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La Repubblica di Mosè

LIBERAL BIMESTRALE
di Mauro Maldonato
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Al terzo mese dall'uscita degli israeliti dal paese di Egitto... «essi arrivarono al deserto del Sinai... Israele si accampò davanti al monte, e Mosè salì verso Dio. Il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: "Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai ai figli di Israele: voi stessi avete visto ciò che ho fatto agli egiziani, come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodire il mio patto, voi sarete per me uno speciale tesoro fra tutti i popoli...". Mosè andò e convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste parole, come gli aveva ordinato il Signore. Tutto il popolo rispose insieme e disse: "Quanto il Signore ha detto, noi faremo"» (Esodo 19, 1-8). Giunto nella terra promessa, Mosè diede vita a una comunità di dodici diverse etnie, la prima nella storia retta da principi federali. Ciascuna etnia era composta, al suo interno, da famiglie che si riconoscevano in un patto, religioso e politico, di relazioni tra eguali. Il Pentateuco, i libri di Giosuè, dei Giudici, di Samuele, di Ezechiele, restituiscono ampie testimonianze di quelle storie originarie, della potenza dei loro fondamenti etici. Nel patto, il Creatore delimita, per così dire, i propri illimitati «poteri» e riconosce alle creature umane sfere di libertà e di responsabilità, in un'alleanza per la «riforma» religiosa, morale e politica del mondo, all'interno della quale ognuno conserva la propria «identità» in una responsabilità reciproca. Al patto con Noè segue quello con Abramo, che si rinnova in quello sinaitico con Mosè (il patto politico fondamentale) e in altri momenti della storia del popolo di Israele. La storia delle comunità politiche libere e innumerevoli esperienze di comunità associative federali - popoli, chiese, comunità, città libere - recano il sigillo di questa alleanza, della cifra etico-religiosa di relazioni fraterne, tra eguali per nascita, che essa designa. Un orizzonte opposto al potere secolare sacralizzato, premessa e promessa di tante azioni storiche per la libertà, che ha ispirato anche la separazione tra potere spirituale e potere temporale. Nell'Antico Testamento, ricorda Ettore Albertoni, il patto è «... al tempo stesso principio di fede religiosa nella sua dimensione metastorica ma, soprattutto, momento costitutivo di una società umana organizzata in modo stabile e "legalistico" come è appunto quella ebraica attraverso le sue norme e le sue leggi, che riposano tutte sul patto. Il che equivale a dare a questo momento originale e costitutivo della storia del popolo ebraico, un risultato ancora oggi percepibile e apprezzabile: accanto ai valori religiosi e politici che il patto fonda e organizza c'è anche, come si è anticipato, il significato profondo di un destino originale e irripetibile per il popolo di Israele e in questo senso il berith (o'alah) biblico indica i caratteri di un popolo che con il suo lealismo nei confronti del patto stabilito con l'Eterno percorre le vie di una storia che è (e può essere) solo sua anche se il suo sviluppo non è affatto ininfluente sull'intero procedere dell'incivilimento umano». 1 Il berith sigilla l'alleanza tra Dio e Israele, dove Dio indica la legge e Israele sceglie di osservarla. In quest'associazione volontaria umana e divina, la comunione con Dio e la comunità tra gli uomini sono inseparabili. È questa la sorgente che ispira le relazioni tra comunità politiche libere e indipendenti, di essa si nutre l'attesa del Messia e della comunità av-venire che si compieranno per opera degli uomini stessi. Per Daniel J. Elazar, principale teorico del federalismo contemporaneo 2, nel grande disegno biblico l'orizzonte federale è assegnato agli uomini per fondare istituzioni, associazioni e relazioni umane pacifiche. Una lunga teoria di comunità politiche - dall'antica federazione israelita alle prime comunità messianiche dei Puritani della costa atlantica e fino all'America rivoluzionaria 3 - avranno nei secoli a proprio fondamento patti, relazioni e negoziati così ispirati. Intorno al XVI secolo, con il cristianesimo riformato e il protestantesimo nasce una vera e propria teologia federale, dalla quale ha origine il pensiero politico e la filosofia costituzionale di Johannes Althusius, degli Ugonotti, del «congregazionalismo» delle comunità religiose (e politiche) dei coloni della Nuova Inghilterra. Essa rivive nel patto (compact) dei pellegrini del Mayflower, nel covenant