Date di novant’anni fa. 1914. Il 28 luglio l’Impero austroungarico dichiara guerra alla Serbia. Il 1° agosto la Germania inizia le ostilità con la Russia, il 3 con la Francia. Il 4 la Gran Bretagna scende in campo contro gli «imperi centrali» ... È la prima guerra mondiale, come sta scritto in ogni libro di storia. Libri che paiono però dimenticarsi spesso di un risvolto cruciale: in quei giorni si scatenò, non previsto dai più, un conflitto parallelo. Economico e monetario, con epicentro i rapporti di cambio, che non hanno ancora trovato un equilibrio. Talmente vero che ogni giorno le cronache, mutuando il linguaggio bellico, riferiscono delle battaglie (solo apparentemente incruenti), in un quadrato ove sono schierati il dollaro egemone, l’euro, lo yen giapponese e il rampante renmimbi cinese. Mentre la gloriosa sterlina britannica e il franco svizzero sono ormai ridotti a ruoli secondari. Proprio il 1914 infatti, segnò l’inizio della fine di un bisecolare periodo di pax monetaria, riconducibile alla decisione di Isaac Newton, al momento direttore della zecca di Londra, di fissare un rapporto diretto e concreto fra la sterlina e l’oro. Era il 1699, e se per la realizzazione dell’ambizioso progetto occorreranno decenni prima di arrivare al Bank Act (1774) del premier Robert Peel, il dado è tratto. In inglese, pound significa «libbra». La libbra è il peso convenzionale (mediamente oscillante fra i 300 e i 500 grammi) delle grosse monete argentee dell’epoca romana, poi rilanciate da Carlo Magno per agevolare i commerci nelle terre imperiali. Infinite, come sempre, le speculazioni dei mercanti; e talmente proditorie da indurre nel Dodicesimo secolo Enrico II (responsabile dell’assassinio di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury), a ordinare un conio del pound vicino agli attuali parametri di 454 grammi. Conoscendo il carattere dei sudditi, pretese di aggiungervi il termine sterling, sinonimo di «buona lega», «genuinità». Nacque così il pound sterling. Le encomiabili intenzioni del sovrano, vennero come sempre puntualmente disattese dagli speculatori. Però il concetto di sterling finì col radicarsi nel patrimonio genetico dei britannici. Con la rivoluzione industriale, il loro spirito da isolazionista divenne imperialista. All’avanguardia della tecnologia, dovevano esportare per vivere. Presto realizzando che il dominio militare dei mari non sarebbe stato sufficiente ad assicurare il controllo dei commerci (quante analogie con gli Usa del Ventunesimo secolo), ritennero indispensabile costruire un retroterra monetario inattaccabile. Magica formuletta (non a caso Newton coltivava in privato la passione dell’alchimia), legare le monete, presto le banconote in carta filigranata, all’oro, o quantomeno all’argento in rapporti che favoriscono gli «arbitraggi», davvero arbitrari, dei banchieri. O addirittura demonizzare i metalli preziosi, alla maniera di John Law, Banchiere di Francia all’inizio del Settecento, in qualche misura anticipatore di John M. Keynes. Ci pensa, all’apogeo della Grandeur, Napoleone I°, con l’ecu argenteo, sonant et trebouchant da 5 franchi. A Waterloo, la sconfitta dell’Imperatore ne nasconde una seconda: quella di una «moneta unica» dall’Atlantico al Danubio e alla Vistola. Per il franco francese è una débacle epocale, ancorché poco raccontata. Inutilmente proverà a rialzare la bandiera, nel 1866, Napoleone III. Ecco un altro risvolto delle «guerre monetarie», che gli storici farebbero bene a prendere in considerazione. Sinteticamente; l’utopia della prima «Unione monetaria europea». Chissà perché dimenticata in questo periodo di euro-euforia!
Rapida ricostruzione di quei memorabili eventi. Nel dicembre 1848 Luigi Carlo Napoleone, figlio di Luigi Bonaparte e Ortensia Beauharnais, è eletto presidente della Repubblica francese per un quadriennio. Poco prima della scadenza del mandato si autoproclama presidente per un decennio e, subito dopo imperatore col titolo di Napoleone III. Mentre gli Stati Uniti d’America sono ancora in fase magmatica, l’Austria indebolita, la Russia zarista lontana, la Prussia sempre potenza regionale, in campo monetario è il franco francese la valuta di riferimento del vecchio continente. Sui giornali di Parigi, inclini allo sciovinismo, si legge che «per la prima volta dopo Carlo Magno, più di 70 milioni d’europeí vivono, lavorano, commerciano, consumano nell’ambito di una comunità monetaria di fatto». Per Napoleone III, immaginare una «moneta unica» anticipatrice di una «moneta universale», il passo è breve. Com’è facile osservare, i sogni dei potenti sono ricorrenti... Nel frangente, trattasi di arginare l’«arroganza» e lo «strapotere» della sterlina. (Passano i secoli, ma il vocabolario dei politici e dei gazzettieri non cambia). All’improvviso, le strabilianti scoperte aurifere in California, deprimendo il corso del metallo giallo e rivalutando l’argento, inducono l’imperatore a uscire allo scoperto per ristabilire un «nuovo ordine». Il 20 novembre 1865, a Parigi si apre la Conferenza monetaria internazionale, in assoluto il primo tentativo di concertazione della storia moderna in questo campo.
