Forse l’analisi più esatta della Grande guerra fu quella che ne diedero a un tempo Lenin e Mussolini cioè quella della vera rivoluzione. Fu la Grande guerra che segnò in Europa l’avvento delle masse, che non avvenne attraverso le democrazie e i sindacati ma attraverso le trincee e le baionette. L’essere stata una guerra fondata in gran parte sulla resistenza reciproca, in cui la maggior parte delle frontiere rimase intatta e in cui non ci fu, se non dopo Tannenberg o dopo Caporetto, una vera invasione di una nazione sull’altra, ha fatto di questa guerra una singolare milizia dello spirito, in cui non apparivano maggiormente le virtù militari della guerra di movimento, ma la grande pazienza delle fanterie accasermate in trincea, senza che vi fosse mai un evento tale da poter far pensare che la guerra si concludesse, come tutte le altre guerre, con una vittoria sul campo. I protagonisti della guerra non furono gli Stati maggiori ma la lunga disponibilità delle masse a reggere l’interminabile attesa di una guerra statica e mortale, in cui il confronto stesso era una lotta non affidata all’iniziativa del singolo ma solo alla capacità del plotone di andare allo sbaraglio. L’Europa che entra nella Grande guerra era l’Europa borghese che crede nell’espansione dei commerci e delle industrie e che giustifica le differenze sociali con la loro semplice esistenza. Non c’era più una legittimazione religiosa della distinzione tra ricchi e poveri ma l’egemonia della ricchezza era giustificata con il fatto che la produzione e il commercio non arricchivano i singoli ma le nazioni. L’Europa che entrò nella prima guerra mondiale era perciò un’Europa senza religione e senza rivoluzione, un’Europa convinta di avere in se stessa le chiavi del suo progresso indefinito. Ciò era stato raggiunto mediante il concetto di nazione, cioè di una totalità sociale che non si motivava sulla trascendenza divina e nemmeno in un assoluto politico, cioè che non possedeva le caratteristiche che resero possibili le guerra di religione e le guerre dinastiche (anch’esse guerre di religione mascherate) e intelleggibili le ragioni ideologiche della seconda guerra mondiale. Paradossalmente gli europei non si odiavano ma pensavano che la nazione fosse una categoria in sostanza innocente, frutto sì della rivoluzione francese ma poi addomesticata e liberata da ogni idea propria di dominio totale. Gli europei pensavano che la nazione, concetto eguale in tutti i Paesi europei, fosse la categoria che consentiva la lunga pace dei popoli che era seguita al conflitto russo-turco del 1878. Gli europei non avevano nessun motivo assoluto di odiarsi, perché si pensavano tutti come parti di una grande famiglia, la famiglia delle nazioni europee. Ma il concetto di nazione non era così neutrale come sembrava, manteneva nel suo seno un carattere di totalità e di assoluto che sembrava ben dissimulato dal fatto che ciascuno aveva la sua identità propria ma che essa era la stessa cosa dell’altro. Il mondo moderno si considerava come definitivo e non riteneva che le antiche passioni religiose e dinastiche che avevano alimentato le guerre europee fossero più capaci di produrre altro che un tranquillo equilibrio delle forze. L’Europa si ignorava, gli europei non si odiavano, eppure la Grande guerra scoppiò. La nazione conservava, nella sua apparente neutralità illuministica, una radice etnica non più mediata dall’identità religiosa. L’Europa ragionevole delle nazioni era in realtà un’Europa irragionevole delle etnie e delle lingue. Tuttavia il secolo Diciannovesimo, che aveva distrutto l’impero francese e la sua egemonia paneuropea, in realtà aveva assimilato il modello napoleonico: le nazioni si ponevano come imperi. Il modello imperiale europeo era quello del sacro romano impero istituito da Carlo Magno e che risiedeva agli inizi del secolo Diciannovesimo a Vienna sulle spalle degli Asburgo. Napoleone voleva quell’impero tradizionale e unico religioso per essenza: tanto che dopo aver assunto un rituale sacrale la corona imperiale, sia pure temperata dal gesto laico dell’autoincoronazione, impose all’imperatore d’Austria di rinunciare al titolo di sacro romano imperatore pur conservando il titolo imperiale. Le nazioni che nascevano dalla sconfitta della rivoluzione francese ricevevano la loro investitura politica dal vincitore dei giacobini, Napoleone: erano tutte nazioni imperiali che non ponevano limiti culturali o funzionali alla propria potenza. Napoleone aveva creato l’Europa del secolo Diciannovesimo sul modello della nazione imperiale. L’esempio determinante fu la Germania di Bismarck, che, nella guerra del 1866, aveva cacciato l’Austria dalla Confederazione tedesca e con