di Playmouth e negli «ordini fondamentali» di Harford (1639) che istituiscono un governo popolare, realizzando la «prima costituzione scritta della moderna democrazia» 4. In un celebre sermone, Thomas Hooker ebbe a dire: «Sebbene il popolo sia stato accusato di non essere in grado di valersene per ignoranza e incapacità, e quindi di non essere atto a dividere poteri di tal genere, il Signore ha promesso di togliere il velo da tutti i volti sulla montagna: il debole sarà come Davide e Davide come un angelo di Dio» 5. Alla fine del XVIII secolo, gli artefici del sistema federale americano ispirarono esplicitamente la propria concezione federale a quella dell'antica Israele. In verità, essa era già ben viva nel nuovo mondo delle comunità puritane nelle colonie americane. Nel dibattito sulla nuova Costituzione, la Bibbia è infatti la fonte più citata dai founding fathers degli Stati Uniti d'America. «Le libertà di una nazione» scriveva Thomas Jefferson, «non possono essere ritenute protette una volta che abbiamo rimosso il loro fermo fondamento, la convinzione nelle menti del popolo che queste libertà sono un dono di Dio. Ed esse non possono essere violate senza causare la sua ira». Il federalismo è per la sua genealogia teologico-politica la teoria politica più antica del mondo. Da sempre, nella storia, essa è al centro di azioni umane di libertà. Ma è nella rivoluzione americana che si è incarnata più autenticamente. È particolarmente significativo che la Costituzione americana, la prima Costituzione scritta della storia contemporanea, sia federale. Nello spirito federale americano, le Costituzioni rappresentano un'esperienza di ricerca, di scoperta e di creazione di istituzioni di diritto e di garanzia delle libertà individuali, di poteri originari e non derivati. Contro coloro che ritengono le Costituzioni troppo sacre per essere toccate, Thomas Jefferson ebbe a scrivere: «... sono convinto che leggi e Costituzioni devono andare di pari passo con il progresso dello spirito umano. Mano a mano che questo si sviluppa acquista nuovi lumi a misura che si fanno nuove scoperte, che nuove verità si schiudono e che i costumi e le opinioni cambiano con il mutare delle circostanze, anche le istituzioni devono trasformarsi e tenere il passo con i tempi. Sarebbe come pretendere che un adulto continuasse a indossare il vestito che gli stava bene quand'era ragazzo, l'esigere che la società civilizzata resti sotto il regime caratteristico dei suoi barbari antenati. È proprio questa concezione assurda che di recente ha inondato di sangue l'Europa. I suoi monarchi si sono abbarbicati a vecchi abusi, si sono trincerati dietro consuetudini inveterate e hanno costretto i propri sudditi a cercare col sangue e con la violenza precipitose e rovinose innovazioni che, se fossero state lasciate alle pacifiche deliberazioni e alla saggezza collettiva della nazione, avrebbero assunto forme accettabili e benefiche» 6. A questo maestro della democrazia individualista, libertaria e federale, è chiara la distanza abissale che separa l'evoluzione-rivoluzione del diritto e la limitazione-divisione del potere dalla concentrazione del potere in ogni sua forma, dall'assolutismo monarchico al terrore giacobino. L'idea che le Costituzioni debbano avere una durata generazionale è inconfondibilmente jeffersoniana: «... ciascuna generazione è altrettanto indipendente da quella che la ha preceduta... essa ha quindi il diritto di scegliere la forma di governo che ritiene più idonea; ed è per la pace e il bene dell'umanità che la Costituzione dovrebbe offrire l'opportunità di farlo ogni diciannove o vent'anni, di modo che essa possa venire trasmessa, con periodiche modifiche, di generazione in generazione, sino alla fine dei tempi se mai una creazione umana può durare così a lungo» 7. Per Jefferson, la Costituzione è una forma del diritto vivente, non può appartenere al regno dei morti. I rivoluzionari americani, nel solco del pensiero politico classico (da Aristotele a Montesquieu), consideravano con analoghe convinzioni il governo del demos, che ritenevano possibile solo nell'ambito di repubbliche e comunità politiche di piccole dimensioni come le poleis, i cantoni svizzeri, le townships, gli states federati americani. «Gli americani della generazione rivoluzionaria» ha scritto Luigi Marco Bassani, «erano convinti che il potere dovesse essere parcellizzato sul territorio (federalismo), e diviso quanto più possibile affinché alla concentrazione del potere tipica della monarchia assoluta non si sostituisse quella di un'assemblea rappresentativa» 8.
