Nelle analisi della teoria economica il potere scompare. In condizioni di concorrenza perfetta nessuno «può» fissare il prezzo. In condizioni ottimali, con possibilità di scrivere contratti completi, diventa addirittura irrilevante la questione di chi possiede i mezzi di produzione (Samuelson). Verrebbe da dire, parafrasando Hegel, che l'economia, non già la filosofia, si pone in sé e per sé come il mondo del senso comune alla rovescia. Se mai il potere entra in considerazione nelle analisi di public choice, ciò avviene per estendere il paradigma delle analisi economiche allo studio delle relazioni «politiche». Il libro di Bowles, Franzini e Pagano si segnala, quindi, per l'originalità dell'approccio: il potere sale al centro della scena delle analisi dell'economia. L'impostazione del loro libro è chiara. Nei modelli consueti di concorrenza il mercato sembra privo di contenuto politico, con ovvie conseguenze anche dal punto di vista della teoria della giustizia. Tale impressione deriva dall'assunto che i contratti siano implementabili senza costi per le parti contraenti. Se, invece, implementare i contratti è costoso, si determina, anche nelle situazioni di concorrenza - indipendentemente dalle deviazioni monopolistiche - una differenza dovuta al maggior «potere» delle parti. A tal fine Ugo Pagano introduce un nuovo tipo di beni: i beni posizionali, dotati di caratteristiche opposte ai ben noti «beni pubblici» dell'analisi convenzionale. Un bene «privato» è tale che se un agente ne consuma una parte, gli altri non la possono utilizzare. Tipica l'allocazione di una fetta di torta. Nel caso dei beni pubblici il mio uso non riduce l'utilizzo degli altri: il faro che segnala a tutti la via del porto. Seguendo un suggerimento di Hirsch si può introdurre una terza categoria di beni tali che se io ne consumo una percentuale x, agli altri ne rimane solo –x. Tipicamente se mi compro il 51% agli altri resta solo il 49%, e come dice Colannino «le assemblee dei soci diventano inutili». Naturalmente fra beni privati e beni posizionali vi è un forte continuum, ma i beni posizionali sono sempre a somma zero, quelli privati no: la torta da dividere può non essere statica, cioè se ne può produrre di più per più utenti, mentre la somma delle azione fa sempre 100. Perciò l'analisi dei beni posizionali sposta il discorso dalla scarsità naturale alla scarsità sociale. Ovvero alla produzione sociale di beni scarsi tali che il loro possesso produce relazioni di potere a favore di alcune élites o ceti, in danno di altri. Un ovvio corollario è che l'accettazione di tali ineguaglianze posizionali può passare attraverso una manipolazione delle preferenze, che induca ad accettarle. Ecco, quindi, che si va a intaccare un altro assunto della teoria convenzionale, che accetta sempre le preferenze come «date». Se poniamo, allora, questo discorso a livello del cattivo funzionamento della giustizia, si può vedere come esso sia da porre in relazione non già a mera inefficienza, ma al mantenimento di vantaggi posizionali. La storia della corporate governance - ma non solo - in Italia va in questa direzione. L'analisi condotta dagli autori può, quindi, essere interpretata in due modi. Da un lato un regime di concorrenza perfetta richiede un sistema giuridico impeccabile, in grado di eliminare i vantaggi posizionali. Non dotare il Paese di tale strumento significa non volere la concorrenza e provocare un costante danno economico sociale a vantaggio di ceti o gruppi privilegiati. Oppure, in modo più radicale, ma anche in linea con le analisi di Douglas North, si può considerare il modo in cui i diritti di proprietà possono essere utilizzati a vantaggio delle élites che li posseggono, osservare come le istituzioni alterano di fatto il prezzo pagato, e perciò permettono di frequente alle ideolgie di giocare un ruolo fondamentale nelle scelte individuali. Anzi lo stesso discorso dell'economia, con le «dimenticanze» delle sue assunzioni, può assumere il ruolo «ideologico» di mascheramento degli effettivi vantaggi posizionali. A questo punto cessa di essere indifferente chi possiede i mezzi di produzione, e chi controlla che cosa.
Samuel Bowles, Maurizio Franzini e Ugo Pagano,
The Politics and Economics of Power,
Routledge
Pier Giuseppe Monateri