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La confessione di Piero Cerioni uomo piccolo piccolo

LIBERAL BIMESTRALE
di Maria Ansolini
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Per esplicita dichiarazione dell'io narrante, l'ultimo romanzo di Antonio Debenetti non narra la vita di un grande uomo, ma l'esistenza di un uomo piccolo piccolo, una vita che, come tale, non si presta dunque a consuntivi. Il consuntivo è infatti l'unico atto mancante di questo puntiglioso e elegante romanzo cucito addosso alla figura di un uomo mediocre, Piero Cerioni che arrivato alla vecchiaia decide di consegnare ai lettori il racconto della sua esistenza sotto forma di confessione. La confessione presuppone una colpa e senza troppi preamboli veniamo subito a sapere che «un giovedì, tanti e tanti anni fa, fui la ragione indiretta della morte del mio unico amico». Ma non è questa l'unica confessione che il protagonista vuole rendere e renderà nella sua storia. La storia di Piero è anzi una complessa ricostruzione di un personaggio ambiguo e cattivo, incapace di sostenere la normalità, pronto alla delazione, solitario e narcisista. Sullo sfondo del ventennio fascista viene fuori la breve traccia di un romanzo di formazione intrecciato al carattere romanzesco im-presso dal delitto annunciato. Seguendo la ricerca del movente che spinge Piero al delitto indiretto, scopriamo e sveliamo le ombre di una vita provinciale e gretta sostenuta, senza forza reale, da una frustrante necessità di riscatto sociale. La vita parallela che l'io narrante conduce con il suo alter ego Gianluca è più fittizia che reale, o meglio, è una vita parallela esistita in una fase prenatale e durata fino all'infanzia ma poi divenuta divergente. Alla base di questo perverso rapporto di comparazioni, c'è il torbido amore del protagonista per la madre, una giovane donna rimasta vedova prima ancora di sposare l'uomo da cui aspettava un figlio. Piero è quindi insieme frutto della colpa e del cattivo destino materno, una donna dolce e remissiva amica della madre di Gianluca, donna invece non solo sposata bene ma in parte nobile. L'angustia della vita mediocre allena il protagonista non tanto all'odio quanto all'infingardaggine, e dal suo sguardo sul mondo si legge la bruttura, la decadenza e il disfacimento. L'incapa-cità di costruire rapporti normali (esemplari sono quelli con le donne che passano dal sentimento incestuoso per la madre a quello manesco con la compagna), l'impossibilità di stabilire verità, rendono agli occhi del lettore la vita di Piero una vita fluida, fastidiosa nel suo essere inutile. Un modello letterario di decadenza e abulia mirabilmente sostenuto da un linguaggio fortemente elaborato sulla mimesi di quella stessa realtà vissuta dal protagonista: quella volgare e violenta degli anni più bui della storia del Novecento.
Antonio Debenedetti,
Un giovedì, dopo le cinque, Rizzoli,
191pagine, 27 mila lire

Maria Ansolini

 
 

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