Leggo un po' per amici zia, un po' per nostalgia Pelle di leopardo e alla fine scopro di invidiare Tiziano Terzani, per la sua capacità di ripubblicare senza una sola correzione, un taglio né un'aggiunta dei reportages scritti venti o trent'anni prima. È vero che già qualche tempo fa avevo letto (e anche votato per un premio) una raccolta di inchieste e corrispondenze - il titolo era In Asia - che coprivano un po' tutto il lungo arco del suo lavoro di inviato; ma era un'antologia e avevo pensato che in fondo ciascuno di noi, intendo noi giornalisti, ha nel suo archivio pagine che reggono la prova del tempo.
Ma queste sue «opere giovanili» (uscirono nel 1973 e nel '75) sugli ultimi anni della guerra del Vietnam non possono lasciar dubbi. Nella prima, Pelle di leopardo, che dà il titolo alla raccolta uscita ora, c'è il racconto dei mesi in cui l'offensiva nord-vietnamita e vietcong - a cui l'amministrazione Nixon rispose riprendendo i bombardamenti su Hanoi - riuscì a sbloccare lo status quo politico e militare in Indocina e a portare agli accordi di pace di Parigi del 1973, che però rimasero sulla carta. Nella seconda, Giaiphong!, c'è la descrizione della liberazione di Saigon, cioè della vera e propria conclusione della guerra del Vietnam e quindi del punto di arrivo di una stagione planetaria, quella del '68.
Ecco perché lo invidio: perché ha ripubblicato esattamente come le aveva scritte allora delle pagine in cui ha raccontato uno dei momenti di rottura degli ultimi cinquant'anni più ridiscussi e rivisitati e di cui è stato rimesso in discussione l'intero significato. Per di più pagine di parte, schierate in modo trasparente a favore dei nord-vietnamiti e dei vietcong, che però restano ancora valide, di un giornalismo ancora molto fresco. Per usare un eufemismo, non è poco. E come non ricordare che il conflitto indocinese aveva sconvolto e diviso anche l'informazione? Basti pensare alla violenta lettera di Pier Paolo Pasolini a Piero Ottone, che il Corriere della sera ha recentemente pubblicato e che era un j'accuse contro «i diffusori dell'inganno» in Italia, dove l'inganno era la giustificazione data da Washin-gton, mentre in America stampa e tv per la prima volta rompevano apertamente con il potere. Scusate la domanda che sorge per associazione di idee: che Terzani sia riuscito a scrivere dei reportages destinati a sopravvivere così a lungo perché lavorava soprattutto per un settimanale straniero, il tedesco Spiegel?
Detto questo, resta un problema: come spiegare senza contorsioni perché stare dalla parte dei vietnamiti non fu un errore, anche se dopo una guerra nel nome della libertà e dell'indipendenza il regime che venne imposto fu duro e autoritario e i rapporti con il comunismo sovietico sfiorarono la dipendenza e anche se, invece della ricostruzione e dello sviluppo immaginati, dopo il 1975 ci furono almeno vent'anni sprecati. È un problema che si è posto a chi ha vissuto il «mito del Vietnam», cioè un'intera generazione, ma soprattutto a chi per lavoro, ma con partecipazione politica, è capitato di raccontare pezzi di quella guerra. Anche a me è successo - rileggendo una volta le corrispondenze che mandavo da Hanoi - di chiedermi se avessi sbagliato o no e mi sono dato grosso modo la stessa risposta che Terzani, nella breve premessa al volume, ha scritto: «I fatti di poi non possono mutare i fatti di prima e quel che è successo in Vietnam dopo la fine della guerra non può cambiare il giudizio sul significato del conflitto in sé».
Tiziano Terzani,
Pelle di leopardo,
Longanesi & C, 457
pagine, 32 mila lire
Renzo Foa