
Mi è capitato di incontrare a Prizren, in Kosovo, due poliziotti italiani che stavano per rientrare a casa dopo un anno di servizio con l'Onu. Un periodo certamente interessante, mi spiegarono, ma difficile: «Come si fa a lavorare in un posto così povero, sporco, e mafioso? Siamo stati in visita a Belgrado, quella sì, è una città civile. Ma là ci sono i serbi, mica gli albanesi». Incuriosita dal loro accento, chiesi: e casa vostra qual è? «Un paese del Beneventano». Avrei voluto chiedere se pensavano fosse giusto paragonare il loro paese a Milano, come avevamo fatto con Prizren e Belgrado e se credevano che fosse meno ricco e «civile» di Milano perché in Campania sono «tutti camorristi». Ma conclusi che era inutile prendersela con i due poliziotti, quando le stesse cose le ho sentite dire da giornalisti, intellettuali, politici, e alti funzionari della missione Onu in Kosovo. Lo spettro dell'albanese come «uomo nero» dei Balcani e del mediterraneo sembra ispirare anche il numero di Limes sugli Stati mafia (2/2000), che dedica ben cinque articoli all'Albania e al Kosovo. Avevo sperato che finalmente mi informasse sui rapporti tra mafia e apparato statale in Serbia, un esempio da manuale in materia. Invece vi ho trovato solo una troppo breve discussione delle mafie jugoslave, considerate marginali. I serbi sarebbero mafiosi solo per necessità, a causa dell'embargo occidentale, mentre gli albanesi lo sarebbero per tradizione e natura. Mi sono stupita, ma non molto. Succede molto spesso di vedere contrapposta l'immagine del serbo fiero e indipendente a quella dell'albanese minaccioso e sottosviluppato. In questo stesso numero di Limes si trova un esempio di questa pratica. Ecco come la giornalista Jean Toschi Marazzani Visconti descrive il generale Nebojsa Pavkovic, comandante della Terza armata jugoslava in Kosovo: «Un uomo di piacevole aspetto, misurato, una dizione senza accento, colto, ammiratore delle arti (dal 1961 si diletta lui stesso a dipingere)». Nell'intervista, che in realtà è un pezzo di propaganda perché le risposte sono state consegnate per iscritto, Pavkovic sostiene che il flusso di profughi kosovari nella primavera del '99 fu una messa in scena preparata in anticipo dai terroristi dell'Uck, che per ingigantire «la pseudo-catastrofe umanitaria» facevano attraversare diverse volte il confine alle stesse famiglie. L'impressione più forte che il generale lascia all'«intervistatrice» è quella di essere un uomo «ironico». I serbi sono quasi sempre «ironici», aggettivo che evoca sofisticazione e cultura. Si confronti questo atteggiamento con la battuta di Bernard Kouchner, capo della missione Onu in Kosovo, che l'inverno scorso, a soli sei mesi dalla tragedia della pulizia etnica, quando la temperatura arrivava ai meno 20°, l'elettricità e l'acqua calda erano un miraggio e gli stipendi di medici, avvocati e insegnanti non oltrepassavano le duecentomila lire al mese, disse al New York Times: «Il problema degli albanesi è che non hanno il senso dell'umorismo». Il discorso sui Balcani post-comunisti è dominato dagli stereotipi del sottosviluppo. È particolarmente curioso che gli italiani li abbiano adottati così prontamente, dimenticando che a lungo il nord del mondo ha accettato come immagine dell'italianità lo stereotipo del meridionale legato a lealtà impolitiche come la famiglia e la parentela, e incapace costituzionalmente di essere un cittadino moderno. Nei Balcani, la perdurante instabilità politica e sociale aiuta a confermare l'idea ottocentesca dell'«uomo balcanico»: l'abitante indigeno non di una regione ma di una «polveriera», l'inscrutabile individuo senza Stato, indipendente dall'esterno ma legato ai clan locali e destinato a riprodurre la violenza delle vendette ad infinitum. Negli ultimi dieci anni, l'albanese è diventato il tipo ideale di «uomo balcanico», sempre visto in un contesto al limite del caos e alieno alla cultura democratica occidentale. Fa notare lo storico americano Isa Blumi che questo stereotipo è connotato dallo stesso velato razzismo che, in Orientalismo, Edward Said trova nella lettura eurocentrica