All’annuncio è uno squillar di trombe e rullar di tamburi, ma alla conclusione dei lavori (23 dicembre, antivigilia di Natale) il solenne patto istitutivo dell’Unione monetaria latina anticipatore dell’Unione monetaria mondiale, come sta scritto nel documento finale, viene siglato solo dai ministri di Francia, Grecia, Italia (Alfonso Ferrero di La Marmora), Svizzera. Quindi approvato dai rispettivi parlamenti con profluvio di retorica. Si tengono in disparte la Germania, in via d’unificazione sotto lo scettro prussiano e di conseguenza i Paesi scandinavi, l’Olanda, paiono possibiliste Austria, Romania, Russia, Spagna. Salgono leste sul carro il Principato di Monaco e lo Stato Pontificio, che nulla possono rifiutare all’imperatore-protettore. L’entusiasmo contagia gli ambienti intellettuali londinesi, facendo scrivere all’Economist. «Se la civiltà può regalarci una moneta unica, si tratterebbe di un traguardo straordinario per tutti gli uomini, convincendoli che hanno lo stesso sangue...». Di ben altro avviso la Regina Vittoria e Benjamin Disraeli che rifiutano in blocco le proposte ritenendole lesive per l’interesse nazionale, ovvero il primato planetario della sterlina.
Trascorre appena un lustro. Nella fatale Sedan (1870), l’armata di von Moltke travolge l’esercito francese. Crolla l’impero napoleonico, l’oro della Banca di Francia parte per Berlino come pagamento delle riparazioni belliche. Eppure, la «moneta latina» tiene, mantenendo intatto prestigio e credibilità. Nessun «miracolo», come ben sanno gli studiosi delle vicende monetarie: il merito va al meccanismo di funzionamento dell’Uml, Semplice e lineare. Infatti i «pezzi» coniati in oro e argento, facendo preciso riferimento allo scudo da 5 franchi, si equivalgono per peso e caratteristiche, favorendone la circolazione negli Stati membri, senza problemi di cambio. S’era persino arrivati a stabilire la quantità di argento che poteva essere coniata: 6 scudi per ogni abitante. Cioè 10,5 milioni per la Grecia, 18 per la Svizzera, 33 per il Belgio, 170 per l’Italia, 240 per la Francia. Fra il 1870 e il 1876, mentre la terza Repubblica supera rapidamente lo shock della Comune di Parigi e i traumi della perdita di Alsazia e Lorena e delle riparazioni, puntando su un vigoroso espansionismo coloniale in Africa e Asia, è l’Italia a comportarsi con scarsa diligenza. Nonostante gli sforzi del ministro delle Finanze Quintino Sella, il bilancio statale rimane paurosamente deficitario. E si prende a stampare cartamoneta senza la necessaria copertura. «Non esistono problemi», assicura però il ministro nei dibattiti parlamentari. Aggiungendo: «Facciamo parte dell’Unione latina!». Poi si vieta la conversione delle banconote in oro e argento. Gli altri membri dell’Uml, non gradiscono e ci inviano ammonimenti. Per lo più blandi, ed è comprensibile: i 170 mila scudi (5 lire) coniati dall’Italia, sono buoni, per giunta astutamente moltiplicati. Nelle banche parigine ed elvetiche si può ottenerne a volontà in cambio di banconote. A patto di pagare un aggio del 10-20%, grossomodo corrispondenti al tasso d’inflazione della lira italiana.
