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Tutta colpa degli Imperi Centrali

LIBERAL BIMESTRALE
di Antonio Spinosa
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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La disfatta degli imperi centrali. Questo è il titolo che di solito nei manuali di storia indica le pagine in cui si descrive la conclusione della prima guerra mondiale con il conseguente crollo delle antiche potenze monarchiche che pure avevano giocato un ruolo di primo piano nelle vicende secolari del continente europeo. E non pochi furono i disagi che seguirono a quel disastroso per quanto auspicato dissolvimento. Si sa che con l’appellativo di imperi centrali si indicano le quattro grandi monarchie che comprendevano i territori dal Mar Baltico al Mar Rosso: la Germania del Kaiser Guglielmo II, l’Austria-Ungheria dell’imperatore Francesco Giuseppe e poi di Carlo I, la Russia dello zar Nicola II e l’Impero ottomano dei sultani Maometto V e Maometto VI. Questi regni, che avevano vigorosamente affrontato il trascorrere dei secoli detenendo il controllo dell’Europa centro-orientale, crollarono in appena quattro anni di guerra, e alcuni di essi si disintegrarono anche territorialmente. Nel 1917 gli eserciti belligeranti nel primo conflitto mondiale erano allo stremo, e avevano perso quell’entusiasmo iniziale che aveva permesso ai vari Stati di combattere ininterrottamente per tre anni. Numerose erano le diserzioni dei soldati, e i capi di Stato Maggiore avevano dovuto applicare severe e inumane punizioni per evitare che le fredde e putride trincee si svuotassero. Un ruolo non marginale aveva svolto la pestilenziale influenza «spagnola», un’epidemia che mieteva più vittime delle mitraglie e del gas nervino. Si diffondeva la triste notizia della morte, per influenza, dei due pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco, ai quali alcuni mesi prima era apparsa la Santa Vergine per annunziare la fine delle ostilità. Ma tutto era ancora in subbuglio. A Vienna un’ombra era caduta sui valzer, e il Danubio aveva perso quel fascino che aveva suggerito a Johann Strauss mirabili melodie. Gli artisti piangevano la dipartita, fra le molte centinaia di contagiati, di un giovane e già famoso pittore espressionista, Egon Schiele, che da poco aveva ottenuto un meritato successo con una mostra delle sue opere. Sempre più clamorose si facevano le manifestazioni di protesta dei cittadini profondamente scossi e disgustati della guerra che Benedetto XV aveva sdegnosamente definito «l’inutile strage». Grandi masse invadevano le strade di Parigi, Londra, Berlino, Vienna, Torino, San Pietroburgo. Per i seguaci di Marx era l’ora della riscossa, come nel 1848, quando i popoli, stanchi di essere alla mercé di sovrani tirannici e guerrafondai, avevano inneggiato alla libertà e alla democrazia. Le bandiere rosse dei socialisti s’intrecciavano con quelle bianche di quanti desideravano la pace, e fra questi apparivano in prima fila le donne le quali non chiedevano che il ritorno dei mariti e dei figli. Il primo fra gli imperi a pagare il fio della propria tracotanza fu la monarchia zarista, e con essa la dinastia dei Romanov che dal lontano 1613 era ascesa alla porpora con lo zar Michele III. Che cosa restava di tre secoli di glorie illuminati da astri quali Pietro I e Caterina la Grande? Nulla! Le rive della Moscova pullulavano di straccioni che elemosinavano un tozzo di pane, mentre lo zar Nicola II si crogiolava fra gli stucchi dei palazzi che si specchiavano superbi nelle acque della Neva. In quegli stessi luoghi in cui fino al dicembre del 1916 aveva impazzato il tetro monaco guaritore Rasputin. San Pietroburgo, la Venezia del Baltico, la capitale che Pietro il Grande aveva creato per eternare la propria dinastia, stava per trasformarsi in un triste scenario di rovine. Con il perdurare del conflitto, che aveva affamato la nazione e falcidiato oltre un milione di giovani soldati, il gigantesco impero russo doveva essere il primo a sfaldarsi. All’inizio di marzo, nel 1917, si ebbero gli scioperi nelle officine metallurgiche di Pulitov che poi si estesero a Pietroburgo.