La distanza dalla storia costituzionale dell'Europa continentale è incommensurabile. In Europa continentale, infatti, lo Stato moderno porta a compimento una sistematica cancellazione dei corpi intermedi, delle autonomie cittadine, dei diritti individuali, delle particolarità territoriali. La rivoluzione giacobina (che instaura un potere più assoluto di quello che abbatte) - identificata con la rousseauiana volontà generale - diviene nemico irriducibile della democrazia federale. Infatti, con essa nasce un potere rigido a centro unico, il dogma della repubblica «una e indivisibile», l'organicismo del «corpo della nazione». I giacobini, ideologicamente antifederalisti, soffocheranno nel sangue, a colpi di ghigliottina, gli aneliti federali dei girondini. Se l'Ottocento è il secolo dell'espansione dello Stato-nazione e della nascita dei collettivismi nazionali (senza i movimenti nazionalisti sarebbero del tutto impensabili i totalitarismi compiuti del XX secolo e la «guerra civile mondiale»), il Novecento è il secolo dello statalismo e della pianificazione integrali. Ma raggiunto l'apice, lo Stato moderno comincia la sua parabola discendente. Con sguardo anticipatore intenso e audace, Carl Schmitt ha scritto: «L'epoca della statualità sta ormai giungendo alla fine: su ciò non è più il caso di spendere parole... Lo Stato come modello dell'unità politica, lo Stato come titolare del più straordinario di tutti i monopoli, cioè del monopolio della decisione politica, questa fulgida creazione del formalismo europeo e del razionalismo occidentale, sta per essere detronizzato» 9. La crisi irreversibile della sovranità dello Stato moderno riporta in luce ciò che per lungo tempo era stato oscurato e messo ai margini. Dopo secoli di oblio, il federalismo pre-moderno ritorna con la forza del suo ordine politico contrattuale e pattizio, il suo arcipelago di valori e concetti. A esso si rivolge il federalismo contemporaneo per la rivoluzione delle relazioni politiche del nostro tempo. Idee ed esperienze come la covenanted polity, la natura associativa di istituzioni e relazioni politiche, lo shared rule, la libertà nel contratto costituzionale, non mostrano soltanto che il federalismo è tutt'altro che strumento per la istituzionalizzazione del potere o per la fondazione di nuove istituzioni. Mostrano anche che esso è la confutazione vivente, l'antitesi dell'architettura ideologica e giuridica dello Stato moderno, perché disloca tutte le relazioni esistenti tra gli attori della vita politica in un ordine policentrico. Contrariamente ai tradizionali concetti della politica, logori e svuotati di senso, il termine-concetto federalismo «... prefigura la dinamica del "politico" in una fase storica di progressiva caduta del ruolo di quest'ultimo nell'ambito complessivo dell'agire umano. Il federalismo e il sistema al quale esso cerca di dare forma, de-politicizza tendenzialmente il sistema politico stesso (pur non svuotando il ruolo del "politico"), proprio perché hanno conservato nel loro "codice genetico" quell'origine concettuale. Il conglomerato dei concetti del federalismo rimane vitale in ragione della sua capacità di porsi sui territori di frontiera più remoti del "politico" e di superarlo, oltrepassando al contempo anche il suo monopolio e lasciando emergere le altre dimensioni della convivenza, in un'epoca nella quale individui e gruppi avvertono come un peso i legami imposti dalla poderosa macchina egualitaria e omogeneizzante dello Stato sovrano» 10. La differenza del federalismo contemporaneo da quello dell'Ottocento e di buona parte del Novecento emerge qui in tutta la sua profondità. Se quest'ultimo, mirava alla costruzione dell'unità nazionale a partire da una pluralità, il neofederalismo contemporaneo decostruisce gli Stati unitari e scompone la comunità politica, per ricostruirla ex novo in una pluralità di strutture federali, salvaguardando così le diversità e rendendo volontaria e coordinata l'unità. Esso non è, e non sarà mai, una riforma istituzionale, perché vive nei differenti stili di vita, nell'individualismo, nei diritti naturali, nell'autogoverno territoriale, nel dinamismo dei mercati e delle tecnologie, nei processi di autoregolazione, nell'indipendenza culturale. Il suo pluriverso, nel linguaggio delle