In un'epoca in cui, celebrando i riti del peggior gattopardismo italico, un po' tutti (soprattutto a parole) si proclamano liberal-liberisti, desta quasi ammirazione la posizione di un navigato «boiardo» che non esita a dar corpo alla nostalgia dei tempi, per lui felici o comunque migliori del presente. Quelli dell'economia «mista», delle Partecipazioni statali.
Il narratore-protagonista è Massimo Pini «fra i più stretti collaboratori di Bettino Craxi» (sue parole), due volte membro del Consiglio d'amministrazione della Rai, per un lustro partecipe del Comitato di presidenza dell'Iri, quindi «consigliere per le privatizzazioni» di Giuliano Amato quando (1992-1993) stava a Palazzo Chigi per designazione craxiana. Prescindendo dal titolo un tantino banale, il libro è di notevole interesse nonostante un sin troppo evidente limite «ideologico»: ricostruzioni di eventi, statistiche, a sostegno di una precisa tesi.
Il ragionar di Pini è peraltro lineare. L'Iri, padre delle statizzazioni, fu una scelta obbligata negli anni Trenta, dopo il crac di larga parte del sistema industrial-bancario. E sin qui, nessuna novità. Però, subito aggiunge che in carenza delle imprese a partecipazioni statali, non si sarebbe avuto lo straordinario sviluppo economico del dopoguerra. E questo non è proprio pacifico, se pensiamo alla nazionalizzazione elettrica (tenacemente voluta proprio dai socialisti), che a trent'anni di distanza s'è rivelata fra i più colossali errori del dirigismo economico.
Pini sfodera poi denti aguzzi nei confronti di Romano Prodi: «Sette anni di presidenza nei quali l'Istituto non ha certo mostrato il suo volto migliore: dal "pasticciaccio brutto" della Sme alla vendita dell'Alfa Romeo, dal crac del settore siderurgico ai fondi neri». Opinioni che meritano di essere discusse, al pari di un'alta: l'Iri, all'atto della smobilitazione, non era affatto un gigante dai piedi d'argilla, indebitato sino al collo, bensì un patrimonio che ha consentito allo Stato d'incassare, attraverso le privatizzazioni, una montagna di miliardi. Qui, Pini tira due sciabole pesanti. L'Iri che ormai poteva marciare sulle sue gambe, venne sacrificato sull'altare della globalizzazione e dei Trattati di Maastricht, che avevano decretato la fine dell'economia «mista»; le privatizzazioni sono state fatte per compiacere alcuni «grandi interessi», e ricucendo ai minimi termini il prestigio internazionale dell'Italia. (Tesi non peregrina dopo l'asta Umts). Al di là di ogni valutazione, il libro di Pini va preso in considerazione per quel che sottende: l'esistenza, piaccia o meno, di una radicatissima cultura statalista, che non sarà facile sradicare. E quel che avviene con Enel, Eni, Fondazioni bancarie purtroppo ben lo dimostra.
Massimo Pini,
I giorni dell'Iri. Storie e misfatti da Beneduce a Prodi,
Mondadori, 307 pagine,
32 mila lire
Giancarlo Galli