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La grande strada della Bibbia

LIBERAL BIMESTRALE
di Daniel J. Elazar
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Cercherò di introdurre l'idea di patto e le sue manifestazioni politiche, in modo da stabilire un terreno comune sul quale ampliare e approfondire il nostro dibattito. Le mie note saranno necessariamente preliminari, in quanto si tratta della prima volta che cerco di tracciare un quadro sistematico che inglobi e ampli il mio lavoro sulla tradizione politica ebraica e quella americana. Il primo compito è quello di cercare di delineare il patto come concetto politico, iniziando a chiarire la nostra terminologia.
Quello di patto è un concetto politico pertinente alle relazioni politiche in senso classico. Sia la pratica teo-politica biblica che l'etica politica aristotelica confermano quest'affermazione, sebbene gli scritti di Aristotele non siano mai caratterizzati dal concetto di patto. Ma, giacché il patto è un concetto sia teologico sia politico (ossia si tratta di una nozione fondata su di un punto di vista morale), esso rispecchia il collegamento classico tra etica e politica, ossia tra moralità e politica; sotto questo aspetto travalica i limiti di quelle teorie moderne orientate semplicemente verso il politico, o tutt'al più verso la psicologia e la politica. È quindi possibile ipotizzare che il patto affronti quelle che in altri miei interventi ho definito le due facce della politica, ossia il potere e la giustizia. Per parafrasare Harold Lasswell, la politica consiste non solo del problema di «chi ottiene cosa, quando e dove», ma anche di chi dovrebbe ottenerlo. Gli specialisti che affrontano lo studio della politica da una prospettiva classica non possono trascurare nessuna delle due facce, anche quando trattano specificamente solo l'una o l'altra. Ciò ha creato nella scienza della politica un costante collegamento, ma anche un'incessante tensione, tra la filosofia politica e lo studio «empirico» della politica stessa. Chi ha cercato di separare i due aspetti ha immancabilmente fallito nel proprio intento, in quanto una tale separazione non potrebbe che apparire artificiosa. Sotto questo aspetto, uno dei vantaggi del concetto di patto è che ci obbliga necessariamente a considerare tutti e due gli aspetti della politica. Un modo per iniziare a capire il significato del concetto di patto è quello di considerarlo come la base di un insieme di relazioni politiche aventi un fondamento e un carattere morale. Un aspetto che distingue l'idea di patto da molte altre idee politiche consiste nell'accento posto sull'interpretazione delle relazioni politiche come premessa alla comprensione delle strutture e delle funzioni in politica. Tornerò su questo carattere quando affronterò il tema del paradigma biblico che, secondo la mia opinione, ha caratterizzato tutte le applicazioni della teoria pattizia nella vita politica fino ai giorni nostri. Come punto d'avvio per delineare e chiarire il concetto, tuttavia, propongo di considerare che tale concetto fornisca una base per relazioni politiche moralmente fondate e caratterizzate dalla moralità.

