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Quei bravi bambini di Arafat

LIBERAL BIMESTRALE
di Fiamma Nirenstein
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3Se si guarda la letteratura o l'arte figurativa, l'Occidente è una lama, l'Oriente un lago; l'Occidente è duro e compatto, l'Oriente soffice e frastagliato; l'Occidente ama fraseggiare, mettere punti e andare a capo in ogni discorso, a ogni svolta concettuale, anche in campo musicale; l'Oriente si esprime fluidamente in una continuità indistinta in cui non si cambia strada, ma si prosegue. L'Oriente è segnato da una tradizione che non consente di mescolare la verità con la menzogna senza che questo comporti uno sgarro morale; l'Oriente sgarra moralmente solo se tradisce se stesso, non la verità; la verità comunque ha poco a che fare con la logica, molto di più con la volontà di Dio. L'Occidente ha un rapporto controverso con la forza: usa la forza piangendo per le sofferenze che infligge alla parte umana del nemico, quale che siano le sue ragioni, ma rimane deciso a spezzarne la parte politica secondo un criterio di opportunità. Il mondo orientale, e qui mi sento solo di parlare con certezza del mondo arabo, non avrebbe nessuna difficoltà a usare la forza una volta stabilito chi è il suo nemico, un nemico certificato secondo la verità divina, ma non ce l'ha; e quindi, usando ogni altra strada per batterlo, è comunque convinto di perseguire una verità di fondo. Noi occidentali non abbiamo nessuna voglia, in genere, di decrittare questo comportamento. La guerra dei media che ha caratterizzato in questi mesi lo scontro mediorentale non è stata solo un'arma di conquista dell'opinione pubblica, ma una maniera di disarmare Israele fino nel profondo dell'anima: vedersi dipinto come un esercito aggressore di fronte a un popolo di underdog, ha paradossalmente convinto Israele a usare l'esercito in modo da non riprodurre un'immagine che pure non era vera: ovvero a non usare la forza o la deterrenza pur di non contraddire l'immagine politically correct ispirata ai valori occidentali e usata dagli orientali. Nel conflitto israelo-palestinese, da una parte si fa uso della forza, senza sapere più usarla; dall'altra, quella palestinese, si fa uso della manipolazione dell'informazione, senza neppure sapere di farlo e illudendosi con le proprie bugie. Arafat nell'agosto del 1995 tenne un famoso discorso all'Università di Al Azhar, «Il discorso di Hudaybya». Disse letteralmente così: «E venne l'accordo di Oslo, che contiene elementi negativi e positivi. Se alcuni di voi sono contro quel documento, bene, io ho mille obiezioni a quel documento. Ma vi devo ricordare, fratelli e sorelle, una cosa: anche il profeta Mohammed formò l'accordo di Hudaybyah... Voglio solo ricordarvi questo punto, non sto introducendo niente di nuovo, vi sto solo fornendo un punto di riferimento». Il discorso, filmato e registrato, venne tenuto dopo il premio Nobel per la pace, dopo le mille affermazioni in inglese sulla necessità di raggiungere una «Pace dei Bravi», dopo centinaia dichiarazioni di devozione a un concetto di pace duratura con Israele. Vale la pena di ricordare la storia di Hudaybya: nel 628, il Profeta Mohammed e il clan di Quraysh, che governava la Mecca, si accordarono per dieci anni di pace. Dopo due anni, al presentarsi dell'occasione opportuna, Mohammed prese la città con la forza. Quando Arafat parlava, mentre in agosto i ragazzi di Tel Aviv con l'orecchino si divertivano in discoteca e dedicavano il loro tempo all'high tech o al concerto della Filarmonica, convinti di non dovere mai più combattere, i ragazzini palestinesi si recavano in campeggi estivi organizzati dal Fatah, il partito e la struttura base di Arafat, in cui si insegnava loro l'uso delle armi, chiarendo bene che l'obiettivo dovevano essere gli ebrei. In quei campeggi si insegnava anche a rapire un soldato, a fare un'imboscata, o a morire da shahid, da martire dell'Islam. In quest'ultima crisi, la trappola di una verità fantasticata e propagandata per amore di semplificazione o per i soliti sensi di colpa dell'Occidente, ha raggiunto dimensioni molto serie. A partire dal nome, «Intifada di Al Aqsa». Intifada, oltre a significare insurrezione, ha ormai un senso storico molto preciso. È stata la guerra di pietre iniziata nel dicembre 1987, quando l'esercito israeliano occupava, a seguito della Guerra dei Sei giorni, una vasta porzione di territorio detta West Bank, oppure Giudea e Samaria, dal '49 al '67 in mano giordana. La guerra si svolgeva, in presenza di un esercito occupante, nelle cittadine palestinesi che vi erano contenute: Betlemme, Nablus, Jenin, Hebron, eccetera. I combattenti dell'Intifada non erano armati, se non in casi sporadici. Poi c'è stato l'accordo di Oslo. La situazione oggi è completamente diversa: gli scontri avvengono solo sul confine delle cittadine palestinesi ormai sotto completo controllo dell'autorità palestinese che, secondo l'accordo, ha ricevuto subito da Israele tutti i centri abitati. L'esercito israeliano non è mai entrato una volta dentro le zone già in potere di Arafat. Ai tempi dell'Intifada, Arafat non aveva una fanteria (che secondo l'accordo di Oslo viene chiamata Polizia, più annessi non dichiarati) che conta dai quarantamila ai cinquantamila uomini armati insieme ai Tanzim, la cui esistenza non è prevista dall'accordo di Oslo. I palestinesi hanno anche missili antitank e altre armi pesanti in numero imprecisato ma, secondo fonti di intelligence, notevole. Questo scontro si basa su innumerovoli equivoci sorretti da una stampa semplificata e