalla piccola, indipendente e combattiva casa editrice torinese Lindau che in una decina d'anni ha pubblicato circa 250 titoli di campo culturale a livello di arti visive e argomento prevalentemente cinematografico.
Una scoperta tardiva? Non proprio, nonostante l'età non più verde delle pagine di Shock. Vito Zagarrio, studioso di cinema e regista (La donna della luna, Bonus malus i suoi film), cura questa edizione italiana con un certo entusiasmo e i segni di un accentuato amore cinematografico per Waters, magari un po' offuscato da riflessioni critiche non troppo benevole verso un presunto, discutibile e progressivo indebolimento della vena trasgressiva degli esordi e della prima evoluzione del cineasta: assumendosi, nella prefazione, una sorta di paternità nella scoperta dell'artista da parte del nostro pubblico attraverso un reportage realizzato su di lui nei primi anni Ottanta. Proprio attraverso questa prefazione e soprattutto con la nuova introduzione scritta adesso dallo stesso John Waters, il libro sembra divaricarsi, squartarsi - per usare un vocabolo che a Waters piacerebbe parecchio - verso una lettura «doppia» e parallela nelle sue due dimensioni: quella del testo originario, fermo sugli orologi già polverosi del 1981; e quella della sua reinterpretazione al presente con una prefazione e una introduzione che da una parte aggiornano certi termini storici, dall'altra aumentano, in un certo senso, le distanze fra l'attualità e il passato. Proponen-dosi in termini strutturali fra loro indipendenti ma non per questo meno armonici nell'insieme.
Un libro che, insomma, diventa percorso mnemonico proprio nel momento in cui viene attualizzato. Il Waters di oggi ricorda i suoi referenti che, per un motivo o per l'altro sono andati perduti nel corso di una ventina d'anni: dal mito Divine fino alle gioventù bruciate dall'Aids passando per molti personaggi-chiave del suo cinema scomparsi in circostanze tragiche, tra i quali la rotonda onnivora Edith Massey uccisa dal diabete. E via così, in un viaggio tra tombe e memorie che sarebbe troppo facile e improprio chiamare amarcord e che, invece, fa risaltare con grande evidenza figure e situazioni riportate dal vivo nel tessuto primario del testo. Waters s'è autodefinito «re degli schifosi». E nel racconto che fa di sé lascia affiorare senza scrupoli e senza scampo tutta la sua determinazione a dimostrarlo. Si ride leggendo, immergendosi in un trip narrativo di presa immediata e di un certo spessore all'interno di quella «poetica del disgusto» che ha messo sulle tracce dell'autore schiere di fans negli Stati Uniti e in Europa. Shock è la sua storia. La storia di un uomo e di un artista che ha costruito un'estetica del trash di provenienza borghese, segnato creativamente da un'infanzia piena di flirt per gli incidenti stradali e per i personaggi più sinistri. Il regista di Nuovo Punk Story e Polyester, oltre a Grasso è bello, Cry Baby e La signora ammazzatutti realizzati dopo la prima stesura del libro (il suo più recente Cecil B. DeMented è stato presentato all'ultimo Festival di Cannes) offre tra le pagine anche le interviste ai suoi autori feticcio: Russ Meyer e Herschell Gordon Lewis, modelli di cinema tra i poli dell'esuberanza fisica femminile e del gore and blood umoristico e ributtante.
John Waters, Shock,
Lindau, 272 pagine,
34 mila lire
Claudio Trionferai