Il 18 marzo 1876 diviene capo del governo Agostino Depretis, piemontese della Lomellina, considerato al tempo stesso un «demagogo» e il lungo braccio di quei ceti imprenditoriali stanchi della politica della lesina di Quintino Sella. Ancorché etichettato «di sinistra», si comporta da autentico liberale. Estende il voto a due milioni e mezzo di cittadini, abolisce la vituperata tassa sul macinato, e va a vedere, come a un tavolo di poker, il bluff delle banche. Quelle emittenti, hanno accumulato ingentissime riserve in oro e argento, spesso fraudolentemente inducendo la minuta clientela a versare i loro scudi in cambio di cartamoneta inconvertibile. Rendendo la lira nuovamente convertibile, ottiene il plauso dell’Uml. C’è chi, negli ambienti conservatori, fa previsioni catastrofiche. Al contrario, questa «liberalizzazione monetaria» ha esiti trionfali. Le monete d’oro e d’argento riposte nei cassetti e nei materassi riprendono a circolare, la produzione agricola e industriale riprende, i commercianti importano, i prezzi diminuiscono. In pochi mesi affluiscono nella Penisola 550 milioni di capitali stranieri. Inizia un quarantennio di stabilità e sviluppo, per l’Italia e il mondo intero, nel segno della pax monetaria. La sterlina è divenuta l’assoluta e incontrastata valuta di riferimento planetario, ma il rapporto con la lira e le altre valute dell’Uml resterà stabile a «quota 25». Col dollaro, a «quota 5». Azzerata l’inflazione, il reddito pro-capite degli italiani più che raddoppia dalla proclamazione del Regno, arrivando a 2478 lire. Gli economisti sono tuttora divisi sull’interpretazione di questo «miracolo economico», anche se prevale la tendenza ad attribuirlo alla sinergia fra una serie di fattori concomitanti. Primo fra tutti, l’espansione economica mondiale che s’accompagna al sorgere di una (per l’epoca) New Economy: l’industria elettrica e meccanica, alla quale s’aggiungerà presto l’automobilistica. Una crescita favorita dal dinamismo di un nuovo ceto di banchieri, che fa piazza pulita di quegli istituti (Banca romana in primis), corrotti, inaffidabili, retrivi. Sorgono banche di matrice estera, mitteleuropea come la Banca commerciale italiana e il Credito italiano. Il ciclo virtuoso, sempre restando alla sfera monetaria, comincia a incrinarsi nel 1911-12 con la guerra alla Turchia, all’Impero Ottomano, per la conquista della Libia. Doveva essere una passeggiata coloniale, e s’impantanerà in un usurpante conflitto, dal costo di un miliardo l’anno. Lo Stato riesce però a tenere botta. Forte del fatto che le riserve auree coprono il 73,6% del circolante in cartamoneta, prende a far girare i torchi. Sulla prima banconota emessa dalla Banca d’Italia del valore di cento lire, compare la scritta: «Pagabili a vista al portatore». Ma chi ci fa caso, fra la gente comune? Con salari oscillanti fra i 60 centesimi nelle campagne, due lire negli opifici e nei cantieri, per dieci-dodici ore di lavoro, quel che conta sono gli spiccioli: 5 centesimi per un quotidiano, 20 per un chilo di pane, 80 per un buon pasto in trattoria. Comunque, e nonostante il moltiplicarsi della conflittualità sociale per l’avanzata dei movimenti sindacali e socialisti, economicamente l’Italia sembra «tenere», poiché il pilastro di sostegno, la parità della lira, è saldo. O quasi. Infatti lo spregiativo, e poco generoso, appellativo di «Italietta», arriverà più tardi. Quando ci renderemo consapevoli che di grande potenza europea avevamo unicamente i simboli. Il che non accadrà solo a noi!
Eccoci all’estate 1914. Le grandi potenze, quelle vere, entrano in guerra. Suicida, alla fine. Noi, proclamando una provvisoria neutralità (formalmente legati da un Trattato agli Imperi centrali, treschiamo con l’Intesa), potremmo chiuderci in una botte di ferro. Però, prudenzialmente, ci riarmiamo; e sui mercati finanziari, ancor prima che nei circoli della diplomazia, si fa di conto: e in poche settimane il cambio della lira passa da 5 a 6 col dollaro, da 25 a 30 con la sterlina. Formalmente, la parità aurea (0,29032258) è «invariata e intangibile». Ma chi ci crede più? A Milano, corrono voci insistenti su imminenti provvedimenti restrittivi e in molti salgono sui treni per Lugano, sino ad allora rifugio di anarchici e repubblicani. Vanno a cambiare lire in franchi svizzeri. Inizialmente alla pari (siamo o no tutti membri dell’Uml?), presto sottoponendosi a un balzello del 16%. Il 25 maggio 1915, inizia uno scivolamento non più speculativo ma reale. Nell’inverno del 1918, quando celebriamo Vittorio Veneto, la lire è quotata a 102 sulla sterlina, 28 sul dollaro, 2,50 sul franco svizzero, 1,70 sul franco francese. Spiegazione tecnica: le riserve della Banca