disinformata. La prima e la più importante mistificazione consiste di certo nell'immagine di Mohammed al Dhura come martire-tipo degli israeliani, quasi essi avessero sparato di proposito su un bambino. Per altro, non si sa ancora chi l'abbia veramente ucciso: i palestinesi sparavano da otto punti diversi verso l'esercito israeliano, e Muhammed e il padre stavano nel mezzo. Dopo un primo mea culpa dell'esercito, gli esperti hanno di nuovo sollevato pesanti dubbi sull'origine della pallottola omicida. Ma i palestinesi non hanno consentito nessuna indagine. Di fatto, la tv palestinese ha seguitato a ripetere come un mantra, fino a quaranta volte in un'ora, l'immagine della morte, e la radio a parlarne come di un delitto compiuto dagli israliani di proposito. In questo quadro, la seconda grande bugia: continuare a considerare gli israeliani come aggressori, quando Tzhahal, l'esercito, non solo non ha mai attaccato una volta, limitandosi a rispondere al fuoco, ma si attiene anche all'ordine preciso di sparare solo contro chi spara per primo. Gli israeliani sostengono di disporre di complessi sistemi che consentono di affermare con sicurezza che nel novanta per cento circa dei casi, chi è stato colpito aveva sparato. Ma ammettono che in situazioni di pericolo di vita imminente, come di fronte al lancio ravvicinato di bombe molotov, il soldato israeliano spara. L'esercito è molto ben addestrato, molto ben difeso quanto a tecniche e a scudi antiproiettile di ogni tipo: cento caduti fra i palestinesi in due mesi, ha dichiarato Tzahal, sono molto di più di quanto si sarebbe voluto, ma assai meno di quello che avrebbe potuto essere se non ci si fosse attenuti agli ordini. E qui la terza bugia: quella sottintesa alla ripetuta affermazione che l'esercito si deve ritirare dai territori occupati. In realtà, in questa vicenda i territori ancora occupati nel West Bank, oggetto, fino a Camp David, di trattativa, non hanno alcun ruolo. C'è un confine, il check point dalla città (zona A sotto il controllo palestinese) alle altre zone, attaccato dalle forze di Arafat, e una zona interna all'Autonomia palestinese, in genere i centri abitati, in cui Israele non è mai entrato. E qui viene la quarta grande bugia: l'idea della folla «inerme» come è stato ripetuto mille volte, di fronte all'esercito israeliano, uno dei più forti del mondo. David e Golia. Invece gli uomini armati ci sono sempre dando luogo a una strategia molto specifica, quella della confusione, di modello libanese, fra armati e persone. In prima fila con i sassi e le bombe molotov vengono i bambini organizzati dal Fatah: l'educazione politica permanente che ricevono li spinge a considerarsi come piccoli martiri ed eroi di guerra; in più la scuola e l'organizzazione locale, che hanno il dovere di crescerli nella militanza, spesso li conducono in autobus, armati di bottiglie molotov, alle manifestazioni fatali. Poi, come massa d'urto insieme al resto della popolazione, vengono i giovani Tanzim, le organizzazioni armate sulla cui ubbidienza ad Arafat è stata giocata un'altra carta ambigua. Rispondono o non rispondono agli ordini di Arafat? La verità è che l'autorizzazione che essi hanno ricevuto dal capo per sparare, soprattutto di notte, sugli insediamenti, o di giorno durante le manifestazioni contro i soldati, viene spesso contraddetta dallo stesso Arafat. I Tanzim possono ricevere l'ordine di attaccare nel momento stesso in cui la polizia palestinese riceve l'ordine di calmarli. Poco dopo, anche la polizia palestinese può ricevere l'ordine di sparare agli israeliani; e di conseguenza anche i Tanzim riprendono a sparare. Ed è proprio Arafat a creare confusione obbligando i suoi a comprendere la necessità politica prima che egli stesso la renda normativa. In ogni caso, a turno o insieme, i Tanzim e la polizia sparano, e quando gli israeliani rispondono, per quanto possano sparare bene, sulla traiettoria del loro proiettile può facilmente trovarsi un bambino, dato che i bambini costituiscono la prima fila della strategia di Arafat: organizzare un'escalation di emozioni che conduca a un intervento internazionale a sostegno di ogni richiesta palestinese relativa ai confini del '67, e che nel contempo gli conservi quello che egli oggi sente come un riconquistato ruolo di leader del mondo arabo, anche in campo religioso. Non a caso egli si presenta adesso come il capofila della riconquista della Moschea di Al Aqsa, su cui del resto Barak gli aveva proposto una sovranità internazionale e una continuazione dell'attuale presenza del Waqf come potere centrale sulla spianata delle Moschee. E qui un'altra grande mistificazione. A forza di ripeterlo, Arafat è riuscito a far credere al mondo che la sua sovranità sulla spianata delle Moschee è indiscutibile, ignorando l'esistenza primaria e originaria del Monte come sede del tempio di Salomone (950 a.C.) e del secondo Tempio, distrutto nel 70 d.C: uno fra i monumenti più importanti dell'antichità storicamente certificato e onorato senza soluzione di continuità dal mondo ebraico, che fra diaspora e persecuzioni ne ha fatto il suo punto di riferimento e la sua ancora di sopravvivenza. I palestinesi ormai, trovando una grande eco nei media mondiali, ne parlano come di un mito; ma la verità è che sulle rovine del Tempio e proprio per cancellarlo, i mussulmani hanno costruito una Moschea che viene nominata una sola volta, di striscio, nel Corano. Il terzo luogo di culto per l'Islam è di fatto il primo per gli ebrei: ma la martellante propaganda di Arafat ha reso legittima la pretesa palestinese e insensata quella ebraica.