Patti, intese e contratti. Ritengo che a questo proposito sia necessario chiarire la nostra terminologia, in quanto i tre termini (patto, intesa e contratto) vengono sovente scambiati tra di loro e impiegati come se si trattasse di semplici sinonimi. In una certa misura ciò è naturale e probabilmente inevitabile. Ma in certi casi, è necessario tener conto con precisione delle diverse sfumature. Vi sono due tipi di differenze. Una è quella tra pubblico e privato. Il contratto fa riferimento in realtà alla sola dimensione privata, almeno nell'accezione inglese del termine. È vero che Rousseau parla di un contrat social, che estende alla sfera pubblica, ma in inglese il termine «contratto» viene impiegato normalmente in questioni private, mentre patto e intesa fanno riferimento a questioni pubbliche. Il contratto è un fenomeno del diritto privato; patto e intesa sono fenomeni del diritto pubblico. È anche possibile, tuttavia, delineare una distinzione tra patto e intesa. In ultima analisi, il concetto di patto riguarda una situazione in cui una delle parti è una forza morale, tradizionalmente Dio. Normalmente la forza morale è direttamente parte della relazione, oppure ne è garante. Quando si impiega il termine «intesa», invece, la forza morale entra a far parte della relazione solo indirettamente. In altre parole, l'intesa è un fenomeno laico. Una verifica storica di tale asserzione può essere vista nel mutamento nella terminologia, specialmente nel XVII e nel XVIII secolo, anche se se ne possono rilevare talune tracce fino al XIX. Intendo dire che, mentre negli Stati Uniti chi è animato da convinzioni religiose continua a impiegare il termine «patto», chi desidera cercare un fondamento laico per la politica preferisce ricorrere al termine «intesa». Di conseguenza, sebbene questa distinzione non venga sempre delineata con altrettanta chiarezza, questa differenza tra patto e intesa tende a essere l'elemento che contraddistingue sostanzialmente i due termini. Solitamente il patto viene associato al costituzionalismo. Di norma i due concetti vengono collegati. La mia ipotesi è che un attento esame dell'uso che viene fatto dei due termini deve far concludere che le costituzioni non sono patti e i patti non sono costituzioni. È vero piuttosto che il patto precede la costituzione e che ne stabilisce il quadro di riferimento. Una costituzione comporta, in un certo senso, la realizzazione concreta di un patto preesistente, la concretizzazione di un patto in una forma e in una struttura di governo. Desidero puntualizzare questi concetti fin dal principio in modo da indicare la direzione in cui ci condurrà un esame sistematico e per sollevare il problema dell'indagine dei lessici politici relativi all'idea di patto. Lessici, in quanto esistono svariati popoli o gruppi le cui istituzioni sono fondate su un patto e ciascuno di essi ha sviluppato una terminologia propria. È utile esaminare sia le differenze, sia i paralleli lessicali dei diversi patti. La confusione terminologica, come spesso avviene, non è trascurabile e sarà necessario un chiarimento prima che possiamo affrontare adeguatamente la nostra indagine.

Origini bibliche. Affrontiamo per un momento una seconda dimensione, ossia l'origine biblica dell'idea di patto. Infatti, l'elemento comune a tutte le società politiche che hanno fatto ricorso al concetto di patto è che in ultima analisi tutte hanno derivato tale concetto da una fonte biblica. Possiamo trovare indizi di altre società in un certo senso contrattuali e naturalmente esistono costituzionalismi di varia natura estranei alla tradizione biblica. Ma non siamo riusciti a riscontrare alcuna tradizione pattizia sviluppata che non affondi le proprie radici in una fonte biblica.
Vi è, ad esempio, la questione dell'unione degli indiani Cheyenne sulla base dell'alleanza della freccia sacra. Se si trattava di un patto, si trovava ovviamente al di fuori della tradizione biblica. Ma il riferimento alla freccia sacra in termini di patto si riscontra per la prima volta negli scritti di sacerdoti cattolici inviati come missionari presso i Cheyenne. È ormai impossibile ricostruire il concetto impiegato dai Cheyenne, in quanto gli antropologi non usano il concetto di patto: solo i sacerdoti cattolici lo impiegano. Lo stesso può essere affermato del patto tra le sette tribù che dette origine al popolo ungherese. Non abbiamo approfondito questo aspetto, ma si tratta ovviamente di un concetto pre-cristiano e, anche se in seguito è stato parzialmente reinterpretato in termini cristianizzanti da Santo Stefano, la questione è ancora aperta. Non