Lo zar Nicola II si illudeva che fosse possibile reprimere quelle manifestazioni popolari come era accaduto nel gennaio del 1905. Già allora più di mille dimostranti erano caduti al cospetto del Palazzo d’Inverno sotto le scariche di fucileria, mentre sulle sponde del Mar Nero i cosacchi massacravano la popolazione di Odessa che aveva simpatizzato con i marinai della celeberrima corazzata Potëmkin. Un evento che sarebbe stato immortalato in una delle pellicole più famose della storia del cinema da Sergej M. Ejzenstejn. Quando lo zar Nicola II diede l’ordine di sparare nuovamente sulla folla tumultuante, interi reparti dell’esercito si ammutinarono unendosi alla popolazione e fornendole le armi per la resistenza. Il socialista Aleksandr Kerenskij, che era il vicepresidente del «Soviet degli operai e dei soldati», lanciava d’impeto un proclama per reclamare un governo del popolo e libere elezioni a suffragio universale. Uno sciopero come tanti altri si era fatalmente trasformato in una rivoluzione. Nicola II si affrettava ad abdicare in favore del fratello Michele, il quale però non volle accettare una corona insanguinata e priva ormai d’ogni potere. La più forte delle monarchie ortodosse, che aveva raccolto l’eredità degli imperatori di Bisanzio, aveva cessato di esistere. Il Soviet decretava l’arresto della famiglia imperiale e il suo trasferimento in una villa nelle campagne di Ekaterinburg, ai margini sud-orientali della catena montuosa degli Urali, fra densi boschi di betulle. Ben presto la propaganda rivoluzionaria dei bolscevichi trionfò sulle forze moderate del Paese che pure ancora speravano di poter ristabilire i reali sul trono instaurando una monarchia costituzionale. Tutto inutile. La nazione marciava già verso una seconda rivoluzione, quella di ottobre, e a guidarla era Nicolaj Lenin che era tornato dall’esilio ginevrino in un treno blindato (una cosa che ora appare come una fandonia) col sostegno delle autorità tedesche che così intendevano paralizzare l’offensiva russa sul fronte orientale. Il partito bolscevico assumeva i pieni poteri e si trasformava in partito comunista. Doveva però sottostare al duro Diktat delle condizioni di pace imposte dalla Germania di Guglielmo II. E ciò avveniva il 3 marzo del 1918 nella cittadina bielorussa di Brest-Litovsk fra le mura di una settecentesca fortezza ancora imbiancata dalle interminabili nevicate dell’inverno. Ciò decrerava anche la fine dei Romanov.
Gli imperi centrali! Nella primavera del 1918 il conflitto cominciò a corrodere seriamente anche i rimanenti imperi centrali sia sul fronte militare sia su quello politico interno. Fin dall’aprile dell’anno precedente gli Stati dell’Entente cordiale potevano contare sull’appoggio militare ed economico dell’America che aveva dichiarato guerra alla Triplice e in particolare alla Germania che si era resa responsabile dell’affondamento di decine di navi mercantili statunitensi. Guglielmo II, che non aveva avuto la soddisfazione di annientare la flotta britannica nell’epica battaglia navale a largo della frastagliata e ventosa penisola danese dello Jutland, si era incaponito a giocare con i sommergibili imponendo loro di affondare, sia nel mare del Nord sia nell’Atlantico, le navi mercantili di tutto il mondo con l’illusione di affamare il Regno Unito di Giorgio V. Al ritmo di trecentomila soldati al mese gli Stati Uniti portarono oltre Atlantico più di quattro milioni di uomini ben addestrati ed equipaggiati. E così l’autunno del ’18 segnò la fine delle