Gli inizi del 1913 la Germania celebrò solennemente il primo centenario della convocazione degli Stati generali prussiani a Königsberg, in Prussia orientale, nel gennaio 1813. Gli Stati decisero la creazione di una milizia territoriale, la Landwehr, e prepararono così la grande Erhebung, l’insurrezione antifrancese che si estese più tardi a buona parte del territorio tedesco. Napoleone batté i prussiani a Lützen, Bautzen e Dresda. Ma in ottobre, a Lipsia, subì la sua prima sconfitta e perdette la Confederazione del Reno. Con le celebrazioni del 1913 il Reich guglielmino rivendicava alla Prussia e al popolo tedesco il merito di avere aperto la sequenza degli eventi che avrebbero segnato la fine della dominazione napoleonica in Europa. Nel marzo dello stesso anno cominciarono a Pietroburgo, a Mosca e in altre città russe i grandi festeggiamenti per il terzo centenario dell’avvento al trono di Michail Romanov, figlio del patriarca di Mosca e capostipite della dinastia che avrebbe regnato sino alla Rivoluzione d’ottobre. L’Impero era stato sconfitto dai giapponesi nel 1905 e le celebrazioni furono turbate da sanguinosi incidenti, ma le actualités girate dagli operatori di Pathé Gaumont trasmisero all’opinione pubblica europea l’immagine di uno Stato potente e di una corte sfarzosa. Chi avesse colto l’occasione per calcolare lo sviluppo dell’impero zarista nei trecento anni della dinastia sarebbe giunto alla conclusione che esso era cresciuto di 150 km quadrati al giorno o, se preferite, di circa 50 mila all’anno. I due avvenimenti furono osservati e commentati. Gli ambasciatori scrissero i loro rapporti, i giornalisti le loro corrispondenze e i governi si chiesero se quelle celebrazioni non preannunciassero politiche ancora più aggressive di quelle che Germania e Russia avevano perseguito negli anni precedenti. Il Reich stava realizzando un ambizioso programma di costruzioni navali, aveva progettato una grande linea ferroviaria da Berlino a Baghad e aveva stipulato con la Turchia una convenzione che avrebbe assicurato allo Stato maggiore tedesco la direzione dell’esercito ottomano. La Russia aveva reagito stizzosamente all’annessione austriaca della Bosnia, si atteggiava a protettrice degli slavi ortodossi dell’Europa meridionale e non nascondeva il suo desiderio di approfittare delle guerre balcaniche per impadronirsi degli Stretti. Ma nessuno Stato europeo avrebbe avuto il diritto di lanciare la prima pietra. Mentre i tedeschi rafforzavano la loro flotta, gli inglesi stavano costruendo sei grandi navi da battaglia e i primi incrociatori veloci della classe Regina Elisabetta. Mentre il Reich negoziava con la Turchia una convenzione militare, Winston Churchill, Primo Lord dell’Ammiragliato, metteva a punto un piano per l’invio di truppe in Francia nell’eventualità di una guerra con la Germania. Mentre lo Stato maggiore tedesco portava a 760.908 uomini il numero degli effettivi alle armi in tempo di pace (un aumento di 136 mila unità), la Francia allungava a tre anni il servizio militare obbligatorio.
Nel 1913 e nei primi mesi del 1914 il cielo d’Europa fu percorso da continui presagi di guerra. La crisi che precedette il conflitto può sembrare oggi un tragico errore di calcolo e un esempio di cattiva diplomazia. Ma l’Europa di allora dovette percepire la guerra, dopo l’attentato di Sarajevo, quasi come una liberazione da quello stato di perdurante incertezza che aveva lungamente oscurato la vita politica del continente. Lo dimostrano le reazioni automatiche con cui le maggiori potenze affrontarono la crisi. Telegrammi, note verbali, ultimatum, mobilitazione generale: tutto sembrava scritto nel copione che tutti i governi conservavano da tempo nei loro armadi. Lo dimostrano l’entusiasmo delle folle che correvano alle stazioni per salutare i soldati in partenza. In ogni Paese una parte considerevole della pubblica opinione e la maggior parte degli intellettuali, non soltanto d’ispirazione nazionalista, furono favorevoli alla guerra. Nel gennaio del 1913 Lenin, allora a Zurigo, aveva scritto a Gor’kyj: «Quello di cui abbiamo bisogno oggi è una guerra, ma temo che Francesco Giuseppe e il piccolo Nicola non ci rendano questo favore». Quando il favore gli fu reso Lenin dovette considerare l’evento e la prospettiva di una Russia sconfitta nel modo stesso in cui Charles Maurras salutò l’avvento del maresciallo Pétain al potere dopo la sconfitta della Francia nel giugno del 1940: una «divina sorpresa». Una delle ragioni dell’entusiasmo popolare e della leggerezza con cui la prospettiva della guerra venne affrontata fu la convinzione che il conflitto