archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Il passionale j'accuse di un maschio ferito

LIBERAL BIMESTRALE
di Annamaria Guadagni
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

Torna al sommario
Fl3
Una civiltà de-generata: a scriverlo trema un po' il polso, perché in fondo è quello che i romani dicevano degli etruschi e «i barbari» dei bizantini. Alla de-generazione, come caduta della differenza di genere maschile e femminile, Franco La Cecla dedica un pamphlet ironico e aggressivo sull'eclissi della mascolinità. Antropologo e autore di un libro intelligente sul malinteso come codice della comunicazione tra diversi, La Cecla scrive ora un j'accuse autentico e arrabbiato - come lo erano i primi testi sulla condizione femminile - dove il rovesciamento del luogo comune ha la forza della ribellione contro una mutilazione biograficamente inaccettabile. A più di trent'anni da quella rottura culturale, ecco dunque la condizione maschile e un'identità consapevole della differenza, che non si nasconde dietro l'universalità dell'umano: gli uomini che hanno parlato a nome della specie, si individuano con chiarezza. E il pregio di questo saggio è l'assunzione di un punto di vista che non strizza mai l'occhio all'accademia dei women's, dei gender o dei queer studies. Semmai, li sfida a rifare i conti con l'antropologia culturale.

Essenzialmente - direi - con due questioni. Con il «destino» di genere, e cioè con la femminilità e la mascolinità come linguaggi, che ogni individuo assume dal gruppo cui appartiene e dalle generazioni precedenti. E con la responsabilità della relazione, poiché nessuna identità può definirsi al di fuori. Il guaio è che la relazione, oggi, sembra diventata «scomoda e pericolosa», condannando uomini e donne «a un onanismo barocco». In definitiva, all'afasia di genere, perché maschi o femmine si nasce, ma uomini e donne si diventa somigliando o differenziandosi da qualcun altro e ci sono tratti della cultura che non si possono cancellare impunemente. La guerra dei sessi non ne ha tenuto conto e, se ci sono uomini costretti a «riattaccarsi» culturalmente il pene, si potrebbe dire anche di donne che devono recuperare psicologicamente l'utero. La crescita esponenziale dell'impotenza è accompagnata da quella, altrettanto dolorosa, dell'infertilità diffusa.

Così, ben venga la soggettività maschile che ricerca i contorni di un'identità strutturalmente flou. Anche se questa tesi - quella di una definizione più labile della mascolinità, dovuta a una disparità comune e originaria, che regala alla bambina l'identificazione immediata con la madre e al bambino la precarietà del doversi cercare altrove - non mi convince molto. Non mi convince perché penso che nella nostra civiltà lo squilibrio sia nato, prima di tutto nell'identità femminile, da una spinta potente a differenziarsi dalla madre, evidentemente non nell'identità sessuale ma in quella di genere sì. Anche le donne hanno dovuto cercarsi, e forse è in questa precarietà che si è consumata la prima rottura dell'equilibrio tra i sessi. La femminilità mutante ha posto la domanda: non per vendicarsi, ma per trovare un'altra ragione di sé.

Tuttavia non c'è dubbio - qui La Cecla ha davvero ragione - che le donne non possano farsi garanti dell'identità maschile e, tantomeno, della sua valenza. Quello che manca è un nuovo galateo, che continui a rendere possibile «il malinteso» del rapporto d'amore.

Franco La Cecla,
Modi bruschi,
Bruno Mondadori,
198 pagine, 22 mila lire

Annamaria Guadagni

 
 

web agency Done Communication