monarchie autarchiche del vecchio continente, Austria, Germania e Turchia. Crollò fra i primi l’Impero ottomano. Sbaragliato il fronte turco presso Giaffa e si ebbero duri scontri in Palestina, sicché nel settembre migliaia di beduini, sui loro esotici cammelli e guidati dall’emiro Faysal, invadevano i territori palestinesi e si spingevano nelle sabbie dell’odierna Siria in cui ancora si ergevano maestosi i colonnati dell’antica città di Palmira, la capitale di un altro regno scomparso, quello della ribelle regina Zenobia. Qui, fra gli arabi orgogliosi di discendere da Maometto, si trovavano a decine gli agenti britannici fra i quali cercava di nascondersi David Herbert Lawrence che si era immerso nelle dune dell’Arabia per riassaporare i piaceri della sensualità orientale magnificamente espressa nelle ammiccanti novelle delle Mille e una Notte. Da alcuni mesi era asceso al sultanato Maometto VI, il fratello di quel Maometto V che nel 1911 aveva dovuto cedere il Dodecaneso e la Libia all’Italia di Vittorio Emanuele III. Il nuovo sultano, che aveva ereditato un impero allo sbando e una guerra furibonda, non esitava a chiedere in tutta fretta un armistizio con la mediazione del presidente democratico americano Woodrow Wilson. Sperava così di salvare il trono avito e di poter continuare a deliziarsi con il suo pancione fra le stanze arabescate del pittoresco palazzo del Topkapi, a Istanbul. L’edificio era incantevole tra zampillanti fontane, vaporose sale da bagno e un harem animato da conturbanti fanciulle danzanti con l’ombelico al vento e il volto semicelato da variopinti veli di seta. Il prezzo di quella sorta di armistizio era una resa disonorevole che il Gabinetto turco firmava con gli inglesi nella città di Moúdros il 30 di ottobre. Eppure l’ultimo discendente dell’emiro Othman, il capostipite della dinastia turca degli Ottomani, non immaginava che quegli accordi, e i successivi del ’19, gli avrebbero strappato l’onore, e con l’onore lo scettro. Avrebbe chiuso i propri giorni non sulle amate sponde del mar di Marmara - lì dove un tempo gli achei di Agamennone e i troiani di Priamo aveva combattuto la più famosa battaglia della storia - bensì sul lungomare di Sanremo. Il giorno in cui Maometto VI si arrendeva, Guglielmo II e la famiglia fuggivano da Berlino per rifugiarsi a Spa, una periferica cittadina termale del Belgio. Il nipote del grande Federico II non aveva mai saputo reggere il peso di una corona. Aveva dato il ben servito al vecchio, ma ancora battagliero Otto Bismarck, con l’illusione di poter fare da solo col sostegno di una potente flotta che teneva ormeggiata, insieme al suo incrociatore Minerva, nella baia di Kiel, sul mar Baltico.
Il 30 di ottobre, proprio in quel luogo, i marinai si ammutinavano. Affiancandosi ai soldati e agli operai della città formarono dei consigli rivoluzionari, mentre a Berlino i principali fautori della rivoluzione marxista, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht - i fondatori della «Lega di Spartaco» - inneggiavano a una repubblica socialista tedesca. I movimenti politici più moderati ebbero l’avvertenza di affiancarsi al movimento insurrezionale in modo da non consegnare il Paese al «terrore rosso» e di riuscire tutti insieme a costringere il Kaiser ad abdicare. L’impero austro-ungarico si disintegrava. Il pronipote del grande Francesco Giuseppe, Carlo I, era salito al trono nel novembre del 1916 ereditando ad appena ventinove anni un regno in totale dissesto, una corona traballante e una guerra