Il volume, a cura di Enzo Collotti, Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni (Laterza, 546 pagine, 55 mila lire) ha un grande merito: quello di preservare dalle ingiurie del tempo una specie zoologica, che sembrava in via di estinzione, l'intellettuale militante della sinistra comunista o azionista. Per chi deve assegnare la maglia nera, c'è l'imbarazzo della scelta: dalla Prefazione di Collotti - in cui si legge che «il revisionismo storiografico è immediatamente funzionale a una politica xenofoba» - al saggio di P. P. Poggio su Nolte - in cui si rileva che la riflessione storiografica dello storico tedesco sarebbe condizionata dalla sua avversione a una «società di liberi ed eguali» - non si sa chi premiare. A prevenire ogni accusa di maramaldismo, però, si è scelto il co-autore più presentabile, Claudio Pavone - uno studioso al quale si debbono saggi sulla guerra civile, che al di là dei pregiudizi ideologici, qualcosa hanno pur rappresentato nel panorama storiografico del nostro tempo. Il suo contributo al volume contiene, infatti, un passaggio paradigmatico, che, al di là di ogni dubbio, mostra la proterva volontà di restaurazione, di ritorno ai sentieri antichi delle demonizzazioni e delle delegittimazioni, tipica del nuovo reducismo antifascista. In dissenso da Habermas, scrive il nipotino di Padre Gram-sci: «A me sembra invece che il totalitarismo sia una categoria interpretativa utile a comprendere molte realtà del Novecento» compresi il fascismo italiano, il franchismo e il salazarismo, che «molti teorici del totalitarismo accantonano volentieri» come totalitarismi minori e imperfetti. Ci vuole un bel coraggio! Un'intera stagione di analisi approfondite del fenomeno totalitario - dalla Arendt a Friedrich, da Lasswell a Linz, da Fisichella a Stoppino, per limitarci a questi - viene azzerata disinvoltamente come un errore concettuale. E almeno rimanesse l'autore sul piano dei giudizi di fatto, limitandosi a dimostrare che anche Mussolini, Franco e Salazar erano dittatori totalitari! No, in una frase successiva, con la tipica strategia argomentativa così spesso e volentieri denunciata negli avversari, trasforma una descrizione della realtà - a suo avviso, errata - in un giudizio di valore: «Questa parziale assoluzione (sic!) data al fascismo è oggi in Italia largamente condivisa».
Si badi bene, se un politologo, dopo aver definito i tratti distintivi del totalitarismo, ne esclude determinati regimi in cui quei tratti non compaiono (o compaiono solo in parte), in quel momento, non fa opera di scienziato ma compie una scelta (reazionaria) di campo: assolve un imputato chiaramente colpevole!... Come spiegarlo a Yale o a Cambridge?
Dino Cofrancesco