
Affari come quello di Marc Dutroux, il più drammatico caso di pedofilia esploso in tempi recenti in Belgio, hanno innegabilmente provocato un radicale cambiamento delle mentalità rispetto alla pedofilia, fenomeno che in sé non ha purtroppo nulla di nuovo: criminali perversi come Dutroux ne avevamo conosciuti prima, ne conosceremo in futuro. L'affare belga ha però acquistato una tale dimensione da provocare una vera e propria rivoluzione tanto a livello delle istituzioni che dell'opinione pubblica. Le conseguenze di quella che definirei una presa di coscienza persistono ancora oggi nella sensibilità della gente, meno della classe politica. Noi forze di polizia siamo ancora una volta costrette a dover motivare o sensibilizzare le istituzioni. Al contrario, ricevo ogni giorno sul mio tavolo lettere di gente che ci chiede di agire, che ci offre il proprio aiuto. I media hanno svolto e svolgono un ruolo naturale, di denuncia e di informazione. Ma se è vero che negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento degli affari di pedofilia e che di questo giornali e tv hanno dato naturalmente notizia, è anche vero che si è insistito di preferenza sui disfunzionamenti, della polizia o della giustizia, senza fornire in contropartita i risuli ottenuti. Aumento dei pedofili, disfunzionamento della polizia: l'opinione pubblica ha tirato le conseguenze e si è creato un allarme che prima in effetti non esisteva. Dall'altra parte, la tensione e l'attenzione politica è invece diminuita. È un processo che definirei quasi fisiologico ed è dunque necessario un costante lavoro di sensibilizzazione delle istituzioni da parte, per esempio, della polizia, e di tutti quelli che lavorano nella protezione dell'infanzia. La protezione dell'infanzia non è mai stata una priorità dei governi, anche se tante volte è stato affermato il contrario. Posso dire, dopo una decennale esperienza della difesa dei minori, che è stato sempre necessario battersi per convincere i governanti che i bambini possono essere in pericolo. Da questo punto di vista Dutroux ci ha purtroppo drammaticamente aiutato. Ma occorrono spesso dei drammi perché politici, giuristi e organizzazioni internazionali reagiscano e si rendano conto che esiste un problema. Sono diversi i motivi per cui alcune persone, soprattutto con responsabilità di governo, hanno questa difficoltà a concepire che un bambino possa subire violenza. In primo luogo si ha purtroppo l'impressione che quando si parla della vita di bambini e non di milioni di dollari, la cosa non acquista lo stesso rilievo. A volte è necessario quantificare, monetizzare, un fenomeno criminale per farne comprendere la gravità. Per quanto riguarda la protezione dell'infanzia, è spesso difficile fornire cifre a tanti zeri. A volte succede, soprattutto con Internet, ma non sempre. Una foto su Internet può essere anche gratuita. Il prezzo aumenta con il livello di perversione, fino alla tortura o alla morte. In Europa, dove i bambini beneficiano di un certo livello di protezione, dove non ci sono bambini per strada, è difficile per i pedofili più violenti dar libero sfogo alle loro perversioni e sono dunque pronti a pagare due milioni, tre, trenta milioni di lire per un'immagine. Più l'orrore è grande, più il prezzo è alto. Spesso sono state evocate lobby politiche che ostacolano le indagini sulla pedofilia. Non mi pronuncio naturalmente su casi specifici. Ma la cosa non mi stupisce. Il pedofilo - chiamiamolo così, anche se questo non è il termine penale - è un criminale particolare di cui è impossibile tracciare un profilo. Se questo fosse possibile, tutti sarebbero molto più rassicurati. Questi criminali sfuggono invece a qualsiasi classificazione, di età, professione, livello di istruzione, reddito, classe sociale. Magistrato, politico, operaio, insegnante, disoccupato: ognuno può essere potenzialmente un pedofilo. Non c'è assolutamente nessuna ragione e nessuna statistica che ci spinga a dire che soltanto il marginale, o il barbone, può fare violenza su un bambino. Non è dunque affatto escluso che la classe politica possa essere coinvolta in questo tipo di criminalità, come qualsiasi altra classe sociale o professionale. Anche avanzare delle cifre è difficile. Una fonte italiana ha recentemente parlato di 50 mila siti, 12 milioni di immagini, due milioni e mezzo di bambini coinvolti, di un'età compresa tra 10 giorni e 12 anni. Ritengo che questi dati siano decisamente sottostimati. Non è raro per noi requisire in un'unica volta, dunque su un solo caso, 500 mila immagini. È bene sottolineare che circa il 70 per cento delle foto che circolano su Internet in questo momento sono note, che venivano già scambiate prima, e che sono state scannerizzate e usate on line. Le forze di polizia lavorano ora sulle nuove foto in circolazione. Ma il nostro lavoro non è soltanto andare a caccia di immagini: è soprattutto indagare quello che sta «dentro» l'immagine, l'uomo che violenta il bambino, identificare in quale Paese, in quale città, in quale famiglia avviene la violenza.
