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La Prima Repubblica delle dive

LIBERAL BIMESTRALE
di Claudio Trionfera
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3 Il tempo del cinema va. Ma è un gioco appunto, del tempo. Che scorrendo tra vite comuni lascia dietro di sé cose e persone trasformando il presente in passato; ma che, nel cinema, realizza un'altra forma di progressione intrigante e ambigua, una sorta di presente-passato, meglio, un fermo-immagine di se stesso. È il fascino della pellicola. E di ogni singolo fotogramma che la compone, fissando, nel momento stesso delle riprese e sulla prima reazione chimica del negativo, volti, espressioni e azioni che resteranno incisi per sempre. Ripetibili e non modificabili nel doppio rotolare del tempo reale e di quello cinematografico. All'aspetto, per così dire, «mitico» della fruizione cinematografica - mitico perché fatto di miti, dunque anche di divi e di simboli collegati - si accosta quello riflessivo sui contenuti e sulle modificazioni storiche dell'oggetto-cinema. E, quasi in contrasto con il concetto di permanenza dell'immagine ma in realtà proprio grazie a questo, si procede in termini di studio e di confronto. Che cosa è cambiato? Che cosa sta cambiando? Le domande riguardano un po' tutte le aree del panorama di settore, ma vengono spontanee e si aprono a particolari suggestioni quando le dive di un passato non remoto che in molti casi allungano le loro figure fino al presente, si riaffacciano dalle finestre di celluloide proponendo confronti con quelle degli anni più prossimi o sollecitando pensieri sulla loro stessa sostanza. Si dirà: perché proprio le «dive»? Perché rappresentano il simbolo stesso del cinema, il più immediato, il più vicino alla fantasia collettiva, per uomini e donne (spettatori e spettatrici) sogni di raggiungibilità e di emulazione, amori impossibili e vocazioni mimetiche.
Prendiamo le dive del cinema italiano, che vivono la loro storia specifica, legate alla storia e alla cultura del Paese, ai suoi canoni estetici, al rapporto tutto particolare che uomini e donne, in Italia e diversamente da altri Paesi, hanno vissuto e vivono relativamente alle tradizioni. Quelle, ad esempio, che fanno del maschio italiano un soggetto quasi unico - per via dei suoi (da interpretare sociologicamente e psicologicamente) ben noti rapporti con la figura materna. Anche attraverso quest'ultima costruiscono, in qualche modo, tutti i loro modelli, determinando il gusto attraverso il quale si impongono i diversi «tipi».
Accanto a questa, che potrebbe sembrare indiretta e assai intricata, altre strade, più immediate e in superficie verosimili: come quella dettata dalle esigenze di una moda che, spesso, anziché lavorare sulle modificazioni del costume sociale, impone per prima le sue regole di cambiamento e passa con disinvoltura dal rotondo al magro e viceversa, lavorando sulla figura femminile come se usasse la creta; o quella della pubblicità, in parte legata alle stesse motivazioni della moda; o quella, ancora, della medicina estetica, che per esigenze di «produttività» (oggi quasi a livello industriale) suggerisce seni, nasi, labbra di determinate forme e dimensioni; e via così, lungo una collana di motivazioni più o meno strutturate, fino a quella legata all'ineluttabilità di certe evoluzioni fisiche che, nel nostro Paese come in altri, hanno prodotto lenti ma inesorabili cambiamenti nella figura umana, nelle sue dimensioni e nelle sue proporzioni. Basti guardare fotografie e filmati di cinquant'anni fa e anche meno, per rendersene conto.
La lunga premessa per dire - ma non è una scoperta - che il cinema è cambiato, come la vita, nel corso degli anni. E che le sue figure simbolo hanno seguito il cambiamento. Le dive, appunto. Dive italiane. Alida Valli, Anna Magnani, Silvana Mangano, Sophia Loren, tanto per attraversare passaggi, stili, epoche e gusti differenti, artiste capaci di vivere le loro stagioni di bravura e di successo in tutto l'arco delle loro carriere, precisando a ogni tappa, dalla gioventù alla maturità, elementi di capacità, di valutazione delle loro possibilità. Valli, in grado di passare dai motivi ansiosi, trepidi e tragici alle passioni più laceranti, ha incominciato verso la fine degli anni Trenta ed è stata per più di mezzo secolo un punto di riferimento costante per gli autori importanti del nostro cinema; Magnani, emblema della femminilità popolare, ha toccato vertici assoluti prima di lasciare la scena troppo presto; Mangano, col mistero della sua bellezza, divenuta prima simbolo femminile del neorealismo poi espressione di decadenza e spiritualismo; Loren, star totale e ancora oggi diva-divina, cresciuta con i personaggi di popolana bella e senza inibizioni, maturata in una dimensione internazionale solida e duratura, senza precedenti e - al momento - senza eredi nel panorama interpretativo italiano.