disastrosa. La scomparsa del grande vecchio, quello che veniva ironicamente soprannominato Cecco Peppe, era stata una grave perdita per l’Austria. Con il suo più longevo sovrano, la casa di Asburgo aveva perso l’ultimo vero guerriero che senza molte difficoltà aveva pur traghettato il Paese nei nuovi tempi, quelli del Ventesimosecolo. Karl era un giovane pacifico, sordo ai clamori della Corte. Rispetto al bisavolo era poco avvezzo ai rombi delle cannonate. E del resto dai tempi del ferale Bonaparte mai nessuno aveva più osato tingere di rosso le acque del Danubio. Per queste ragioni fin dal ’17 Carlo I aveva tentato, anche se inutilmente, di stringere negoziati segreti con il presidente francese Raymond Poincaré attraverso il cognato Sisto di Borbone-Parma. Nell’avvertire, nell’ottobre dell’anno successivo, l’imminente sfaldamento dei territori imperiali aveva persino trasformato l’Austria in uno Stato federale. Troppo tardi! Difatti gli Alleati avevano sostenuto il governo cecoslovacco che si era costituito in esilio sotto la guida di Tomás Masaryk e di Edvard Benes. Con il patto di Corfù del 7 luglio, avevano altresì incoraggiato il governo serbo a formare, con croati e sloveni, uno Stato jugoslavo indipendente. La stessa Ungheria, legata alle sorti della casa Asburgo dai trattati del 1867, si proclamava indipendente, e formava un governo autonomo con alla testa il conte Károlyi Mihály. Chi l’avrebbe mai detto, a questo punto, che a infliggere il colpo mortale all’aquila bicefala austriaca sarebbe stata proprio l’Italia? Il generale Armando Diaz, nel sostituire l’inetto Luigi Cadorna cui si attribuiva la disfatta, restituiva il coraggio alle truppe alla luce della vigorosa presa di posizione di re Vittorio Emanuele III nel Convegno di Peschiera in cui aveva riportato gli Alleati ad avere fiducia nella vittoria. Le truppe italiane ripercorsero le acque del Piave, sconfiggendo lo scoraggiato esercito austriaco a Vittorio Veneto per poi occupare Trento il 3 novembre e, successivamente, sbarcare a Trieste. Ben trecentomila soldati del nemico, tra i quali anche il filosofo del linguaggio Ludwig Wittgenstein, si consegnavano prigionieri agli italiani, mentre in quello stesso giorno il comando austriaco firmava l’armistizio con l’Italia a Villa Giusti, nei pressi di Padova. E la Germania? Anch’essa siglava la resa, e lo faceva alle ore 5.30 dell’11 novembre in un vagone ferroviario nella foresta di Compiègne. La delegazione tedesca era guidata dal generale von Winterfeldt, il figlio dell’ufficiale che nel 1870, a nome di Bismarck, aveva imposto le condizioni di pace alla Francia dopo la sconfitta subìta da Napoleone III. La delegazione francese era capeggiata dal generale Foch, e fu lui a inviare un decisivo messaggio a tutti gli Alleati così brevemente concepito: «Le ostilità cesseranno sull’intero fronte l’11 novembre alle undici del mattino». Due giorni dopo anche Carlo I, travolto dall’ondata di rivolte popolari, abbandonava volontariamente il trono con il proposito di evitare uno spargimento di sangue fra i sudditi. Gli austriaci si affrettarono a proclamarsi repubblicani, e a trasformare in musei le suggestive residenze imperiali in cui avevano risuonato le voci di Maria Teresa, di Metternich, di Sissi e dello stesso Napoleone. Carlo cessava di vivere pochi anni dopo a Madeira, lasciando il ricordo di suoi gesti pacificatori che gli frutteranno un’aureola con l’iscrizione del suo nome in una lista di futuri beati che Giovanni Paolo II ha ora sul suo tavolo.