la vittoria su Napoleone III aveva costituito l’impero tedesco. La Germania diveniva così la chiave del bonapartismo, delle nazioni imperiali. Formalmente ciò avveniva all’interno di un concetto dell’autolimitazione degli imperi. E se vi fu un politico europeo convinto del concetto del Congresso di Vienna sull’equilibrio delle nazioni fu appunto il fondatore dell’impero tedesco. Si introduceva però, senza che ve ne fosse coscienza, un fattore etnico nella definizione dello Stato-nazione, un concetto incomponibile sia con il Cristianesimo che con l’illuminismo, ma tuttavia destinato a dar forma all’Europa dell’imperialismo etnico che fu costituita nel secolo Diciannovesimo. L’etnicismo delle nazioni europee, ancora formalmente illuministiche e persino nonostante l’anticlericalismo formalmente cristiane, rimane una componente a lungo nascosta. Ma vi era un Paese che era la culla della nazione imperiale europea e questo era la Francia. È in Francia che con Jacques Drummond e con l’affaire Dreyfus nasce l’antisemitismo. Ciò mostra la differenza tra la Francia napoleonica, ancora figlia della rivoluzione francese, e la Francia che nasce con la terza repubblica. La prima conferisce agli ebrei la piena cittadinanza, li include formalmente nella nazione, la seconda dubita della loro fedeltà alla nazione, della compatibilità del loro ebraismo con il concetto di nazione. Esso doveva risolvere in sé nella laicità e nell’eguaglianza tutte le differenze religiose. Il fatto che gli ebrei rimanessero ebrei «a parte intiera» e perciò non divenissero francesi «a parte intiera» genera il primo sospetto sulla fedeltà francese degli ebrei. Ponendo il conflitto tra la cittadinanza e l’ebraicità la nazione viene intesa come un fatto etico totalitario. Quello che accade in Francia palesemente nel declino del secolo Diciannovesimo si compie in tutti i Paesi. Il concetto di nazione diviene gradualmente quello di etnia. Non è un caso che la prima guerra mondiale scoppi nel punto in cui il conflitto etnico e religioso è ancora interamente aperto nonostante la forma illuministica della nazione: i Balcani e precisamente la Bosnia e la Serbia. Ivi il dominio ottomano ha fatto della identità religiosa un’identità etnica. E l’impero asburgico, che ha voluto fondere il concetto della fedeltà dinastica con quello della nazione, è il punto più fragile, quello in cui è più probabile esploda la tensione tra etnicità e cittadinanza. Ferdinando d’Asburgo erede della corona d’Austria ha voluto annettere all’impero austroungarico la Bosnia affidata al governo austriaco con mandato internazionale del congresso di Berlino del 1878. Qui, il contrasto tra il principio di cittadinanza e quello di eticità armano la mano dell’attentatore serbo-bosniaco che uccidendo Ferdinando d’Asburgo, crea le premesse della Grande guerra. Essa avviene mediante uno schieramento in cui il principio etnico ha la sua piena rilevanza. La Russia slava interviene al fianco della Serbia slava, la Germania a fianco dell’impero asburgico. Ma l’etnicismo francese è vigilante e sente la piaga dell’Alsazia e della Lorena sottratte, nel 1871, all’appartenenza alla Francia. Con un gesto che sovverte la tradizionale alleanza tra Inghilterra e Prussia, fondata su basi dinastiche, la Gran Bretagna interviene a fianco della Francia e della Russia contro la Germania. Il conflitto è così generale che coinvolge anche popoli come gli inglesi e gli italiani meno coinvolti direttamente nel conflitto etnico. La Grande guerra nasce così dal fallimento della nazione illuministica a sopprimere le identità etniche che appaiono tanto più forti quanto non più mediate dal principio della comune religione cristiana. L’illuminismo della nazione non ha saputo produrre l’universalità della civiltà che esso aspirava a fondare. Non è dunque un caso che la seconda guerra mondiale nasca a un tempo dal principio etnico diventato principio ideologico con il nazismo e da quello rivoluzionario: cioè dalla fine della sintesi napoleonica che aveva animato l’Ottocento. L’Italia è coinvolta nel conflitto dal fatto che la nazione è stata imposta con il ferro e col fuoco dal secondo impero francese sul territorio italiano e la monarchia cerca nella guerra la prova della propria legittimità nazionale discussa. Anche l’italianismo, che non era mai stato un principio etnico, diventerà tale con il fascismo, fondendosi con la versione mussoliniana del principio rivoluzionario. L’illuminismo anticristiano non ha prodotto l’universalità che esso pensava di poter produrre negando il Cristianesimo. L’etnicismo e la rivoluzione, le due componenti del bonapartismo, una rimossa e l’una censurata, sono la forma storica della Grande guerra.