La cosa più difficile oggi è lottare contro i siti commerciali, ospitati in Paesi dove la legge è inesistente o estremamente permissiva, e dove le forze di polizia non hanno mezzi per intervenire. Per quanto riguarda Internet, non tutti i Paesi hanno realizzato l'aspetto internazionale del problema e molti - in Europa orientale, per esempio - non hanno ancora modificato le leggi per poter lottare efficacemente. Molti siti ospitati in Paesi con leggi arcaiche sono poi gestiti da un terzo Paese, dagli Stati Uniti, per esempio. Le relazioni finanziarie e legali diventano a questo punto quasi inestricabili da un punto di vista giuridico. Cosa può fare la polizia italiana, per esempio, contro un sito basato in Russia e gestito negli Stati Uniti? Fino a quando non ci sarà un coordinamento internazionale a livello politico e legale, non si potrà fare molto. Le polizie nazionali possono agire sugli individui, che operano per proprio conto o in una banda, ma non possono fare quasi nulla contro i siti commerciali di compravendita delle foto. I pedofili sono «evoluti» in quanto a tecnologia. Una delle loro principali caratteristiche è il bisogno di «incidere» su immagini, fotografie, i loro atti, e di scambiarle. È in questo modo che alimentano la loro perversione. All'inizio scambiavano foto, poi sono passati ai video, quindi a Internet. La rete è internazionale, veloce, anonima: il supporto ideale. Prima di Internet dominava la dimensione informazione-comunicazione, con la rete abbiamo assistito all'esplosione della dimensione commerciale. Per cercare di arginare il fenomeno non credo sia possibile intervenire a livello della perversione: la pedofilia esiste da sempre, esisterà ancora. Per prevenire bisogna lavorare soprattutto con i bambini: proteggerli meglio e soprattutto meglio informarli. Da soli, la polizia, la giustizia, gli educatori, non possono fare molto: soltanto un'azione coordinata può essere davvero efficace. Per fare questo occorrono mezzi, ma i mezzi mancano. I governi, soprattutto in Europa, hanno preso buone decisioni, fatto buone leggi, ma senza i mezzi per metterle in pratica, le leggi servono a poco. Se la criminalità evolve, anche la polizia deve evolvere. In passato, dare più mezzi alla polizia significava più vetture, più radio, uffici, telefoni. Oggi si chiede informatica. La maggior parte dei servizi di polizia non ha l'accesso all'informatica, sia perché non ha computer, sia perché manca la formazione. Questo è drammatico. La criminalità è in piena evoluzione, e utilizza sempre più e sempre meglio «armi» informatiche, qualsiasi sia il settore della sua attività, stupefacenti, truffe, opere d'arte, bambini... È dunque imperativo modificare la formazione della polizia, e fornire più mezzi.
Alcuni parlano oggi di una psicosi collettiva rispetto alla pedofilia, una psicosi a volte ingiustificata. Non mi sembra vero. Le denunce false, per esempio, esistono, ma il loro numero è insignificante. Sono inoltre contraria, come poliziotto, alla pubblicazione delle liste di pedofili, anche se posso capire le angosce di chi le chiede. Se i pedofili vengono portati in piena luce, ripartiranno nell'ombra e sfuggiranno più facilmente ai nostri controlli. In molti Paesi i servizi di polizia conoscono i loro «clienti» e li tengono costantemente sotto osservazione. Se queste persone vengono esposte alla vendetta popolare, scapperanno, si nasconderanno e non ci saranno più le stesse possibilità di sorveglianza. Capisco che la gente, una famiglia, una madre, voglia sapere se il suo vicino di casa è un pedofilo. Ma anche da questo punto di vista l'iniziativa può rivelarsi pericolosa. Se so che il mio vicino di casa è stato identificato come pedofilo e il suo nome pubblicato su un giornale, e se qualcosa accade a mio figlio non andrò a cercare molto lontano, andrò a bussare alla porta del pedofilo di cui conosco l'indirizzo. Questo impedirà di svolgere normalmente le indagini e di scoprire, magari, che il colpevole è il padre, o lo zio, o uno sconosciuto incontrato per strada, qualcuno al di sopra di ogni sospetto, mai finito sulla lista nera. Sono informazioni che devono essere trattate con estrema prudenza, e che possono portare a derive gravi o a linciaggi di persone magari non colpevoli. Anche le ipotesi di castrazione chimica vengono vagliate in diversi Paesi europei. In Francia possono essere effettuate soltanto con l'accordo della persona, che riconosce dunque di avere un problema, e vuole combatterlo. Queste persone rappresentano forse l'uno per cento dei criminali: la maggior parte non pensa affatto di avere un problema, al contrario ritiene di essere totalmente nella normalità. I trattamenti possono dunque funzionare, ma soltanto su una piccolissima minoranza. Vorrei concludere con un pensiero ai miei colleghi che si occupano della protezione dell'infanzia nelle polizie nazionali, che sono «operativi». Io stessa ho cominciato nella brigata della protezione dei minori di Parigi e posso dire che non si lavora contro questo tipo di criminalità senza portarne i segni. Non è come indagare sui furti d'auto. È molto duro, psicologicamente e personalmente, e per questo, dopo alcuni anni, ho deciso di passare all'Interpol. Gli inquirenti che lavorano in questo settore sono persone davvero un po' speciali.
(Testo raccolto da Francesca Pierantozzi)
Agnès Fournier de Saint Maur