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Hillman dalla parte dei vecchi "Siete voi i veri esploratori" |
LIBERAL BIMESTRALE di Lella Ravasi Bellocchio Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001
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L'ultimo libro di Hillman è allo stesso tempo teorico e autobiografico, nel senso che dà spessore a quel parlare «d'anima» che proprio Hillman ha introdotto nel linguaggio psicoanalitico, e che ha fatto dell'autore un punto di riferimento obbligato. La tesi del libro sostiene che l'ultimo tempo della vita (ma sembra improprio chiamarlo vecchiaia) è indirizzato non alla visione della morte come immagine finale, ma alla vita come «compimento del carattere»: tutto quello che si è lasciato indietro, perché costretti dai mille affanni del quotidiano, e che non si è potuto esprimere della relazione e con il mondo e con se stessi, con i propri miti e con gli dei dentro di noi, appare potenzialmente disponibile ancora. Anzi, non possiamo andarcene senza il compimento del carattere; l'epigrafe che Hillman sceglie per il libro è la tesi che svilupperà in tutto il testo, mirabilmente narrata da Eliot nel verso «I vecchi dovrebbero essere esploratori». La curiosità, l'apertura, la ricchezza dell'avventura psichica non hanno fine; sono l'avvio di un altro tempo in cui appare il valore dell'esperienza come continua sperimentazione di un nuovo sé. Già nel Codice dell'anima, Hillman aveva inventato l'ipotesi di realizzazione del sé coniando la teoria della «ghianda», cioè la necessità per la salute psichica di rintracciare dentro di noi quel nucleo originario che corrisponde al nostro destino, e trovare il tempo e il luogo per recuperarlo e per viverlo. In questo nuovo testo il compimento del carattere, la forza che si imprime nella sua ricerca e realizzazione, porta fino in fondo la ghianda e la fa diventare albero e foglie e frutti. Con semplicità e sapienza Hillman si e ci interroga, spingendosi a considerare «l'anima come un'intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama... Le trame che ingarbugliano la nostra anima e fanno uscire allo scoperto il nostro carattere sono i grandi miti». L'idea di carattere si fonda sulla libertà di ricercare dentro la profondità individuale e archetipica quindi, senza arrendersi alla banalità di un'immagine collettiva della psiche. Il nostro volto porta impressi i segni e i significati che attraversando la nostra esistenza, ci hanno reso l'essere unico e irripetibile che possiamo essere; a patto che restiamo fedeli alla felicità dell'immagine e non la confondiamo con la proposta di uno stupido livellamento. Rimane sospesa nel tempo e infinitamente attuale per ciascuno l'ultima pagina dell'autobiografia di Jung che Hillman ripropone: «Sono stupito, deluso, contento di me; sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme e non so tirare le somme... Quanto più mi sono sentito insicuro di me stesso, tanto più è cresciuto in me un senso di affinità con tutte le cose». Credo che ci convenga invecchiare così, aperti ancora all'infinito e all'inconcluso della psiche, fedeli all'esplorazione del compito che ci si presenta per tutta la vita: la tensione a un compimento del carattere che è contemporaneamente forza e fragilità, umanissime entrambe. James Hillman, La forza del carattere, Adelphi, 321 pagine, 32 mila lire Lella Ravasi Bellocchio
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