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Napster: dal comunismo al capitalismo della Rete |
LIBERAL BIMESTRALE di Stefano Eco Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001
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La proprietà intellettuale è un furto. Parafrasando uno slogan ormai caduto in disuso si può riassumere il pensiero di John Perry Barlow, che in un recente articolo su Wired inneggiava a Napster come una delle forme più rappresentative del nuovo comunismo permesso dalla rete, dove la creazione di opere dell'ingegno (intellectual property) è il bene maggiore che va ceduto e fatto circolare liberamente. Napster ha ucciso il copyright, ma non la creatività. Non è forse vero che fino a pochi secoli fa il diritto d'autore non era salvaguardato in alcun modo, eppure la creatività umana è fiorita lo stesso? E non è forse vero che il gruppo musicale Grateful Dead (di cui Barlow era paroliere) ha ottenuto un successo fenomenale e venduto milioni di dischi nonostante (o addirittura proprio perché) incoraggiasse le registrazioni «pirata» dei propri concerti? Sono in molti a pensarla come Barlow: a vedere la copia illegale di musica che sottrae soldi alle major come qualcosa di alternativo, di ribelle; e in moltissimi a considerare un diritto il poter copiare gratis la musica via Internet, sottraendo alle malefiche major discografiche dei soldi che servono anche a pagare i musicisti tanto graditi, ma tanto i dischi si vendono lo stesso. È vero che i dischi per ora si vendono lo stesso, però gli analisti del settore concordano che il futuro della musica è on line. Molti dei milioni di utenti di Nap-ster hanno subito un colpo - almeno a giudicare dai tanti messaggi nelle chat e nei forum - quando, poche settimane fa, Napster ha concluso un accordo con la multinazionale dei media Bertel-smann (major discografica con la sua divisione Bmg) per far pagare il servizio con un abbonamento mensile di circa 5 dollari, soldi che andranno alle case discografiche. Dopo poco più di un anno di vita il sistema «alternativo» di scambio di file musicali è passato di colpo dalla parte di ciò a cui era alternativo, cancellando quel sapore di ribellione che lo rendeva attraente oltre alla disponibilità di musica gratis. Eppure doveva succedere. Napster ha fatto l'unica cosa che poteva fare per non scomparire, e la Bertelsmann è abilmente entrata nel mercato del futuro, quel mercato che le altre case di-scografiche ancora combattono con la causa contro Napster. La Universal ha rifiutato l'alleanza con Napster - che Bertelsmann ha proposto anche alle altre major - e anzi pensa di offrire un abbonamento per la propria musica via Internet a 15 dollari mensili, una cifra che sembra poco realistico chiedere a ragazzi che sanno come trovare la stessa musica gratis con un po' di sforzo. Bertelsmann ha furbamente spiazzato le altre major offrendo a Napster un finanziamento di 50 milioni di dollari che la rende potenziale azionista del più popolare sistema di diffusione di musica via Internet, e se Napster dovesse andare in borsa, come già si comincia a ipotizzare, il guadagno di Bertelsmann dovrebbe essere notevole. Anche Shawn Fanning, il diciannovenne soprannominato Napster che ha fatto partire la slavina, si trova di colpo in una situazione piuttosto diversa. Fino alla scorsa settimana, gli avvocati più pagati d'America cercavano di farlo chiudere, oggi si ritrova finanziato e potenzialmente molto ricco. Per un sistema di scambio che per Barlow simboleggiava il nuovo comunismo della rete, gli sviluppi sono decisamente capitalistici. Del resto la musica è da cinquant'anni un grosso affare, e per ogni ragazzo che si dà alla musica per arte, ce ne sono almeno tre che tentano di diventare rock stars semplicemente per arricchirsi divertendosi, oggi come trent'anni fa. Stefano Eco
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