siamo stati in grado di reperire fonti che non fossero inquinate o sospette. In effetti, la maggioranza delle fonti è stata filtrata da popoli che ne hanno dato un'interpretazione improntata alla tradizione cristiana, se non addirittura a quella ebraica, e ciò le rende in certo modo inattendibili. D'altro canto appare chiaro che i diversi patti di fondazione di popoli, chiese o comunità a noi note di norma mostrano chiaramente la propria origine biblica. Possiamo dunque parlare della radice biblica dell'idea di patto, proprio come possiamo fare riferimento alle origini greco-romane del diritto naturale. La Bibbia non è necessariamente in armonia con un'impostazione giusnaturalistica, anzi, la dialettica tra i due principi è uno dei temi di discussione più annosi nell'ambito del pensiero politico occidentale. Ritengo tuttavia che sia chiaro che la matrice giusnaturalistica non ha origine nella Bibbia, così come è evidente che la tradizione greco-romana non tende a fondare la comunità politica su di un patto, sebbene tale tradizione non sia del tutto priva di elementi di natura pattizia. È noto come la Bibbia inizi proprio con una visione dell'universo improntata all'idea di patto. Nei suoi poetici voli di fantasia, la Bibbia arriva al punto di parlare di un patto tra il sole e la luna o le stelle. Preferisco pensare a tutto questo in termini poetici, anziché immaginare che si tratti del tentativo di descrivere la realtà, in considerazione del contesto in cui si trovano tali accenni, ma è innegabile e significativo che esistano. La relazione d'amicizia ideale, quella tra David e Gionata, viene descritta nei termini di un patto. La teofania sul monte Sinai è descritta come un patto sia in termini teologici sia secondo altre prospettive. In generale, la visione biblica del mondo è una visione improntata all'idea di patto. L'aspetto che ci interessa, ovviamente, è la dimensione politica di tale visione e, in particolare, l'impiego del concetto di patto in riferimento alla più generale dimensione, etica e politica, della ricerca della giustizia e dell'organizzazione del potere.
Gli studiosi della Bibbia hanno ormai sviscerato le origini dell'idea di patto. Fondamentalmente la Bibbia trae tale concetto dai trattati di vassallaggio dell'antico Vicino Oriente e lo trasforma in qualcosa che travalica i limiti del semplice trattato di sottomissione a un sovrano. Inizialmente la Bibbia applica tale concetto alla relazione tra Dio e l'umanità per il tramite di Noè e in seguito alla relazione tra Dio e Israele per mezzo di Abramo e del monte Sinai. Oggi conosciamo numerosi trattati di vassallaggio risalenti fino al terzo millennio avanti Cristo, ne conosciamo i formulari e riscontriamo il ripetersi di questi formulari nel corso della storia (un preambolo, un testo, talune prescrizioni e così via).
Esiste un'intera letteratura scientifica che descrive tutto ciò, principalmente orientata allo studio del Vicino Oriente, anche se, esaminando patti moderni o contemporanei, come il patto del Mayflower (che, peraltro, ha assunto questo nome solo dopo la Rivoluzione americana), risulta evidente come anch'essi seguano la medesima struttura. I patti comunali ebraici nel corso del Medioevo sono un ulteriore esempio di patto sullo stesso modello. La formula del patto di vassallaggio, nel quale un sovrano imperiale, in effetti, un conquistatore, stabilisce una relazione con l'entità conquistata sulla base di un trattato, fa affidamento su un formulario ben consolidato. L'operazione effettuata dalla Bibbia è consistita nella trasformazione del trattato di vassallaggio in qualcosa di sostanzialmente diverso, pur nell'ambito del modello preesistente. La sostanza consiste nell'idea che il trattato non serva semplicemente a creare un ente dipendente collegato a un sovrano al quale si devono obbedienza e fedeltà, ma mira invece a creare una sorta di associazione tra le parti. Ovviamente la relazione tra Dio e l'umanità, ossia tra le due parti del patto originario, non è una relazione paritetica, ma crea un sodalizio per uno scopo comune nel quale le parti conservano la rispettiva integrità pur impegnandosi in un rapporto di reciproca responsabilità. Tra enti umani, possiamo parlare del potenziale di un patto tra uguali. Ciò nondimeno, la traccia comune consiste nel senso di associazione. È ovvio che non si tratta del genere di associazione che si può riscontrare nell'ambito del diritto privato, in cui i soci hanno obbligazioni reciproche estremamente limitate, ma di un'associazione di diritto pubblico, nella quale sussiste una responsabilità assai più estesa.