La Grande guerra già apparteneva al passato. I giornali americani pubblicavano titoli a caratteri cubitali: «Pace. Fine dei combattimenti». A New York il tenore Enrico Caruso si affacciava alla finestra del suo albergo, e intonava per una folla in delirio l’inno nazionale americano, The Star-Splangled Banner. Con la fine della guerra erano svaniti quegli stessi imperi che l’avevano provocata. Ma quale sorte toccò alle antiche potenze dell’Europa e ai loro sudditi? A decidere del futuro dei Paesi sconfitti fu la Conferenza di pace indetta a Versailles nel gennaio del 1919. Essa si sarebbe dovuta ispirare ai «Quattordici punti» proposti dal presidente americano Wilson per il ristabilimento dell’ordine in Europa. A molti sembrò quasi che stesse per riproporsi un nuovo Congresso di Vienna, ma si sbagliavano. La Grande guerra, che aveva avuto l’apparente inizio con un conflitto fra Cancellerie, si era trasformata in una lotta di tali proporzioni da superare ogni altro scontro fra nazioni in tutto il Diciannovesimo secolo. L’Europa ne era sfinita materialmente e moralmente. Gli equilibri fra le potenze che l’avevano retta negli ultimi tre secoli erano svaniti. Gli Stati Uniti erano entrati in campo con il proposito di dettare ai cugini europei le nuove regole della democrazia, di abolire la pratica «immorale» della Realpolitick e di proporre l’autodeterminazione dei popoli. Ci sarebbero riusciti parzialmente. Un secolo prima, nel 1814, erano convenuti a Vienna i rappresentanti di tutti gli Stati in conflitto, vincitori e vinti. A Versailles invece si commise il colossale errore di chiamare a congresso soltanto le nazioni dell’Intesa, escludendo gli sconfitti e più che mai la Russia leninista, rea di aver barbaramente massacrato la famiglia imperiale nel luglio del ’18 e di aver imposto al Paese una dittatura. Lenin non mancò di elevare un grido di sdegno nell’accusare gli ex Alleati di essersi avventurati in «un’orgia capitalistica» e di voler intervenire nella guerra civile russa per riportare al potere le forze borghesi. Indipendentemente dalle accuse mosse dal leader comunista, il Congresso di Versailles dovette registrare un fallimento, e questo perché, nonostante i princìpi wilsoniani, finirono per prevalere gli interessi particolaristici di poche nazioni che partorirono fragili accordi oscillanti - come ha sottolineato anche Henry Kissinger in un suo recente libro - fra «l’utopismo americano e la paranoia europea». Dopo un anno di compromessi e al termine di ben 1646 sedute, gli ex imperi centrali furono costretti a firmare, separatamente, le disonorevoli condizioni di pace volute dai vincitori. La Germania perse le colonie e i territori conquistati da Bismarck nel 1870, fra cui l’Alsazia-Lorena, a favore della Francia, e la Slesia che passò al neonato Stato polacco. L’errore più clamoroso si riassume però nell’articolo 231 del trattato riguardante la cosiddetta «clausola di colpevolezza». In essa si additava la nazione germanica quale unica responsabile dell’intero conflitto. Iperboliche furono le spese di guerra che l’Inghilterra di Loyd George e la Francia di Clemenceau addebitarono ai tedeschi, tanto si arrivò a specificare in un codicillo che la Germania doveva pagare pensioni o indennizzi ai feriti e ai congiunti delle vittime del conflitto, un’assurdità che non aveva precedenti nella storia diplomatica mondiale. L’ex impero asburgico fu ridotto a un’ottava parte dell’antico territorio, mentre si riconoscevano pienamente i nuovi Stati sorti dalle ceneri del regno di Carlo I: la Cecoslovacchia, lo Stato degli Slavi del Sud, ovvero la Jugoslavia, e infine l’Ungheria. Più controversa fu la questione dei territori austriaci ceduti all’Italia. Il ministro degli Esteri Vittorio Emanuele Orlando non riuscì a ottenere il rispetto delle assicurazioni britanniche che si erano ottenute nel ’15 con i patti segreti di Londra. A nulla servirono le sue rimostranze, tanto che per ripicca abbandonò i lavori della Conferenza, commettendo un errore così grave da non consentire all’Italia di strappare qualcosa in più agli alleati. Divennero comunque italiani il Trentino e l’Alto Adige fino al Brennero, e poi Trieste e l’Istria. Vive controversie sorsero invece per la Dalmazia e per Fiume rivendicate dalla neonata nazione jugoslava. La liquidazione dell’Impero ottomano andò a tutto vantaggio degli inglesi e dei francesi che imposero il loro dominio su alcuni territori qualificandoli come «mandati»: nacquero così la Siria e il Libano, la Palestina, la Trasgiordania e l’Iraq. Smirne, che pure era stata promessa all’Italia, fu ceduta alla Grecia per aver affiancato l’Intesa nella guerra contro la Turchia e la Bulgaria dopo aver scacciato, nel ’17, il filotedesco re Costantino XII di Wittelsbach, e instaurato provvisoriamente una repubblica affidata a Eleutherios Venizelos. Pur con molte pecche gli imperi centrali erano riusciti a tenere insieme, pacificamente, per centinaia di anni molte etnie e svariati terrori dell’Europa centro-orientale. La nazione germanica costruita da Bismarck aveva decisamente appagato i desideri indipendentistici dei vari staterelli tedeschi e sedato i nazionalismi interni. L’impero austriaco, pur impedendo a lungo l’unità d’Italia, aveva unificato molti popoli, specialmente quelli balcanici, e altresì difeso l’Europa dalle minacce degli Ottomani, specialmente nel Diciassettesimo secolo.
