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Daniel J. Elazar, l'anti Robespierre

LIBERAL BIMESTRALE
di Luigi Marco Bassani
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3Abbiamo presentato un documento inedito in italiano e quasi sconosciuto in inglese. Si tratta della traduzione del discorso di apertura fatto da Daniel Elazar (1934-1999) alla prima sessione di lavoro del «Covenant Workshop», al «Center for the Study of Federalism» della Temple University di Filadelfia il 22 novembre 1977. La freschezza e la semplicità di questo intervento dovrebbero fornire un primo facile approccio al tema, che potrà poi essere approfondito con una ricerca che, partendo dalle recenti notazioni di Corrado Malandrino (in Teologia federale, Il Pensiero Politico, 1999) vada poi alle fonti storiografiche ed eventualmente a quelle primarie. La produzione stessa del gruppo di studiosi ai quali si rivolgeva Elazar è stata, fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, assolutamente degna di nota e andrebbe consultata attentamente. Non tutti i saggi prodotti (decine e decine) furono poi pubblicati e molti sono rimasti sotto forma di dattiloscritto di non facile reperibilità ora che il «Center for the Study of Federalism» ha praticamente chiuso i battenti. Daniel Elazar, conosciuto in Italia soprattutto grazie a una mia traduzione di Exploring Federalism del 1995 (Idee e forme del federalismo, Comunità, 1995), è stato forse il teorico che maggiormente ha promosso gli studi sulla teologia federale negli ultimi trent'anni. Infaticabile organizzatore e studioso impegnatissimo fra Filadelfia e Gerusalemme, Elazar ha tentato di fornire risposte concrete di natura federale e pattizia ai maggiori problemi del nostro tempo. Dal conflitto israelo-palestinese a quello irlandese, non vi era argomento e problema politico che non lo interessasse e per il quale non intravedesse una composizione di tipo federale. Egli era infatti assolutamente convinto che la tradizione pattizia e federale fosse la corrente sotterranea premoderna e protofederalista la cui riscoperta poteva rivelarsi decisiva per far fronte ai fallimenti dello Stato moderno (ossia ai disastri prodotti dalla concezione dello «Stato reificato», come lui chiamava il sempre riaffiorante giacobinismo politico). In sostanza, sul crinale della crisi della statualità, la proposta di Elazar era la riscoperta di una tradizione che la modernità statuale aveva messo in ombra: quella della teologia federale. A suo avviso, come si legge con chiarezza nell'intervento che riportiamo, l'attenzione degli studiosi di politica per il diritto naturale (intendendo con questa espressione giusnaturalismo e contrattualismo), ossia per la filosofia che ha accompagnato la nascita e i primi, tutt'altro che incerti, passi dello Stato moderno fino al Settecento, è certamente giustificata, ma rischia di diventare esclusiva. In fondo, esistono tradizioni bibliche, quali quella fondata sul concetto di patto, che forniscono un contraltare alla moderna politica, tutta riassunta nel termine-concetto «Stato», nel quale gli aspetti comunitari della vita degli uomini e quelli individualistici non appaiono in antitesi. Inoltre, tutta la tradizione teo-federale non conosce la distinzione fra morale e politica sulla quale si fonda lo Stato moderno. Quindi la riscoperta della dottrina biblica del covenant, e dei suoi influssi in alcune realtà moderne (gli Stati Uniti in primo luogo, ma anche la Svizzera) può risultare utile proprio oggi che la natura coercitiva, illiberale e «panteistica» dello Stato è messa in discussione da svariate correnti e dottrine politiche. In sostanza, è proprio la teologia federale a fornirci la prova migliore di come il vocabolario politico e i concetti fondanti del federalismo siano autonomi rispetto a quelli dello Stato moderno. La teologia federale (federal theology o, forse meglio, covenant theology) è nata in Europa in seguito alla riforma protestante e ha avuto le proprie più significative affermazioni in America durante il periodo coloniale. Esempi di tale dottrina teo-politica possono essere già rinvenuti nella predicazione degli anabattisti, di Zwingli, di Calvino, ma è con gli eredi di quest'ultimo che essa giunge a piena maturazione. Théodore de Bèze, Zacharias Ursinus, Kaspar Olevianus, Heinrich Bullinger, Coccejus sono solo alcuni dei nomi dei principali teologi che hanno sviluppato questa prospettiva. Se in Europa la tradizione biblica pattizia deve essere considerata come una delle radici della grande opera politica di Johannes Althusius, La Politica, del 1603, (che rappresenta un po' l'occasione mancata della politica europea nella prima età moderna, si pensi all'oblio che cadde sul lavoro di Althusius fino al 1880), i risultati pratici e istituzionali furono nel continente assai poco evidenti. Paesi protestanti e cattolici, con l'eccezione della Svizzera, adottarono il modello Bodin-Hobbes, incentrato sulla nozione di sovranità del corpo politico e sull'unità politica, e pensarono le relazioni politiche e istituzionali tutte all'interno di una cornice statuale.