I patti biblici possono essere distinti in patti politici e patti non politici. Penso di poter affermare che il patto tra David e Gionata sia un patto precipuamente non politico, sebbene sia difficile trovare nella Bibbia un solo patto che non abbia una forte connotazione politica. Anche nel nostro esempio, non è chiaro se Gionata trasmetta a David il diritto di successione alla sovranità su Israele, sebbene il patto tra di loro non specifichi tale aspetto. Il contesto, tuttavia, lascia intravedere la possibilità che il patto tra i due consista in qualcosa di più di due persone che si accordano per promettersi una straordinaria amicizia. In effetti, il quadro è quello di un intesa in cui Gionata è disposto a rinunciare ai propri diritti di successione al trono. Di conseguenza, il patto tra David e Gionata potrebbe avere talune connotazioni prepolitiche o semipolitiche. Non vorrei spingermi troppo in là, ma credo che sia sufficiente menzionare tale intesa come esempio di patto non politico che permette di rilevare alcuni dei problemi che comporta l'esame del modello biblico. Ad esempio, ho sempre sostenuto che i patti tra Dio e Abramo erano esempi di patto non politico. Uno dei miei allievi, tuttavia, ha sostenuto in modo assai convincente che in tali accordi vi era qualcosa di più. Questi patti erano quantomeno prepolitici, giacché, promettendo un'identità nazionale e una terra, stabilivano una cornice per i patti più esplicitamente politici del periodo successivo. Se esaminiamo le generazioni successive e le loro interpretazioni dei patti biblici, scopriamo che esse tendono a ritenere che i patti con Dio posseggano una grande importanza politica. Gli esegeti successivi sono molto meno prudenti: ad esempio, le discussioni sul diritto divino della regalità nascono da patti che ho definito non politici o apolitici. Di conseguenza, nell'interpretazione che se ne dava nel XVI e XVII secolo, tali patti avevano importanti implicazioni politiche. Inoltre, impiegando la Bibbia come fonte, la separazione tra politica e altre dimensioni è meno chiara. La premessa è che la politica abbracci tutte le forme di ordine, anche nell'universo. Talvolta il modello viene proiettato fino a includere la relazione tra oggetti inanimati nella categoria del politico. Il primo capitolo della Genesi, ad esempio, descrivendo il sole e la luna, concede al sole il dominio sul giorno e alla luna quello sulla notte. Ma concede altresì agli esseri umani un potere assoluto sugli animali, usando proprio il termine ebraico che in seguito sarebbe stato impiegato per indicare il potere dittatoriale. Di conseguenza, il testo fa distinzione tra un governo tra uguali e un governo tra disuguali, anche in casi in cui non vi è un intento politico diretto nell'accezione odierna.

Patti biblici paradigmatici. Vorrei adesso esaminare alcuni patti paradigmatici, politici o con forti connotazioni politiche, esistenti nella Bibbia. In primo luogo troviamo il patto con Noè. Un problema che si presenta immediatamente è in quale grado un patto sia un atto unilaterale o reciproco. Il patto con Noè è stato citato come esempio di entrambi i caratteri. Se Dio stringe un patto con Noè come atto di grazia, il carattere di reciprocità è evidentemente assente. Tuttavia, si può parimenti sostenere che giacché Noè ha risposto al richiamo del Signore prima del diluvio, così facendo egli ha preparato il terreno affinché Dio, in un certo senso, rispondesse alle sue opere. Sotto tale aspetto, si può dire che vi sia un carattere di reciprocità. In ogni caso, il patto con Noè, come patto con l'umanità intera, si è tramutato in un patto paradigmatico per le successive disamine della natura del governo. Anche i patti stretti con Abramo sono paradigmatici e sollevano la questione della loro unilateralità o reciprocità. Tuttavia, si tratta chiaramente di qualcosa di profondamente differente dai patti conclusi