Una civiltà de-generata: a scriverlo trema un po' il polso, perché in fondo è quello che i romani dicevano degli etruschi e «i barbari» dei bizantini. Alla de-generazione, come caduta della differenza di genere maschile e femminile, Franco La Cecla dedica un pamphlet ironico e aggressivo sull'eclissi della mascolinità. Antropologo e autore di un libro intelligente sul malinteso come codice della comunicazione tra diversi, La Cecla scrive ora un j'accuse autentico e arrabbiato - come lo erano i primi testi sulla condizione femminile - dove il rovesciamento del luogo comune ha la forza della ribellione contro una mutilazione biograficamente inaccettabile. A più di trent'anni da quella rottura culturale, ecco dunque la condizione maschile e un'identità consapevole della differenza, che non si nasconde dietro l'universalità dell'umano: gli uomini che hanno parlato a nome della specie, si individuano con chiarezza. E il pregio di questo saggio è l'assunzione di un punto di vista che non strizza mai l'occhio all'accademia dei women's, dei gender o dei queer studies. Semmai, li sfida a rifare i conti con l'antropologia culturale.
Essenzialmente - direi - con due questioni. Con il «destino» di genere, e cioè con la femminilità e la mascolinità come linguaggi, che ogni individuo assume dal gruppo cui appartiene e dalle generazioni precedenti. E con la responsabilità della relazione, poiché nessuna identità può definirsi al di fuori. Il guaio è che la relazione, oggi, sembra diventata «scomoda e pericolosa», condannando uomini e donne «a un onanismo barocco». In definitiva, all'afasia di genere, perché maschi o femmine si nasce, ma uomini e donne si diventa somigliando o differenziandosi da qualcun altro e ci sono tratti della cultura che non si possono cancellare impunemente. La guerra dei sessi non ne ha tenuto conto e, se ci sono uomini costretti a «riattaccarsi» culturalmente il pene, si potrebbe dire anche di donne che devono recuperare psicologicamente l'utero. La crescita esponenziale dell'impotenza è accompagnata da quella, altrettanto dolorosa, dell'infertilità diffusa.
Così, ben venga la soggettività maschile che ricerca i contorni di un'identità strutturalmente flou. Anche se questa tesi - quella di una definizione più labile della mascolinità, dovuta a una disparità comune e originaria, che regala alla bambina l'identificazione immediata con la madre e al bambino la precarietà del doversi cercare altrove - non mi convince molto. Non mi convince perché penso che nella nostra civiltà lo squilibrio sia nato, prima di tutto nell'identità femminile, da una spinta potente a differenziarsi dalla madre, evidentemente non nell'identità sessuale ma in quella di genere sì. Anche le donne hanno dovuto cercarsi, e forse è in questa precarietà che si è consumata la prima rottura dell'equilibrio tra i sessi. La femminilità mutante ha posto la domanda: non per vendicarsi, ma per trovare un'altra ragione di sé.
Tuttavia non c'è dubbio - qui La Cecla ha davvero ragione - che le donne non possano farsi garanti dell'identità maschile e, tantomeno, della sua valenza. Quello che manca è un nuovo galateo, che continui a rendere possibile «il malinteso» del rapporto d'amore.
Franco La Cecla,
Modi bruschi,
Bruno Mondadori,
198 pagine, 22 mila lire
Annamaria Guadagni