
Sesso e malattia. Sessualità come malattia sociale. È la grande passione dell'Italia di fine legislatura, che su questo dibatte, finge di accapigliarsi, legifera (o minaccia di farlo). Il copione richiede, certo, qualche forzatura. Come quella di far passare il cliente di prostitute per uno schiavista coatto. Per intimidirlo, lasciando invece liberi gli schiavisti veri, sui quali non si legifera affatto. Oppure gridare al pedofilo quando un branco di teppisti brucia una bambina, dopo aver forse percosso e bruciato altre persone, negli anni precedenti. I governi autoritari, specie se non dichiarati, spiegava Vilfredo Pareto, si giovano della depressione indotta nei cittadini. E non c'è nulla come legare la sessualità alla paura, per suscitare depressione. Né importa se, come è noto, il «discorso» collettivo sulla sessualità «malata», nell'obiettivo di guarirla, generi invece malattia, repressione, e, attraverso di essa, moltiplicazione delle devianze. Ciò che interessa a un potere politico di origine, e vocazione, burocratico-giudiziaria, è l'estensione dei controlli giudiziario-amministrativi, appunto per deprimere la voglia di opposizione. Ai sospettati di pedofilia, ha dichiarato ad esempio il sottosegretario agli Interni, Massimo Brutti, «potrebbe essere vietato l'uso del telefono. Potrebbero essere allontanati da casa». Da uno schieramento politico che, da sinistra a destra, si dichiara nella grande maggioranza liberale, non si levano voci significative che sollevino dubbi. Che avrebbero invece molte buone ragioni. Infatti la moltiplicazione dei controlli, si sa, è terapeuticamente del tutto inefficace. Però può essere utile come strumento di potere politico, di omologazione attraverso la depressione, e la paura. La questione non è nuovissima: Foucault, nei suoi lavori sulla sessualità e il diritto, lo aveva ampiamente dimostrato circa trent'anni fa. Purtroppo, gli attuali governanti, Foucault lo citarono obbligatoriamente nel chiacchiericcio progressista che caratterizzò la fine della loro giovinezza: ma non lo lessero mai. E quindi, come è doveroso per potenti funzionari dell'«ortopedia dell'anima» (così li chiamava appunto Foucault), quali essi sono nel frattempo diventati, eccoli sparare diagnosi, contemporaneamente certe e fumose. Come è accaduto appunto sulla pedofilia, nell'indimenticabile duetto Livia Turco-Umberto Veronesi. Con la Turco che assicurava alla stampa: «Si tratta di malati, ai quali saranno somministrate le opportune terapie. Chiederò indicazioni al ministro della Sanità». Veronesi, che è ministro, ma anche medico, e quindi sa che per dire che una manifestazione corrisponde a una malattia bisogna aver qualche idea, seppur vaga, su quale tipo di male sia, precisa che sì, in alcuni casi, si trattava di manifestazioni legate a patologie, sulle quali si può intervenire con «farmaci psicotropi».
Ottimo effetto televisivo, l'opinione pubblica ottiene in pasto la sua simildiagnosi, e quasi terapia. Per quel giorno la bulimia sessual-terapeutica dell'italiano del Terzo millennio è sedata: può dormire tranquillo. Con la sua razione quotidiana di sesso (malato), e anche la sua medicina. Peccato che i «farmaci psicotropi» in questione siano i vecchi, utilissimi, sempresianolodati, psicofarmaci. Ottimi a sedare sul momento l'impulso a violentare un bambino (o a sparare sui genitori), ammesso che tale impulso sia così gentile da farsi riconoscere, e dichiararsi in anticipo. Ma del tutto inefficaci a trasformarlo in un'obiettivo diverso. Senza contare poi che il branco incendiario, o l'immigrato stupratore, non c'entrano naturalmente nulla con la pedofilia, moltissimo invece con la dissoluzione della Comunità, questione appunto politica, e non terapeutica. Da risolversi cioè con programmi politici, che mancano, e non con psicofarmaci, che sono fin troppi.