da Abramo con i suoi vicini. In questo caso la Bibbia opera una distinzione, che in seguito la lingua ebraica avrebbe approfondito, distinguendo appunto tra bnei brit e ba'alei brit, ossia tra «figli dell'alleanza» e «signori dell'alleanza». Quando le parti sono figli dell'alleanza, l'intesa crea una nuova entità di cui tutti sono «figli». Il patto che nel resoconto biblico unisce e costituisce il popolo ebraico permette quindi di definire gli ebrei B'nai B'rith, come indica l'omonima organizzazione americana (di cittadini di origine ebraica). Dove invece il patto comporta la presenza di un signore, esso assume essenzialmente la forma di un trattato. Questo non crea una nuova entità, ma stabilisce una situazione di comunanza tra le parti. L'impiego dei termini nella Bibbia è coerente. Dovunque si presenti la forma di un trattato che stabilisce delle relazioni, viene impiegato il termine «signori dell'alleanza», mentre quando il patto si riferisce alla costituzione del popolo ebraico, il termine usato è quello di «figli dell'alleanza». In generale, la terminologia politica biblica è piuttosto precisa (talvolta mi viene da pensare che se gli studiosi contemporanei di scienza della politica fossero altrettanto scrupolosi nell'uso che fanno dei termini, questa disciplina compirebbe un enorme progresso). Abramo è parte di entrambi i tipi di patto. Nel suo patto con Dio, egli è un figlio dell'alleanza. Nei suoi trattati di pace e nelle sue alleanze con i popoli vicini, egli assume i connotati di signore dell'alleanza. Il terzo patto paradigmatico è, ovviamente, il patto del monte Sinai, ossia del patto supremo per il popolo ebraico. Ritengo che in questo caso ci troviamo davanti a un esempio classico di patto teo-politico che rappresenta la base per la creazione di una costituzione, in altre parole per quelli che vengono solitamente indicati con il nome di Dieci Comandamenti. Sebbene gli studiosi della Bibbia non siano unanimi in proposito, sembrerebbe di poter affermare con ragionevole certezza che si tratta di un patto classico, nello stile di un trattato di vassallaggio. Non si tratta di per sé di una costituzione, ma crea un popolo (una relazione tra Dio e un popolo specifico) che forma la base per la creazione di una costituzione. In effetti, in quello che viene detto il Libro dell'Alleanza (capitoli da 20/19 a 23/33 dell'Esodo), dopo il Decalogo segue immediatamente una costituzione.

Inoltre l'alleanza del monte Sinai è importante allo scopo di comprendere i legami di fondo tra le relazioni pattizie e la struttura politica. Un patto, anche un patto politico, non prescrive necessariamente una particolare struttura politica. Detta certamente particolari tipi di relazione, ma le strutture sono lasciate alla scelta dei partecipanti. L'esempio che voglio portare si trova nel medesimo capitolo che descrive l'alleanza del Sinai. Il testo ci dice che Mosè si consulta con il suocero Jetro, che è un Medianita e non un Israelita, per avere dei suggerimenti in merito all'organizzazione di una forma di governo nazionale per gli israeliti. Mosè accetta le idee di Jetro e questo comporta il fatto che esse non abbiano alcuna origine divina. La struttura basata sugli anziani e così via sono idee che egli deriva da Jetro, non un ordine del cielo. Tali strutture vengono intessute nella situazione pattizia in modo tale da essere compatibili con le relazioni di mutualità e di condivisione dell'associazione, imposte dai termini dell'alleanza. Ciò rende possibile riportare nel testo della Bibbia i mutamenti successivi nella costituzione politica del popolo ebraico senza sollevare problemi relativi a un eventuale nuovo patto. L'unico criterio da rispettare è che i mutamenti vengano realizzati in modo da conservare le relazioni dettate dai termini del patto originario. È così possibile passare dal governo di tribù nomadi a quello di tribù stanziali e