La teologia federale, invece, ha avuto un peculiare sviluppo, anche di natura istituzionale, nelle colonie americane ed è alla base di quella consuetudine all'autogoverno senza la quale la Rivoluzione americana risulta incomprensibile. Il calvinismo dei primi colonizzatori era teso verso il repubblicanesimo e aveva tutta una serie di implicazioni democratiche. La loro filosofia era fondata sulle letture dei testi teologici puritani e anche sulle lezioni dei grandi teorici inglesi della rivolta parlamentare nel XVII secolo, che avevano insistito sull'importanza dell'individuo e della sua unione volontaria con altri esseri umani fondata sul consenso di tutti. Nella versione puritana della teologia calvinista, il patto stretto fra Dio e l'uomo, tutto di natura volontaria, avrebbe condotto gli eletti alla salvezza. Per analogia, quindi, un gruppo di veri cristiani aveva il potere di stringere patti fra di loro, aventi per oggetto il culto, ma anche la gestione degli affari comuni di natura civile. L'idea, in sostanza, di un'unione volontaria e unanime, con finalità di governo era già insita in quella che è stata chiamata la «teologia federale», che rappresenta il passaggio naturale in America fra la teoria del covenant e quella della comunità federale. In maniera autonoma, quindi, i coloni riuscirono a elaborare istituzioni proprie e una specifica tradizione politica costruita sul concetto di covenant. Le comunità politiche nordamericane, costituite per accordo volontario e fondate sul consenso dei propri membri, si nutrirono quindi di una consuetudine all'autogoverno che non trova paralleli nel mondo moderno. L'America non solo non conobbe il «feudalesimo», secondo la nota interpretazione dell'«eccezionalismo» americano di Hartz, ma, dati i rapporti assai labili fra la madrepatria e le colonie, e l'evoluzione storica della Gran Bretagna nel Seicento, si trovò anche priva di esperienza diretta in tema di assolutismo monarchico. In sostanza, la modernità politica americana fu privata di un tassello fondamentale, tanto da risultare fortemente diversa da quella europea, e segnatamente continentale. E oltre a queste «manchevolezze» la dottrina americana rielaborò qualcosa in più, che nelle colonie ebbe salda e duratura fioritura, ossia la teologia federale. Il tutto sembra essere più che sufficiente a rendere la storia politica americana per molti versi «altro da» quella europea.

La lettura di questo e degli altri interventi sulla «teologia federale» potrebbe avere l'effetto di deprimere i nostri concittadini interessati a una riforma federale.

Questo Paese ha già molta storia istituzionale e cultura politica che militano fermamente contro una «rivoluzione federalista», o anche semplicemente contro quel «sobrio decentramento regionale amministrativo e finanziario e una federalizzazione delle varie regioni» invocato da Luigi Sturzo un secolo fa. Durante il Risorgimento fu sconfitta ogni progettualità di tipo federale - per usare le sintetiche parole del Ventura - coloro i quali pensarono che «fare dell'Italia un'altra Francia è una vera follia» furono dichiarati nemici dell'unità nazionale. Forse, nonostante l'esempio canadese sembri dimostrare il contrario, esistono delle incompatibilità assolute fra un sistema parlamentare e una federazione. Un parlamento seduto permanentemente a cambiare le regole del gioco non rende soltanto la certezza del diritto un pio desiderio, ma rappresenta una minaccia costante per tutte le entità federate. Certo è che la tradizione romanistica di civil law, della quale il nostro Paese fa parte, conosce pochissime eccezioni federali (se si esclude per qualche, e ben limitato, aspetto la Germania). Ora, oltre alle mille difficoltà profonde che incontra una riforma federale, fatte di tradizioni istituzionali, di concezioni giuridiche e politiche, di sedimentazioni storiche, di ben rivelate preferenze delle classi dirigenti per collettivismi sfrenati o «ragionevoli» (fascismo, comunismo, socialismo e keynesismo), sembra aggiungersi un ostacolo che solo i più avvertiti studiosi conoscevano: la mancanza di una tradizione di «teologia federale». In questo Paese, ovviamente, le famiglie politiche rispettabili sono di matrice cattolica, laicista, o socialcomunista. Ma la tradizione pattizia e federale che rappresenta il quadro teorico sul quale nacquero le istituzioni federali soprattutto in America, è tutta protestante. Nata dalla riforma e collegata al calvinismo, soprattutto agli epigoni di Calvino, implica una libera discussione e conoscenza dell'Antico Testamento che la Chiesa cattolica non ha mai avallato. I «laici» lamentano sempre l'esistenza di soffocanti spire religiose ed ecclesiastiche in questo Paese. In questo caso però è anche la laicità del potere politico a essere il problema. Insomma, la «patria di Machiavelli» e le tradizioni cattoliche del popolo potrebbero congiurare insieme contro il «federalismo». In definitiva, troppo poco diffusa è stata in questo Paese l'idea che le libertà politiche siano un dono di Dio, o abbiano comunque qualche cosa a che vedere con il piano divino.

Luigi Marco Bassani
 

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