Quattro nomi non casuali, in chiave di «modelli», al di là di altre attrici che meriterebbero citazione per contemporaneità e qualità artistiche. All'interno di questo bellissimo «poker» il nostro cinema ha giocato negli anni quasi tutte le sue varianti, costruendo e consegnando delle figure artistiche non omologate e probabilmente non ripetibili perché legate al loro tempo e a un preciso modo di essere e di lavorare. Difficile, in questa linea di confine - no man's land ancora contradditoria - tra Ventesimo e Ventunesimo secolo, stabilire i motivi della non ripetibilità del processo divistico così com'è configurato nei casi appena descritti. Capire, ad esempio, perché i destini di Sabrina Ferilli, Claudia Gerini, Stefania Rocca, Francesca Neri - partendo magari da Ornella Muti, per molti versi capostipite delle nuove star - siano certamente diversi da quelli delle icone che le hanno precedute. Certo, dive si nasce, non solo nel cinema. Per via di quelle luci interiori che determinano fascino e carisma. Ma oggi non sembrano più sufficienti neppure questi elementi: troppo diversi sono i percorsi artistici, le leggi di mercato, i gusti del pubblico e gli ambienti entro i quali si sviluppano. E troppo diversi sono gli effetti che certi meccanismi di costruzione artistica - sempre più industriali, sempre più seriali - determinano sui caratteri e i comportamenti delle protagoniste. Non più in grado di mantenere la semplicità tipica dei «grandi», la loro immediatezza, la loro stessa, autonoma creatività, forse la libertà che ha consentito ai miti di costruirsi nei modi che li hanno resi tali.
Miti «irraggiungibili» per l'immaginario collettivo, nell'epopea delle torri d'avorio. Anche questo è un elemento del divismo, oggi non replicabile. Senza segreti e misteri, forse, non si costruiscono dive. E c'è da chiedersi quanto sarebbe cambiata la vita di Alida, Anna, Silvana e Sophia se avessero dovuto fare i conti con l'ipermedialità onnivora e devastante dei tempi presenti, con la costrizione al presenzialismo, con un cinema che non è più riferimento solitario per i sogni della gente, con un sub-divismo diffuso che, anche attraverso la televisione, ha creato una specie di steccato oltre il quale è «tecnicamente» difficile per un'attrice - o per un attore - elaborare forme evolute di identità espressiva. Del resto, l'ottica complessiva non può non riferirsi a una struttura del cinema che in tutta l'Europa ha privilegiato e tuttora privilegia i grandi autori, almeno fino a quando questi avranno la possibilità di esprimersi. Se anche un cinema limitrofo al nostro come quello francese ha costruito le sue ultime leggende attorno a Brigitte Bardot e in parte a Martine Carol, la ragione non è episodica. Lo star system d'America è lontano, non solo geograficamente. Quel sistema di sfruttamento commerciale dell'immagine artistica non è mai stato presente nel Dna del cinema italiano ed europeo. Anche a quello, del resto - e a testimoniare delle tendenze «storiche» e sociali dei fenomeni - si sono spalancati i viali del tramonto. L'industria americana si era affidata alla popolarità degli attori per costruire le sue fortune fin dall'epoca del muto: controllando in modo stretto i divi dall'interno, facendo nascere una indistruttibile complicità economica fra produttori e attori a loro legati da contratti di ferro. Un sistema capace di resistere a lungo, fino ai fatali anni Cinquanta, quelli della crescita televisiva e della crisi di Hollywood. E quando gli Studios, negli anni Settanta, hanno ripreso vigore produttivo, s'è scoperto che lo spazio del vecchio star system era stato inesorabilmente occupato da altri meccanismi di confezione dell'immagine, compreso l'affiorante (poi dilagante) impero degli effetti speciali.
Davanti al gigantismo di certi flussi, in parte alle luci false di tante mitizzazioni pilotate e premeditate, il percorso delle dive d'Italia, delle loro bellezze così originali ed emotive, delle loro storie personali e della loro umanità brilla della luminosità dei veri astri. Perché più reale, dolce e generato da motivi anche intellettuali. Qualcuno ricorderà la lettera aperta scritta da Pier Paolo Pasolini a Silvana Mangano, che in una sua parte toccò forse l'essenza dell'essere diva: «La tua bellezza amara: che si offre, incombente come una teofania, uno splendore di perla. Mentre in realtà, tu sei lontana».

Claudio Trionfera
 
 

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