frammentate, e da questo al governo di tribù stanziali più compatte, così come diventa possibile passare da tribù organizzate in modo più unitario sotto il regno di Samuele e Saul a una monarchia vera e propria. È possibile che Israele conosca una monarchia fondata su di una sola tribù e un sistema sostanzialmente unitario nel periodo successivo alla distruzione del regno settentrionale, o che possa trasformarsi, dopo la distruzione del Primo Tempio, da una monarchia a quella che è stata definita, in modo approssimativo, una teocrazia priva di un re nel periodo di Esdra e del Secondo Tempio, e così via. Questi mutamenti di regime, ossia di costituzione, non rappresentano un problema, in quanto non viene imposta una particolare struttura. Viceversa, la Bibbia rende chiaro il fatto che sono possibili scelte diverse. Ciascuna struttura, ciascuna costituzione, ciascun sistema di governo deve misurarsi con il modello del patto per verificare che le relazioni siano quelle corrette, che rispettino il modello di relazioni teo-politiche stabilito dall'alleanza. Questo criterio riecheggerà ripetutamente nel corso dello sviluppo dell'idea di patto e delle sue applicazioni nell'ambito della civiltà occidentale. Non esiste un particolare regime da applicare a ogni popolazione fondata su di un patto originario. Se gli svizzeri hanno un potere esecutivo pluralistico e gli americani un singolo presidente, ciò non rappresenta un problema: la vera domanda consiste nella natura delle relazioni tra l'insieme e le sue parti, tra le parti stesse e così via. In un certo senso, questo è uno degli elementi principali del paradigma del Sinai. Nella Bibbia esistono altri quattro patti paradigmatici. Il primo compare al termine del libro di Giosuè e si tratta, in un certo senso, del primo patto tripartito. In questo caso le parti non sono semplicemente Dio e il suo popolo, con un anziano o un capo che funge da mediatore, come nel caso del Sinai, o Dio e un precursore del popolo stesso, come nel caso di Abramo. Nel caso in oggetto, esistono già istituzioni politiche e una forma di dirigenza politica, così come una popolazione politicamente attiva.

L'esempio successivo, quello di David, comporta sia un patto bipartito, sia uno trilaterale. Vi è in primo luogo una relazione tra Dio e David, che investe quest'ultimo di un ruolo teo-politico. Tale relazione viene quindi trasformata in un patto tra David e il popolo, in cui Dio, in un certo senso, funge da garante. Altri esempi di patti paradigmatici sono rappresentati dai «rinnovamenti» del patto sotto la monarchia. Non era necessario rinnovare il patto in occasione di ogni successione al trono: in genere, la successione si trovava nel medesimo quadro costituzionale. Trattandosi di una transizione di regime, la successione rendeva necessario un qualche tipo di riconoscimento, in quanto la relazione pattizia rendeva effettivamente necessaria l'accettazione del nuovo sovrano. Ma in caso di rotture violente col passato, nel caso di sovrani che avessero usurpato il potere o commesso azioni che violavano i termini della relazione tra le parti, come nel caso di Giosia, il ricorso a un patto formale era inevitabile, in modo da ripristinare i principi sui quali si fondava la relazione politica (anche questo aspetto è stato trasmesso alle popolazioni successive). Infine troviamo il paradigma illustrato dal patto concluso sotto la guida di Esdra, in cui questi riunisce il popolo per leggere la Torah e riceverne l'assenso. In questo caso si assiste a una sorta di commistione tra l'aspetto di rinnovamento del patto e quello di rinnovamento della costituzione. Entrambi gli aspetti sono parte del medesimo atto giacché all'epoca di Esdra la costituzione è pienamente operante ed è quindi possibile collegare i due rinnovamenti. Anche in questo caso, il patto diviene un paradigma e se ne possono trovare esempi nella storia di altri popoli.