sarebbe durato soltanto qualche mese. Erano state brevi tutte le guerre della seconda metà dell’Ottocento; e brevi, anche se frequenti, le guerre napoleoniche. Nessuno, nemmeno le più lucide Cassandre, pensò che quella dell’agosto del 1914 sarebbe durata sino al novembre del 1918 e avrebbe modificato radicalmente la storia del mondo. Le ragioni della sua lunghezza e dei molti disastri che ne derivarono furono almeno quattro. Quella che noi chiamiamo «Grande guerra» fu in realtà una pluralità di conflitti, combattuti contemporaneamente. Ciascuna delle due alleanze cercò di elaborare una strategia unitaria, ma i singoli Paesi perseguirono sino all’ultimo giorno del conflitto le loro finalità nazionali. Vi furono così una guerra franco-tedesca per il dominio del continente europeo, una guerra anglo-tedesca per il dominio degli Oceani, una guerra russo-austriaca per il dominio dei Balcani, una guerra austro-italiana per il dominio dell’Adriatico, una guerra russo-turca per il dominio degli Stretti. E vi furono, beninteso, guerre minori, soprattutto nei Balcani, per l’assestamento dei poteri nella regione dopo il ritiro dell’Impero ottomano dalle sue province europee. Ogniqualvolta uno degli Stati combattenti riteneva giunto il momento di negoziare una tregua, altri si opponevano nel timore che una pace prematura avrebbe pregiudicato i loro interessi. Forse il fattore che maggiormente contribuì alla durata del conflitto fu il il fatto che la guerra, dopo il successo iniziale dell’esercito tedesco, venisse continuamente combattuta sul suolo francese. Se la Francia avesse accettato d’interrompere le operazioni militari prima della vittoria, la Germania avrebbe avuto nelle sue mani, al tavolo della pace, un formidabile pegno territoriale.
La seconda ragione fu l’impiego di armi nuove e micidiali, rese possibili dalle grandi rivoluzioni industriali e tecnologiche dei decenni precedenti: i nuovi esplosivi, le mitragliatrici a fuoco rapido, i cannoni di lunga portata, le corazzate, le motosiluranti veloci, i sommergibili, i carri armati, gli aerei, i gas tossici. Il telefonò rese assai più efficace quello che chiameremmo oggi il command and control del campo di battaglia. L’aereo tenne d’occhio i movimenti nemici nelle retrovie. Lo sviluppo dell’industria motoristica permise di alimentare più rapidamente gli eserciti nel corso delle operazioni. La terza ragione fu un colossale impiego di forze combattenti. Grazie alla coscrizione obbligatoria e alla nazionalizzazione delle masse, ogni Stato gettò sul campo di battaglia una buona parte della sua popolazione attiva. La somma di due fattori - eserciti sempre più numerosi e armi sempre più micidiali - produsse la maggiore carneficina della storia europea. La Gran Bretagna ebbe 760 mila morti, due milioni e 90 mila feriti, 132 mila dispersi; la Francia, un milione e 383 mila morti e due milioni e 560 mila feriti; l’Italia, 564 mila morti, un milione e 30 mila feriti; la Germania un milione e 686 mila morti, quattro milioni e 211 mila feriti, 991 mila dispersi; la Russia (fino alla pace di Brest Litovsk), un milione e 700 mila morti, due milioni e 500 mila feriti; gli Stati Uniti, 81 mila morti e 179 mila feriti. La quarta ragione è per molti aspetti una conseguenza delle precedenti. Quanto più durava il conflitto e cresceva il numero delle vittime, tanto più i governi divenivano vulnerabili e insicuri. Dopo lo sviluppo dei movimenti sociali e rivoluzionari, ciascuno di essi sapeva che avrebbe pagato la sconfitta con una rivoluzione. La guerra, in queste condizioni, divenne la disperata partita di un giocatore d’azzardo che non può permettersi di perdere. Il timore che gli eserciti sarebbero diventati masse rivoluzionarie contribuì ad allungare il conflitto e a rendere la rivoluzione, paradossalmente, sempre più minacciosa e incombente. Scoppiò infatti, anche se in forme diverse, in tutti i Paesi che persero la guerra o ne uscirono, come l’Italia, particolarmente malconci e insoddisfatti. La rivoluzione venne battuta e repressa nella maggior parte degli Stati europei, ma attecchì in Russia e creò uno Stato nuovo che divenne da quel momento la patria ideale di una parte importante delle società europee. Tutti gli Stati vennero allora attraversati da una faglia, più o meno pericolosa, e molti di essi furono, sino alla fine della seconda guerra mondiale, teatro di pronunciamenti militari, repressioni poliziesche, epurazioni, moti insurrezionali, guerriglia: una grande guerra civile europea che prolungò e dilatò nel tempo gli effetti dei due colpi di pistola che Gavrilo Princip sparò a Sarajevo il 28 giugno 1914.