d’Italia coprono appena il 13% della circolazione cartacea. Quella débacle monetaria porrà fine all’illusione dell’Uml, sancita da una frettolosa riunione a Basilea nel 1925, allorché per un franco svizzero occorrono 4,76 lire e 4 franchi svizzeri o belgi. Ma è anche la presa d’atto di un ben più devastante scenario. Il crollo dell’egemonia della sterlina e la prepotente avanzata del dollaro. Dovremmo pertanto avere il coraggio di ammettere che la prima guerra mondiale sanzionò l’inizio del declino dell’Europa intera. Vinti e vincitori, tutti umiliati da uno «straniero» del quale avevamo ignorato le potenzialità. Più che delle disavventure del franco francese e della lira (tralasciando i tormenti del marco tedesco), s’ha allora da parlare del braccio di ferro fra sterlina e dollaro. Perché in questo snodo sta il passaggio delle redini del potere da una sponda all’altra dell’Atlantico, e l’inizio del declino europeo. Ovvero quel fenomeno epocale che i fautori dell’euro hanno percepito, senza tuttavia saperne trarre le conseguenze. Chi conosce l’America, sa di un detto: There are no free lunches, non vi sono colazioni gratis! Le guerre, da sempre, sia nel campo dei vinti sia in quello dei vincitori, tutto stravolgono. Dai costumi all’economia. Eppure la prima guerra mondiale ebbe ricadute senza precedenti. In ginocchio la Germania e cancellato l’Impero austroungarico, Italia e Francia erano uscite con le ossa rotte. Non stava però meglio la Gran Bretagna, che in deroga al Bank Act del 1844, per finanziare le spese militari, aveva preso a stampare biglietti e a emettere prestiti in sterline privi di copertura aurea. Indiscusso vincitore, il dollaro. Dando corpo alla profezia del poeta statunitense Irving Washington, che nel 1850 aveva declamato: «Dollaro onnipotente, oggetto della futura devozione universale ...». Infatti, a partire dal 1914 è l’unica valuta a rafforzarsi, poiché gli Usa concedendo prestiti agli alleati, fornendo sostegno militare, industriale, alimentare (da onorare in dollari), avevano trasferito al di là dell’Atlantico i gangli della finanza: Wall Street per gli scambi mobiliari, Chicago per le merci, sopravanzarono presto la City londinese. Di fronte al declino europeo, gli inglesi sono in pratica gli unici a reagire; con le mosse di due figure destinate a entrare nella storia: Winston Churchill il politico e John M. Keynes, l’economista. Purtroppo, le visioni sono antitetiche. Churchill ritiene che per bloccare l’espansionismo del dollaro, sia sufficiente ristabilire la parità aurea della sterlina (7,32 grammi) e la sua convertibilità nelle transazioni internazionali; Keynes è convinto che occorra una manovra di ben altro respiro e coraggio, escludendo qualunque riferimento all’oro. In questo modo togliendo l’acqua ai pescicane della Federal Reserve che ha accumulato nei suoi forzieri oltre la metà del metallo giallo in circolazione nel pianeta. Lo scontro Churchill-Keynes, avrà toni epocali, proseguendo sino alla fine della seconda guerra mondiale. Negli anni Venti, è tuttavia Churchill a prevalere, fissando a 4,86 il cambio sterlina-dollaro: una rovinosa sopravvalutazione che provocherà la crisi del dell’economia inglese, incentrata com’è sulle esportazioni. Non bastasse, i capitali corrono verso gli Usa, la cui economia appare in inarrestabile sviluppo. Così accentuando il declino del vecchio continente, Gran Bretagna inclusa. Ecco quel che ha prodotto la grande guerra: lo spostamento da una sponda all’altra dell’Atlantico del baricentro del potere.
Ecco quel che ci ha lasciato in eredità il 1914. Il tramonto dell’Europa come superpotenza monetaria, lasciando campo libero a Re Dollaro. Sono poi stati sufficienti pochi decenni, la seconda guerra mondiale, a rendere irreversibile il fenomeno. Con l’euro, privo però del sostegno della sterlina, incerta come sempre nelle sue alleanze, s’è andata organizzando una controffensiva pilotata da Francia e Germania ma i risultati strategici, al momento, permangono modesti. A dettare le leggi monetarie, cancellato il vincolo della convertibilità aurea, ogni moneta «vale» per quel che rappresenta, ovvero le potenzialità dell’area economica, politica, militare che sta alle sue spalle. Un certo revisionismo storico alla moda, tende a sminuire la portata del contributo americano, in verità, decisivo, per le vittorie della democrazia e del capitalismo, nella prima e nella seconda guerra mondiale; poi, a confronto con un comunismo miseramente franato anche perché non è mai riuscito ad avere una sua moneta. E se un sempre più largo fossato va scavandosi fra le due rive dell’Atlantico, lo si deve al fatto che ben pochi hanno capito quel che iniziò novant’anni fa.