Terminologia. Ho già proposto la questione della terminologia relativa al concetto di patto. Si tratta di una questione estremamente importante. Volendo scoprire i collegamenti tra idee, culture e comportamenti, i canali lessicali rappresentano collegamenti importanti. Ad esempio, la distinzione tra figli dell'alleanza (bei brit) e signori dell'alleanza (ba'alei brit) è fondamentale, così come l'intero concetto di brit. Nel periodo biblico si propone un altro termine di grande rilevanza. Si tratta del termine hesed, talvolta tradotto come «grazia», altre volte invece con l'espressione «amorevole bontà». Si tratta in realtà di un termine che non può essere tradotto con precisione, ma il cui significato può essere reso con l'espressione «obblighi del patto». In un certo senso, la Bibbia riconosce il dilemma posto dall'approccio contrattuale, ossia la tendenza delle parti di un contratto a interpretarne i termini nel modo più ristretto possibile. Per tale motivo la Bibbia ha creato un concetto dinamico allo scopo di rafforzare la reciprocità degli obblighi. Si tratta appunto del concetto di hesed, ossia di obblighi del patto o, per usare l'espressione impiegata da Snaith, «amore del patto». Le parti, in definitiva, non hanno obblighi nei confronti di un contratto, bensì di un patto. Vale a dire, i loro rapporti non sono più una questione privata, bensì pubblica. Affrontando le questioni relative al patto, è necessario andare oltre la lettera della legge. In un certo senso, la Bibbia può essere considerata la storia di come Dio vada continuamente oltre la lettera della legge trattando con il proprio popolo, che viola incessantemente i termini del patto. Ma si tratta allo stesso tempo di una cronaca della risposta del popolo, o almeno di parti di esso. Il concetto di hassidim (quella che viene definita ultra-ortodossia) nella vita del popolo ebraico, sia nel periodo biblico, sia nei tempi successivi, si riferisce a quelle persone che, in un certo senso, vanno oltre il minimo richiesto dalla legge e cercano di esprimere la dinamica del patto. In generale, le comunità politiche o i popoli fondati su di un patto tendono a caratterizzare tutta la propria terminologia sulla base dei principi del patto stesso. Ad esempio, il termine ebraico shalom («pace») ha chiaramente una base pattizia. Il termine significa completezza, unità, l'essere insieme. Talvolta è collegato ad altri termini, come habher, che significa amico, compagno. Nella filosofia politica ebraica esiste un collegamento di questa natura. Ciò appare in modo particolarmente chiaro nella filosofia ebraica medievale. Un esempio analogo è l'appellativo usato dalla più classica figura del folklore americano, il cowboy, che nel mito popolare si rivolge ai compagni chiamandoli pardner. Non credo, tuttavia, che l'orientamento sia lo stesso. Un esempio ulteriore è l'espressione australiana mate. Credo che potremo scoprire questo genere di sviluppo terminologico in ogni popolo o comunità politica fondata su un patto.

L'idea di patto nella tradizione politica occidentale.
È opportuno esaminare gli sviluppi successivi conosciuti dall'idea di patto nella tradizione politica occidentale. Direi che è possibile individuare tre teorie generali sull'origine e l'organizzazione della comunità politica. La prima è la teoria della conquista. Gli Stati e le comunità politiche si formano in realtà in seguito a una conquista che conduce a una qualsiasi forma di organizzazione gerarchica, sostanzialmente a una piramide del potere nella quale il conquistatore siede sul gradino più alto, mentre la piramide si appoggia sul resto della comunità. Secondo la teoria organica la comunità politica nasce da uno sviluppo organico che conduce, in buona sostanza, a quello che le scienze sociali contemporanee definiscono modello centro-periferia. Il centro è collegato organicamente alla periferia e, in virtù di una reciproca interazione, il centro può rispondere agli stimoli provenienti dalla periferia stessa. Pur assumendo una posizione dominante nei confronti di quest'ultima, si presume che il centro si sviluppi in modo organico nei confronti della periferia stessa. L'origine pattizio-associativa (in questo caso sto impiegando i due termini non come sinonimi intercambiabili, ma come concetti collegati) ha una dimensione che le diverse teorie caratterizzano in termini religiosi o laici, ma che in definitiva conduce a quella che potremmo definire una matrice composta da un mosaico di unità diverse. Queste unità sono collegate le une alle altre su un piede di parità perché nel patto o nell'intesa originaria si sono associate come elementi di pari dignità.

