Nel 1949 il filosofo José Ortega y Gasset tiene a Berlino una conferenza sull'Europa. Il suo scopo è mostrare la necessità di un'unione sovranazionale fra gli Stati europei, ma la via che segue per raggiungerlo consiste nell'elogio dell'idea di nazione. Egli ritiene infatti che solo l'ipertrofia del sentimento nazionale, cioè il nazionalismo, sia inconciliabile con la prospettiva di un'Europa unita, e che solo la piena coscienza della positività del concetto di nazione possa generare una convergenza feconda tra i popoli europei.
In quanto entità intellettuale e morale, l'Europa preesisteva alla formazione degli Stati nazionali, ma solo grazie a tale singolarizzazione è stato possibile conservare quel substrato comune. È difficile capire che la realtà dell'Europa è la sua unità, perché l'Europa non è una cosa, ma un puro equilibrio, politico e spirituale, che esiste perché deriva dall'esistenza di una pluralità. Se quest'ultima si perdesse, svanirebbe anche l'unità dinamica dell'equilibrio chiamato Europa.
Quando, agli inizi del Diciannovesimo secolo, la degenerazione demagogica della democrazia ha prodotto l'estremizzazione della coscienza nazionale, che «si è ubriacata in forma di nazionalismo», l'equilibrio è stato sottoposto a prove sempre più dure, di cui le due guerre mondiali sono l'espressione estrema. Quell'ot-tenebrazione ha corrotto l'idea originaria di nazione e ha impedito l'unione europea. Ma anche l'internazionalismo è dannoso, proprio perché non ha compreso l'essenza della nazione, «una formidabile realtà con la quale bisogna fare i conti». Così, entrambi vivono alla giornata, senza alcuna proiezione storica. E vivere alla giornata significa «morire all'imbrunire, come le mosche effimere».
Ortega sostiene la nascita di una struttura sovranazionale che non dimentichi però le singolarità nazionali e regionali. Questa nascita non sarà indolore, e noi oggi lo vediamo bene, perché dovrà superare non solo i particolarismi ma anche l'universalismo che sopprime le differenze. Inoltre, dovrà superare il piano della pura unione economica, l'interesse puramente monetario, per abbracciare quell'ordine spirituale comune che ha sempre accompagnato la storia europea. E perciò dovrà superare una profonda crisi, perché esige una critica delle realtà nazionali, dei loro interessi e dei loro presupposti teorici. Oggi la civiltà europea dubita di se stessa e della propria unione? Bene, perché è grazie al dubbio che si rafforzano le convinzioni: «non ricordo nessuna civiltà che sia morta per un attacco di dubbio».
Secondo Ortega, ci sono stati secoli in cui ha predominato l'«europeismo», cioè la spinta all'unione, e secoli in cui ha prevalso il «particolarismo», l'impulso alla divisione. Tra i primi si distinguono il Nono e il Diciottesimo; tra i secondi il Diciassettesimo e il Dicianno-vesimo. Posto che entrambe le tendenze sono necessarie e che l'una non ha mai completamente annullato l'altra, viene da chiedersi come sarà il secolo appena iniziato: europeista o particolarista? Per rispondere dobbiamo interpretare molti indizi, ma forse, come suggeriva Ortega mezzo secolo fa, niente è più utile che scrutare i segnali che vengono dalla Germania. La conferenza si apre infatti con parole che ritraggono la situazione del dopoguerra, ma che possiamo definire profetiche: «è a Berlino, dove si deve parlare di Europa». Ed è proprio alla ritrovata capitale tedesca che bisogna oggi guardare per capire dove sta andando l'Europa.
José Ortega y Gasset,
Meditazione sull'Europa,
Edizioni Seam,
143 pagine,
20 mila lire
Renato Cristin