Alle mistificazioni di base si aggiungono molte altre menzogne di fatto. Ci sono invece due fatti su cui la piazza di Arafat e il rais stesso appaiono chiari: la rinnovata (dal 1991), conclamata ammirazione per Saddam Hussein, come modello di immarcescibile odio antisraeliano e antioccidentale. E la scelta del modello Hezbollah che conduce una jihad dichiarata per eliminare Israele dalla carta geografica. Così, quella che alcuni considerano l'«astratta» preferenza di Arafat per la guerra si rivela un vero e proprio piano strategico che culmina nel rilascio dalle carceri palestinesi di centinaia di membri di Hamas, fra cui decine di pericolosi terroristi. E l'uso del terrorismo parla di un coinvolgimento di tutte le forze dell'area nella battaglia, secondo il piano di Arafat. L'Iran appoggia con denaro, armi, campi di allenamento, oltre ad Hamas, anche gli Hezbollah. Un loro attacco serio, dopo il già grave rapimento dei tre soldati, può dare fuoco a tutta l'area. È quello che Arafat vuole: che il caso palestinese sia al centro di un eventuale scontro generale. Il giovane Bashar Assad di Siria ha già dimostrato una simpatia per gli Hezbollah nel Libano controllato dalla Siria mentre Saddam Hussein, non chiede di meglio che usare le armi nascoste alle ispezioni in questi anni (un arsenale di tutto rispetto, specie nel campo chimico e biologico) per mostrare chi è il vero leader del Medio Oriente. Arafat ha ridato fuoco alle polveri: se l'Europa lo segue nella menzogna di base, ovvero quella che mostra i palestinesi come un «popolo inerme» di fronte a una grande forza che li opprime, questo non può che attizzare il fuoco.

Fiamma Nirenstein


 
 

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