I tre modelli si ripresentano ripetutamente nelle diverse teorie politiche e hanno prodotto le tre concezioni classiche dell'ordinamento politico. Il modello della conquista ha il suo antecedente storico nel modello faraonico. Non è certo un caso che i sepolcri dei faraoni fossero le piramidi. Il modello organico è strettamente correlato al concetto di diritto naturale come base dell'ordinamento politico. Il diritto naturale caratterizza il mondo e, lasciato a se stesso, produce uno specifico genere di sviluppo organico che, a sua volta, conduce a un particolare modello di comunità politica. La mia ipotesi è che il modello pattizio si colleghi alla comunità politica come intesa o matrice e credo che sia opportuno indagare su queste linee. In effetti sarebbe giusto dedicare al modello pattizio la stessa attenzione prestata al modello giusnaturalista, giacché il modello faraonico è stato rifiutato e considerato illegittimo nella società occidentale. Il modello pattizio non è stato esaminato con lo stesso scrupolo, mentre l'esame delle teorie totalitarie moderne, in particolare il fascismo e il nazismo, rende possibile scoprire un tentativo contemporaneo di attribuire al modello faraonico una certa legittimità teorica. Nella storia antica di Israele (il cui popolo nasce praticamente dalla ribellione contro il modello faraonico) troviamo ripetutamente manifestazioni del modello pattizio e del modello a matrice. Analoghe manifestazioni possono essere rinvenute nella storia dei ribelli contro il Sacro Romano Impero in epoca medievale, nella ribellione contro la gerarchia cattolica romana durante la Riforma protestante, nei primi repubblicani dell'epoca moderna, nella loro qualità di ribelli contro le teorie gerarchiche o organiche dello Stato (nella forma monarchica o oligarchica), nei moderni federalisti e in generale nelle popolazioni di frontiera. In ogni caso si tratta di popoli o gruppi partiti per colonizzare nuovi territori nei quali non esisteva un modello di governo preesistente al quale doversi conformare e che pertanto, allo scopo di creare istituti di governo, dovevano associarsi per il tramite di reciproche intese. Dove può condurci tutto ciò? Direi che possiamo seguire tre direzioni: una è rappresentata dal problema del contenuto. In tal caso sarà nostro scopo l'esame del contenuto pattizio di specifiche comunità, corpi o entità politiche. La seconda è l'indagine sul processo: in questo caso esamineremo il collegamento diretto tra le idee, la cultura e il comportamento. Avremo una situazione nella quale una certa idea o concetto condurrà a un peculiare tipo di espressione culturale che, a sua volta, avrà specifiche manifestazioni comportamentali, reciprocamente correlate. A un diverso livello, l'idea di patto produce particolari teorie che, a loro volta, conducono a determinate ideologie o dottrine e alla loro interazione.

Infine possiamo affrontare l'esame di specifiche comunità politiche. Direi che possiamo individuarne tre tipi: popoli o nazioni, chiese o organismi religiosi e comunità. Non voglio addentrarmi in esempi specifici, ma da quanto ho detto finora è chiaro che gli ebrei, gli americani, gli svizzeri, i sudafricani (o meglio, gli afrikaner) rappresentano manifestazioni nazionali o etniche di comunità politiche fondate su un patto. Le libere chiese, le chiese riformate e quelle calviniste, per non menzionarne che alcune, rispecchiano il medesimo genere di manifestazione di un patto nell'ambito della comunità ecclesiastica. Infine, tra gli altri tipi di comunità fondati su un patto, possiamo menzionare le città della Nuova Inghilterra e svariate colonie di tipo utopistico e cooperativo.

Nota

Relazione presentata nella prima sessione di lavoro del «Covenant Workshop», Center for the Study of Federalism, Temple University, Philadelphia, 22 novembre 1977 (trascritta a cura di John Kincaid). Nella traduzione italiana, il termine covenant è stato reso con patto o alleanza a seconda del contesto; compact con «intesa», per non ingenerare confusioni con il paronimo contract (contratto); partnership con «associazione»; mentre il termine public è stato necessariamente reso con «popolazione politicamente attiva».

Daniel J. Elazar 
 

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