del mondo non occidentale. Gli altri popoli dell'ex-Jugoslavia, dai croati ai serbi, sono riusciti a negoziare un'identità che li riavvicina all'Occidente. I serbi in modo particolare hanno beneficiato della memoria storica collettiva della Jugoslava titina incentrata sulla lotta al nazismo, ma anche della continua comunicazione con il marxismo occidentale grazie al movimento dell'autogestione, la rivista Praxis e la popolarità del dissidente Milovan Dijlas. Di recente i serbi si sono presentati come membri a pieno titolo dell'Europa occidentale grazie all'Ortodossia cristiana. Gli albanesi invece sono rimasti intrappolati nella categorizzazione astratta e dispregiativa di «etnia» e «Islam». A rafforzare questa visione è la piccola industria di articoli, reportage televisivi, e instant books sui Balcani sviluppatasi negli ultimi cinque anni, che confermano la presunta eternità dei conflitti etnici nella regione. Sono tutti prodotti confezionati in fretta per il pubblico di massa, semplificatori di realtà complesse, e legittimati principalmente dalla premessa «c'ero anch'io». L'inglese Timothy Garton Ash, che da anni circola per l'Europa documentando il crollo del socialismo reale e le sue conseguenze, teorizza esplicitamente nel suo ultimo libro che il testimone oculare capisce più dello storico. In larga parte, la recente pubblicistica sui Balcani si fonda invece sul senso comune mediatico: un pastone degli stessi concetti, immagini, e fatti, che rimbalzano di giornale in giornale, di tv in tv, selezionati da redattori che riconoscono solo ciò che già sanno o che è già stato detto, ma sono capacissimi di trasformare osservazioni più o meno documentate in una Bibbia ricca tanto di certezze, quanto di amnesie. Presumere che esista un'«essenza» albanese non-occidentale in Kosovo è sbagliato, perché non fondato su alcuna seria analisi storico-politica. È improduttivo, perché agita fantasmi inutili, e manipolatore, perché usa questi fantasmi per influenzare la politica estera. Si consideri la minaccia di una «Grande Albania», paventata a ogni sviluppo della situazione kosovara e che blocca qualsiasi suggerimento di secessione dalla Jugoslavia. I kosovari continuano a essere accomunati agli albanesi dell'Albania e della Macedonia. Ma come gli svizzeri italiani, che non sono uguali agli italiani perché si sono formati in un contesto politico sociale e culturale distinto, i kosovari amministrati con diverse gradazioni di repressione da Belgrado per circa ottant'anni non sono uguali agli albanesi di Albania, che nel bene o nel male hanno avuto la loro nazione. E gli albanesi macedoni, una minoranza politicamente integrata, sono diversi da entrambi. Ma se ci si limita a una nozione di etnicità «essenzialista», allora sia la storia che la politica e perfino il senso comune vanno a farsi benedire. Il rifiuto di considerare occidentali i kosovari, in quanto albanesi, è evidente nel loro assorbimento dentro l'Islam. Anni prima della guerra Nato, Samuel Huntington scriveva che la violenza tra i serbi e gli albanesi è un importante indicatore dei conflitti tra le civiltà cristiana-occidentale e islamica lungo il confine settentrionale dell'Islam. Ma se gli albanesi si convertirono all'islamismo, è anche vero che la loro storia religiosa è complessa e include tradizioni cattoliche e ortodosse, una complessità da non dimenticare, quanto meno per chi propone la religione come spartiacque tra le grandi civiltà. Queste semplificazioni sono molto pericolose quando appaiono nella letteratura di massa. Perfino gli americani, che sono i più amici dei kosovari, sono fortemente influenzati da un libro di viaggi, The Balkan Ghosts, di Robert Kaplan (1994), che deborda di stereotipi. Il capitolo dedicato al Kosovo - «La vecchia Serbia e l'Albania: la West Bank dei Balcani» - è un'apoteosi dei begli affreschi del monastero ortodosso di Gracanica, simbolo della civiltà occidentale, al quale fanno da contrappunto una Pristina che somiglia più a una stalla che a una capitale e la marginalità sottosviluppata degli albanesi, ritratti come cugini minori dei palestinesi.