relazioni e delle istituzioni politiche, è la forma e insieme la cifra più intima dei cambiamenti del passaggio di millennio, la sanzione più radicale della incompatibilità degli uomini singoli con le macchine uniformanti della legislazione, della regolamentazione e della burocrazia. Il focus se da un lato contribuisce a chiarire quanto poco o nulla il federalismo abbia a che fare con l'ingegneria istituzionale, quanto abissale sia la distanza dalle vecchie regole, dall'altro mostra quanta strada sia stata fatta anche in Italia. Fino a pochi anni fa, infatti, da noi, l'unico federalismo ufficiale era quello europeo, della scuola di Altiero Spinellli e Mario Albertini: un federalismo esclusivamente proteso all'unificazione sovranazionale europea, a tal punto indifferente alle istanze infranazionali da non prevedere neppure l'abolizione dei prefetti. La sua dura ortodossia - che dell'esperimento americano riconosceva solo Alexander Hamilton per la sua strategia centralizzatrice - usava nei confronti del federalismo interno gli stessi argomenti e gli stessi metodi di delegittimazione che lo statalismo unitario adottava nei confronti del federalismo interno. Oggi, però, sia il carattere verticistico, gerarchico, burocratico e antifederale della costruzione dell'Unione europea, sia il proliferare di differenze di ogni genere dall'interno dei diversi Paesi europei, chiariscono quanto infondate e ossificate fossero quelle idee. D'altronde, qualcosa di simile accadde nella vicenda storica americana, quando il Federalist Party di Hamiton era schierato per la centralizzazione unitaria e i sostenitori del pensiero jeffersoniano in favore delle spinte federaliste più autentiche (dalle townships alle pluralità degli Stati). Oggi, appare sempre più chiaro che l'unificazionismo europeista altro non è che una centralizzazione super-statale, il bacio della morte per ogni idea federale. È prevedibile che al fallimento dell'omogeneità statal-nazionale, faccia seguito clamorosamente anche quello dell'astratta omogeneità europea. Il tramonto dello Stato e dell'ordine tradizionale mostra come il pensiero politico moderno sia rimasto prigioniero nel dramma concettuale dell'unità. La delegittimazione del modello gerarchico-piramidale e del monopolio dell'autorità politica apre, oggi, il campo a un ordine molteplice. Il federalismo rinasce per riportare la verticale verso cui tende la legge del potere all'orizzontale delle libere azioni umane. L'Europa è interpellata da tutti i lati da tali questioni. Sin qui ha esitato a pensare l'altro e la libertà. Come se avesse presagito che la sua maschera giuridica potesse disintegrarsi. La dissoluzione della macchina statale e il ritorno della nazione al consenso degli individui inaugura un mondo di uomini liberi e comunità contrattuali, fuori dalla coercizione statale. Il bene più grande che possa essere reso alla nazione è di emanciparla dal legame che la subordina allo Stato, perché diventi quel che vorranno gli individui che la compongono, perché essa sia concepita in libertà. È in quest'orizzonte, opposto all'altruismo obbligatorio e innaturale dei diversi collettivismi, che l'altruismo del «volto dell'altro», della relazione io-tu, delle interazioni umane, diverranno il fondamento di un ordine politico libero.

Note
1. Albertoni E. A., voce Patto dell'Enciclopedia Einaudi, vol. X (p. 535); 2. Elazar D.J., Exploring federalism. Trad. it. Idee e forme del federalismo, a cura di Luigi Marco Bassani, Milano 1995; 3. Elazar D.J., Dal patto biblico al federalismo moderno: il ponte della teologia federale, élites 2/98 (pp. 19-27); 4. Parrington V., Main Currents in American thought. An interpretation of American Literature from the Beginnings to 1920, New York, 1927. trad. it. di Sergio Cotta e Ferruccio Rossi-Landi, Storia della cultura americana, Torino, 1969 (p. 71); 5. ivi (p. 75); 6. Bassani L.M., Contro lo Stato nazionale. Federalismo e democrazia in Thomas Jefferson, Bologna, 1995 (pp. 160-161); 7. ivi (pp. 162-163); 8. ivi (p. 51); 9. Schmitt C., Il concetto del "politico", in Le categorie del "politico", Bologna, 1972 (p. 90); 10. Bassani L. M., Stewart W., Vitale A., I concetti del federalismo, Milano, 1995 (pp. 16-17).

Mauro Maldonato
 

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