I volumi collettanei, le raccolte di saggi di diversi autori, gli atti di un convegno sono visti dai lettori con cordiale diffidenza. Il perché è presto detto: anzitutto si sono fatti centinaia di convegni inutili, e stampati altrettanti libri pretestuosi. Poi si presume che, in occasioni simili, difficilmente un autore-relatore possa dare il meglio. Questo L'insostenibile peso dello Stato, che ricalca l'ultimo meeting organizzato dal Centro italiano documentazione azione studi di Torino, è una piacevole eccezione.
Tanti infatti sono gli spunti per riflettere e pensare disseminati nel poderoso volume edito dalla Leonardo Facco editore. A cominciare dalla bella testimonianza di Sergio Ricossa (Al di là del liberismo), che del libro e di chi l'ha scritto è un po' il manifesto. Ricossa rilancia con fierezza il valore di un «anticomunismo viscerale» che non scivoli però né in un conservatorismo a senso unico, né in un blando liberalismo. L'economista torinese è diventato il primus-inter-pares dei «pazzi libertari, fieri della propria follia». Che consiste in nient'altro se non in questo: «Noi non siamo al governo e mai ci saremo. Siamo contro il potere politico, ogni potere politico. Non abbiamo un governo-ombra, non abbiamo un programma di governo alternativo. Noi abbaiamo contro ogni governo». Tanto una pazzia, insomma, non è: potrà sembrarlo, semmai, agli «onorati servitori dello Stato» che vivono per tassare, vietare, regolamentare.
Sono molti i contributi internazionali interessanti e di rilievo. Fra cui quello di Pascal Salin, economista francese ed editorialista de Le Figaro. «Dobbiamo sapere e proclamare», annuncia Salin, «che lo Stato è nostro nemico, non dobbiamo esitare a ripetere senza sosta che lo Stato non è un buon produttore di regole e che esso è solamente, secondo Bastiat, questa grande finzione per la quale ciascuno cerca di vivere alle spese degli altri».
È tutto un inno alle libertà dell'individuo, contro l'invadenza oppressiva dello Stato. Perché solo l'Uomo, solo il singolo, pensa, solo il singolo agisce. «E solo lui è responsabile, perché le responsabilità sono di rigore individuali», puntualizza Alain Laurent, filosofo francese di orientamento «randiano», cioè seguace di Ayn Rand, al secolo Alyssia Resenbaum, che ha cantato le virtù dell'egoismo ed è stata baluardo del laissez faire in un'America sinistreggiante.
L'insopportabile peso dello Stato si propone allora come un efficace breviario del pensiero libertario, non senza qualche contributo che un po' stona e puzza di velleità compromissorie, ma poco male, i libertari sono abituati al confronto.
E allo scontro, s'intende: come Guglielmo Piombini, che da politologo ultra-liberista non ha paura di mettere sotto accusa il rapporto di connivenza fra grande impresa e potere, andando a ripescare addirittura certi socialisti dimenticati, ma che sapevano sognare. Oppure come Carlo Lottieri, cui non manca il coraggio di denunciare la «storicità» dello Stato. Mica vero che esso sia come il sole, che invariabilmente sorge e tramonta. Semmai è un incidente di percorso della modernità, un sentiero buio da cui si può uscire.
Tuttavia, non si deve intendere il libertarismo come una dottrina politica che pensa solo a distruggere i falsi dogmi dei nostri tempi. Certo, lo fa. Ma ha anche una pars costruens, robusta e affascinante. Che ha visto una parziale realizzazione storica in quella «Repubblica dei diritti naturali» cui Luigi Marco Bassani dedica parte di un saggio bello e approfondito, Sovranità e giusnaturalismo: come si esce dalle rivoluzioni. La via americana di pace, prosperità e libertà contrapposta alle guerre, alla miseria, alla schiavitù nel segno del giacobinismo: un'alternativa di cui tutti dovremmo essere a conoscenza, specialmente in un Paese come il nostro, che di una rivoluzione ha tanto bisogno. Magari la farà.
Autori vari
L'insopportabile peso dello Stato,
Leonardo Facco, 244
pagine, 25 mila lire
Alberto Mingardi