L’impero turco, infine, pur avendo annientato il glorioso regno bizantino, aveva tenuto salde le redini sul Medio Oriente fin dal lontano 1299 garantendo una certa prosperità economia e impedendo che gli estremismi delle tribù nomadi dell’Arabia prendessero il sopravvento. E ora una forte affermazione: a Versailles la storia fu ignorata! Non si tenne conto di ciò che i grandi imperi avevano rappresentato, nel bene e nel male, per la stabilità degli equilibri mondiali. Sicché le polveri dei colossi abbattuti nell’autunno del 1918 ricaddero presto su coloro che ne avevano così frettolosamente voluto la rovina. Come? Isolare la Russia significò abbandonarla nelle mani del dispotismo della dittatura bolscevica, che non aveva certo soddisfatto le aspirazioni di milioni di persone le quali nel ’17 avevano combattuto per abolire un’altra tirannide, quella zarista. Un nuovo grave problema era costituito dalla creazione dello Stato polacco che già nel 1920 era stato aggredito dall’Armata rossa. A difenderlo fu il suo primo presidente, il maresciallo Jòzef Pilsudski, un fiero patriota al quale anche Roma ha intitolato un bel viale che dallo Stadio Flaminio raggiunge i limiti meridionali del parco di Villa Glori, congiungendo il quartiere Flaminio con i Parioli. Nei confini della Polonia si ritrovarono intrappolati oltre tre milioni di ebrei, ben quattro milioni di ucraini, un milione di tedeschi, un milione e mezzo di ruteni bianchi e centomila lituani. Il vasto territorio polacco costituiva un ostacolo per le aspirazioni egemoniche tedesche e russe, per cui il trattato di Versailles forniva alla Germania e alla Russia il pretesto per una spartizione di quei territori che avvenne nel 1939 con gli accordi stipulati a Mosca fra Molotov e Ribbentrop. Straordinaria fu la condizione in cui venne a trovarsi la Cecoslovacchia poiché un terzo della popolazione non era né ceca né slovacca: tre milioni erano tedeschi, un milione gli ungheresi e mezzo milione i polacchi, con l’aggravante che la Slovacchia non gradiva la supremazia ceca. Sarà questo il fatto che nel ’39 condurrà a una prima scissione e poi nel 1992 alla rottura definitiva. Un’identica situazione avrà per teatro la Jugoslavia, un Paese in cui si erano volute soddisfare soltanto le aspirazioni della grande Serbia, senza tener conto delle diversità etniche, religiose e linguistiche che contrapponevano i serbi ai croati, agli sloveni, ai kosovari, ai montenegrini e ai macedoni. Nel 1941 aveva inizio la prima guerra civile, la quale, dopo la parentesi della dittatura di Tito, riesplodeva con maggior violenza nel 1991, e protraendosi oltre. Un caso analogo riguardava la questione di Fiume. Il 12 settembre del 1919 il temerario Gabriele D’Annunzio occupava la città istriana con un esercito di volontari. Il gesto mise in pericolo l’intero assetto istituzionale italiano tanto che saggiamente Vittorio Emanuele III volle riesumare il Consiglio della Corona, che non si riuniva più da tempo, per trovare una soluzione non violenta alla iniziativa dannunziana che «screditava le istituzioni» del Regno d’Italia. D’Annunzio e i suoi baldi seguaci furono isolati mentre la diplomazia sabauda sottoscriveva con il governo di Belgrado gli accordi di Rapallo con i quali si proclamava Fiume «città libera». L’accordo lo aveva abilmente tessuto l’uomo di Dronero, Giovanni Giolitti, che era tornato a presiedere il governo strappandone la poltrona a Francesco Saverio Nitti. L’energico leader piemontese seppe anche stroncare l’iniziativa del poeta alato con due colpi di cannone. Fu sì un «Natale di sangue», ma con esso, ed era il 1920, si chiudevano i quindici mesi della maldestra occupazione fiumana, durante i quali si era temuto il riaccendersi di un conflitto nell’area istriana.
