Il calcio, per me, è soprattutto fantasia, mistero agonistico, improvvisazione. Sono rimasto al tempo antico, di quando il pallone nasceva all'oratorio e moriva in osteria e i numeri sulle maglie raccontavano gli uomini prima dei calciatori. Non capisco, e nemmeno mi adeguo: zona più o meno pura, pressing, fluidificanti, elastico, appartengono a un mondo lontano, alla scienza e al laboratorio, non all'utopia del football. Sono legato («è dentro di noi un fanciullino») al mito delle figurine Panini, ai calciatori-bandiera, ancora mi commuovo nel sentire i racconti del Grande Torino e di Gigi Meroni, sono orgoglioso d'aver scritto un libro su vita, passione e morte di Gaetano Scirea (lui sì, calciatore del secolo!) e un'ode per Mané Garrincha, il passerotto dalle gambe storte cantato da Vinicius de Moraes, Drum-mond de Andrade, Edilberto Coutinho. Oggi i giocatori cambiano società con facilità irrisoria, a dominare la scena, più che i centravanti, sono i procuratori, i cronisti intervistano i calciatori per interposta persona, i club decidono chi deve essere intervistato (e anche come, dove e perché).
Una volta, noi giornalisti eravamo, secondo l'insegnamento di Giovanni Arpino, bracconieri di tipi e personaggi, oggi contano i colpi di mercato, lo scoop a tutti i costi, è finito il tempo della riflessione, dei toni pacati, della voglia di narrare. Non è più possibile prendere per mano l'ala destra nella sua solitudine, il portiere nella sua stravaganza, il regista nella sua eleganza aristocratica. Il calciatore è un conto in banca, una quotazione in borsa, un divo quasi hollywoodiano, nella denuncia dei redditi batte tanti industriali da prima pagina, in serie C1 ci sono ingaggi miliardari, bastano due stagioni anonime per sistemare figli e nipoti. La filosofia della «palla avanti e pedalare» è morta e sepolta, se non conosci la ripartenza sei finito, da mettere alla gogna. Allenatori senza passato calcistico propongono la loro rivoluzione culturale, dove Signori fa il terzino e Del Piero il gregario, con Roberto Baggio buono per esibizioni in provincia, alla stregua di un Buffalo Bill in pantaloncini corti. Ma noi resistiamo, crediamo in una rinascita del pallone, in un recupero dei valori, dell'estro, del dribbling ubriacante. Crediamo nel gesto tecnico che cambia, stravolge, trasforma. E il Vecio Enzo Bearzot resterà, per sempre, il nostro struggente, affascinante vessillo. Il nostro orgoglio scevro da qualsiasi pregiudizio.
Darwin Pastorin