Che effetto hanno sul cittadino medio le puntate quotidiane del circo mediatico-politico dedicate a «sesso e malattia»? Qual è l'effetto di questo bombardamento di informazioni, minacce, diagnosi improvvisate e ricette immaginarie, per l'individuo mediamente sano, cui non passerebbe mai per la testa di molestare un bambino, ma ha le sue normali, medie nevrosi? Posso assicurare che l'effetto psicologico dell'happening «sesso e malattia» è assolutamente devastante. Innanzitutto, di fronte al tintinnare di manette delle dichiarazioni ministeriali, e agli effetti pulp dello show quotidiano, il rapporto terapeuta-paziente assomiglia sempre di più al tentativo disperato di tranquillizzare un ebreo sul suo diritto di esistere, in un Paese in cui ci sia la Gestapo al potere. Per spiegarmi meglio, accennerò a una storia analitica media, rappresentativa di tante altre, simili. Chiamiamola: «La storia del padre "pedofilo"». Si tratta di solito di un uomo che ha passato da poco i quarant'anni, e che sta attraversando quella caratteristica trasformazione che la psicologia analitica chiama della «seconda metà della vita». Vecchie idee e posizioni si inaridiscono, si cerca un nuovo atteggiamento verso l'esistenza, meno centrato sull'Io, più rivolto agli altri. Si affaccia, spesso, una sete spirituale, e insieme un desiderio di innocenza, di finirla coi compromessi cui ci si è dovuti piegare per affermarsi, e di cui ora, a volte, non c'è più neppure bisogno. In questa situazione, compare con forza, dall'inconscio, l'immagine del bambino. Che, come spiega benissimo James Hillman nei suoi saggi sul Puer (la figura archetipica del Fanciullo), è immagine di rinnovamento, di sviluppo spirituale, ricerca di un «nuovo sguardo» sul mondo. L'inconscio però, che non sta per aria, ma vive nel corpo, usa per sviluppare questo discorso metafore molto corporee. Ecco allora questi signori portare, imbarazzatissimi, sogni in cui praticano magari una fellatio al proprio figlio adolescente. Intanto, il giornale che spunta dalla tasca dell'uomo parla magari della pediatra inglese cui i concittadini hanno assaltato la casa nottetempo scambiando la dicitura «pediatra» con pedofila (lapsus assai significativo). L'uomo, oltre che imbarazzato, è angosciato. Sono forse, dentro di me, un pedofilo?... È la domanda, prima muta, che riesce lentamente a prender forma dalle sue labbra. E il timore, successivo (non sempre espresso): mi bruceranno la casa? No, non è un pedofilo, affatto. Lo sapevamo già prima, perché, navigando tra conscio e inconscio da un paio d'anni, di pedofilia non c'è segno, né ombra. Tuttavia, anche aiutati dal sogno, e dalla paura che ha suscitato, si va a guardare dappertutto, e naturalmente non si trova nulla del genere. Si vede invece una gran voglia di cambiare, di alimentarsi al seme del mondo nuovo, che, simbolicamente, per ognuno di noi, è rappresentato dal fanciullo, e per il padre dal figlio. Quel mondo che il vero pedofilo vuole violentare e uccidere. Ma forse anche chi affronta la pedofilia in uno spirito, sommario e giustizialista, di caccia alle streghe, non lo ama poi così tanto, il bambino, il mondo nuovo, il mondo di domani. Tanto è vero che, in un lapsus rivelatore, imbratta, insozza e distrugge la casa del pediatra, che invece i bambini li cura.
L'amore per il nuovo, per i cambiamenti che la vita ci riserva, passa per la devozione al giovane, alla vita che cresce. E deve attraversare la paura e la colpa del rinnovamento, della trasgressione che ogni cambiamento porta con sé: posti di lavoro che si lasciano, amori che nascono, passioni nuove che cominciano. Tutte cose molto difficili da fare quando il «discorso» collettivo, quello che fanno i giornali, la televisione, i politici, è soprattutto un discorso di paura, di intimidazione, di repressione, di morbosa narrazione della patologia, e della sua «correzione» terapeutico-giudiziaria. Quell'uomo vorrebbe cambiare, ed è per questo che sogna di bere il seme del figlio, che ama e rispetta. Ma il mondo attorno a lui è afflitto dal complesso di Erode: è invece affascinato da chi tortura e uccide i bambini. Questo fascino mortifero rende sempre più difficile un atteggiamento d'amore e di Eros verso il mondo nuovo dentro di noi, e fuori di noi, verso l'infanzia. Non c'è più spazio per il piano simbolico, quello sul quale si sviluppa il discorso dell'inconscio. Lo show «sesso e malattia» non cura nessuno, ma copre efficacemente le responsabilità del potere generatore di branchi criminali, cui fornisce anzi nuovi controlli facilmente applicabili anche agli individui sani, quelli che invece potrebbero protestare. Nella sua visione segnata (come in ogni società giudiziaria) dalla patologia, l'amore per il bimbo è violenza, e perversione. Così, sviluppando all'infinito il discorso sul pedofilo, dettagliandolo, celebrandolo, lo show ne moltiplica e diffonde la specie. E, da senile, ossessivo Saturno, come è ogni potere incapace di rinnovarsi, rende difficile la relazione libera, l'affettività naturale, coi bambini, coi figli: col mondo nuovo dentro di noi, e fuori, nella famiglia e nella società. Amare il rinnovamento è una colpa: si può solo ucciderlo. Ed Erode al potere ne profitterà per moltiplicare le paure e i controlli, cercando di rimanere sul trono più a lungo che può.
Claudio Risé