In Medio Oriente la più clamorosa protesta si accese in Turchia. Mustafà Kemal, a capo di un movimento nazionalista, rinnegò gli accordi firmati a Sèvres dal sultano e occupò Smirne, la Tracia, l’Anatolia meridionale e parte dei territori curdi e armeni. Si arrivò a un nuovo trattato, siglandolo a Losanna nel 1923, e all’abolizione del sultanato con la rivoluzione kemalista che instaurò una repubblica che ebbe per capitale non più Istanbul ma l’interna città di Ankara. Kemel ne divenne il primo presidente con il titolo di Atatürk che significava «il padre turco». Diversa fu la sorte dell’area palestinese. Non si mantennero gli impegni di indipendenza assunti con gli arabi, né si tenne fede a quanto assicurato al movimento sionista di creare in Palestina sotto il protettorato inglese un insediamento - home foyer - per gli ebrei dispersi nel mondo. Gli effetti? Un disumano genocidio di armeni e di curdi attuato dai turchi e l’instabilità politica mediorientale che tuttora costituisce uno dei nodi più intricati della politica internazionale. Nella Germania - che gli Alleati avevano mortificata, impoverita, e abbandonata al proprio destino - risorgevano con maggior vigore i mai sopiti spiriti nazionalistici, peraltro nuovamente accecati da una voglia di ripristinare l’antica potenza, di rilanciare un pangermanesimo tale da riunificare i tedeschi che a Versailles erano stati divisi in un’intricata scacchiera europea. A nulla valsero gli sforzi pur generosi dei partiti moderati che a Weimar avevano elaborato una nuova Costituzione dando vita a una repubblica democratica e federale. Nel 1923 si sarebbe scatenato con virulenza il primo sintomo di un’ampia crisi che avrebbe preso il nome di Hitler. Col sostegno del generale Ludendorff esplodeva il Putsch di Monaco che poneva in stato d’assedio la Baviera. E non trascorreranno dieci anni per vedere la nera svastica del nazismo campeggiare sulla porta di Brandeburgo e in quasi tutta l’Europa centro-occidentale. In conclusione. Il crollo delle antiche entità politiche e territoriali raggruppate sotto il nome di imperi centrali fu un evento memorabile che mutò la storia dell’intera Europa e del Medio Oriente. Dalle loro ceneri sorsero i moderni Stati nazionali che compongono il puzzle della cartina geografica del Mediterraneo. La Grande guerra fu il punto di arrivo di quel processo di dissolvimento che pose fine a un sistema politico e ideologico con cui i diplomatici dell’Ancien Régime avevano voluto ripristinare l’ordo rerum trascorsa la bufera napoleonica. Con la partecipazione al conflitto gli Stati Uniti colsero l’occasione per estendere la loro sfera di influenza politica oltre l’Atlantico: la caduta dei regni che per centinaia di anni avevano dominato le sorti dell’Europa, e la loro frammentazione in deboli staterelli, offriva una propizia occasione per esportare i frutti - sia buoni sia cattivi - della loro forte e giovane democrazia. Dal 1918 in poi le crisi, le guerre, le unioni e le secessioni hanno rappresentato una costante della politica del vecchio continente oltre che dell’area siro-palestinese. La stessa influenza statunitense si è fatta imbarazzante, quasi ingombrante, poiché induce a divergenze tra le nazioni europee, Italia, Spagna, Gran Bretagna, Germania, Francia. Riviviamo un arduo processo di evoluzione degli ordini sovvertiti dal primo conflitto mondiale sicché si ha l’impressione che si debbano trovare nuove forme di collaborazione - sostanzialmente politiche e non esclusivamente formali - oltre quelle ora fornite dai venticinque Paesi che offrono una prima ma insufficiente idea di una nuova Europa.
 

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