Mondadori ha pubblicato un bel libro di Salvatore Natoli, La felicità di questa vita, dove, appunto, si intende mostrare che «la vita come tale è felice». Vorrei spiegare perché questo libro è anche, in certo senso, «teologico». Qualcuno ha invitato Natoli a fare i conti col mio pensiero filosofico. Anche perché Natoli è uscito dalla mia scuola. Ma i conti non li fa nemmeno in questo libro. Da parte mia - ed egli sa quanto gli voglia bene e lo stimi - l'ho altre volte invitato a fare conti più rigorosi con l'intera filosofia contemporanea. Un invito che rivolgo anche a molti altri che si muovono all'interno del clima filosofico del nostro tempo.
L'atteggiamento che per lo più si assume è infatti di dare per scontato che il superamento della tradizione filosofica sia già stato effettuato con successo dalla filosofia degli ultimi due secoli, e che dunque non ci sia più bisogno di ripensare e ridiscutere i grandi tratti concettuali con cui la filosofia contemporanea, a opera di alcuni, non molti, suoi protagonisti, è riuscita a portarsi al di là della tradizione filosofica. Non ci sarebbe più bisogno di soffiare nelle vele. Ma si sa che quando il vento non vi soffia dentro, le vele si afflosciano.
I teologi scrivono molte cose belle e interessanti, partendo dal presupposto che Vecchio e Nuovo Testamento siano per intero verità sacrosante che sono state portate alla luce una volta per tutte dai profeti e da Gesù e sulle quali non è più il caso di discutere. È comprensibile quindi che i teologi non abbiano voglia di fare i conti con i pensatori che invece quelle «verità» non considerano sacrosante. Per questo dicevo sopra che anche quello di Natoli è, in certo senso, un libro teologico. Gli capita quindi, ad esempio, di dire come cosa ovvia che «il nostro transitare sulla terra può essere concepito come un sorgere dal nulla e un ricadere nel nulla».
Sennonché all'inizio egli riporta, quasi come emblema del suo libro, un passo dei frammenti postumi di Nietzsche, dell'autunno 1881: «Non alia sed haec vita sempiterna!» (Eterna non è un'altra vita, ma questa!).
Al 1881 risalgono le prime riflessioni di Nietzsche su quel tema straordinario che è l'eterno ritorno. Eterno ritorno, appunto, di questa vita, di tutto ciò che forma questa nostra vita. E l'eterno ritorno è per Nietzsche la negazione più perentoria di un transitare sulla terra che sia un sorgere dal nulla, un inizio assoluto, per ricadere definitivamlente nel nulla. L'anno scorso ho pubblicato da Adelphi L'anello del ritorno. Ne vorrei suggerire la lettura a Natoli, anche perché egli intende, al seguito di tanti altri da Aristotele a Leopardi, che in quel «transitare» «ogni individuo è fortuito», mentre «eterna è la specie» (ma non si scordi che per Leopardi l'eternità della specie è relativa). Nietzsche deve molto a Leopardi, ma il vero e unico passo innanzi di Nietzsche rispetto a Leopardi è appunto la dottrina dell'eterno ritorno, che esclude sia quella distinzione tra la sorte dell'individuo e la sorte della specie, sia quel nulla finale dell'universo in cui Leopardi, a differenza dei Greci, pur crede.
Salvatore Natoli,
La felicità di questa vita,
Mondadori, 192 pagine,
29 mila lire
Emanuele Severino