Si prenda ancora l'idea che i kosovari siano clanici di natura, lo saranno sempre e sempre saranno coinvolti in feudi di sangue. Ergo le rappresaglie condotte contro i civili serbi dopo la guerra. A testimoniare questa verità, i «c'ero anch'io» descrivono i complessi fortificati che nelle campagne includono famiglie estese, una specie di definizione fisica del clan (del tutto ignorato è il fatto che in campagna i serbi vivono in complessi identici). I «fortini» kosovari esistono, ma non rappresentano la «natura» del popolo kosovaro, la cui realtà è differenziata. Nei secoli, le zone rurali hanno rafforzato le loro strategie di resistenza al potere esterno, che fosse Istanbul o Belgrado. Le città di Peja/Pec, Prizren e Prishtina (Pristina) e le loro aree circostanti sono state più coinvolte nel commercio e quindi più collegate con il mondo esterno. Nella notte dell'essenzialismo etnico albanese, queste differenze non si vedono. Gli «occidentali» in Kosovo non vedono il relativo cosmopolitismo dei cittadini, trattandoli come subalterni e spingendoli nel ghetto dell'etnicità. Viceversa, non ottimizzano l'indipendenza e la coesione interna della società rurale. I cittadini sono rimasti relativamente passivi durante i conflitti del '98 e del '99 e anche nel dopoguerra, a confronto della bellicosità della campagna. Ma non è che le comunità rurali fossero dominate dall'odio etnico per i serbi più che le città. Anzi, nelle campagne serbi e albanesi hanno sempre interagito. Quando però i serbi hanno cominciato a denunciare alla «tigre» Arkan e i suoi uomini «i vicini albanesi», hanno infranto norme locali di fiducia e solidarietà, esponendosi alle vendette delle vittime, in assenza di una giustizia ufficiale. In un articolo su Foreign Affairs (may/june, 2000), il premio Pulitzer David Rhode racconta una storia molto interessante. Il villaggio è Slovinje: 500 albanesi e 60 serbi sempre vissuti in pace. Il 15 aprile 1999 i serbi locali avvertirono il resto del Paese che stava per arrivare l'esercito per nascondere dei carri armati agli aerei Nato. Ma arrivarono anche la polizia e i paramilitari. Ai primi spari, Hysen Krasniqi, 74 anni, e suo figlio Gafur (34), caricarono la famiglia su un trattore e si avviarono verso l'uscita del villaggio. Li fermarono due serbi in uniforme, uno di loro mascherato. Gafur sussurrò al padre che aveva riconosciuto l'uomo in maschera: era di Slovinje. L'uomo mascherato ordinò a Gafur di scendere dal trattore e lo uccise. Altri 35 albanesi del villaggio furono fucilati. Quando due mesi dopo arrivarono i soldati inglesi, gli albanesi consegnarono loro una lista di nove sospetti serbi. La risposta fu che la Nato non era la polizia. Il giorno dopo Zoran Stanisic, un serbo ventenne, fu rapito mentre guidava il suo trattore e la sua famiglia fu costretta a fuggire. Adesso il vecchio Krasniqi insiste che non può più vivere accanto ai serbi, perché gli hanno ucciso il figlio, apparentemente sposando l'idea della responsabilità collettiva. Ma ciò che Krasniqi aggiunge in conclusione è molto più interessante: se tutti gli albanesi del villaggio fossero d'accordo al rientro dei serbi a Slovinje, anche lui acconsentirebbe. Per il vecchio albanese, le lealtà locali sono più importanti di presunti immutabili odii etnici, un sentimento sul quale fare leva per promuovere la riconciliazione con i civili serbi innocenti. Il dopoguerra è stato dominato nel discorso mediatico e diplomatico occidentale dalla minaccia Uck, un gruppo sempre identificato come una banda di terroristi, pericolosi marxisti-leninisti o nazionalisti fascisti, a seconda dei casi. Sarebbe stato molto più utile vedere questa formazione indipendentista armata come lo sviluppo di gruppi locali di difesa civica che nel tempo hanno costruito legami frammentari, ma potenti, con la diaspora e solo molto tardi si sono organizzati centralmente. Per la sua natura locale, l'Uck non ha mai avuto una chance di trasformarsi in un serio movimento politico, che sia di ultrasinistra o di ultradestra. La dimostrazione di ciò sono i risultati delle elezioni locali di ottobre, a lungo rinviate per timore della presa di potere degli estremisti, e invece conclusesi con la vittoria della Ldk e di Rugova perfino in città come Podujevo, una roccaforte della lotta armata. Rugova non ha mai corrisposto allo stereotipo dell'albanese minaccioso e mafioso e forse per questo ha ricevuto la simpatia dell'Occidente, ma non è mai stato neanche molto credibile, come non lo è stata la sua decennale società parallela, che non corrispondeva all'idea del sottosviluppo. Chi ha mai veramente creduto che un popolo clanico e tradizionalista potesse organizzare e finanziare tutto da solo scuole, università, e ospedali, in un Paese dove la minoranza serba continuava a vivere dell'assistenzialismo socialista? Lo storico Roberto Morozzo della Rocca, autore oltre che di ottimi studi anche del migliore libretto sulla storia kosovara per il consumo di massa (Kosovo, 1999), riconosce il Kosovo degli ultimi dieci anni come una società di apartheid e loda l'ingegnosità degli albanesi. Ma anche lui poi si chiede su Limes come possa un piccolo stato come il Kosovo ottenere l'indipendenza senza cadere nelle trappole dei clan e delle clientele, usando la democrazia solo come una facciata per ricevere aiuti finanziari dall'Occidente. Semplice: vivendo in gran parte dell'economia locale che andrebbe aiutata e delle rimesse dei suoi laboriosi immigrati. Ci sarà anche il denaro sporco della criminalità organizzata, ma non accade lo stesso in tutte le democrazie occidentali, inclusi i civilissimi Giappone, Stati Uniti, e Italia?
Anna Di Lellio