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Contro Hegel a colpi di mortaio

LIBERAL BIMESTRALE
di Biagio de Giovanni
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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Alla vigilia della prima guerra mondiale, i turbamenti della coscienza europea stavano attraversando momenti assai alti. Si era diffusa, già da qualche decennio, la sensazione di una crisi di civiltà, un’inquietudine profonda che da singole situazioni storico-culturali si espandeva in tutta Europa. Essa non aveva ancora toccato in modo generalizzato la vita individiuale, ma si agitava nella vita dei movimenti, nel brulichio delle idee, nella sensazione di una rottura radicale con ciò che era stato fino ad allora. Mai prima come in quegli anni, poco si capirebbe dei contrasti politico-militari che dettero origine alla guerra senza legarli in modo profondo e problematico a quella sensazione di crisi che toccò i pensieri e la vita delle nazioni e che incominciava a influenzare quella degli individui. Val la pena di partire da questa osservazione se si pensa alla persistente difficoltà che la storiografia politica ancora trova per comprendere le «cause» della guerra, e la sensazione ancora diffusa di trovarsi in presenza di una catena di atti in un certo senso incomprensibili, e come dettati dall’irrompere imprevisto e inarrestabile dell’irrazionalità politica. O come se gli eventi cui dette vita il gesto dell’anarchico di Sarajevo si fossero inanellati l’uno nell’altro, per una sorta di incontrollabile reazione a catena quasi priva di senso e di scopi definiti. In verità, la forma della ragione politica classica andava perdendo ogni precedente equilibrio, come ogni precedente equilibrio andava perdendo la relazione fra Stati. La crisi di fine secolo era stata caratterizzata, in Europa, da due eventi strettamente legati fra loro: la domanda intorno al senso della scienza, e alla sua capacità di identificarsi con il progresso dell’umanità e il trionfo della ragione, da un lato, una domanda che diventava sempre più aperta e problematica; e, dall’altro, l’indebolimento, fino a un punto critico, delle istituzioni liberali che faticosamente e parzialmente si erano affermate con il processo di costituzionalizzazione, e che ora perdevano colpi di fronte all’avanzare di un embrione di politica «nuova» legata all’irrompere della massa e a una iniziale rottura delle forme consolidate. I due fenomeni appena accennati si stringevano insieme nello spazio che era stato occupato, lungo il secolo, dall’equilibrio europeo. I nessi, naturalmente, non sono mai meccanici e tuttavia permangono evidenti: il progresso «positivistico» della scienza e della ragione si affermava all’interno di un quadro equilibrato della ragion politica che appariva in grado di governare le forme senza vederle incrinate e deligittimate dallo sforzo di adeguarsi all’iniziale e magmatico rompersi dell’equilibrio precedente fra società civile e Stato. Il liberalismo costituzionale non riusciva a tradursi in politica statale, e d’altra parte non era possibile il ritorno a precedenti forme di paternalismo dinastico e autoritario che dopo il 1848 erano state messe in radicale discussione, nonostante la sconfitta europea della «rivoluzione». Ci si incominciava a muovere in un vuoto problematico di forme sia politiche sia intellettuali, in un quadro che era stato rimesso in moto dall’emergere (e dal risolversi in un certo modo) delle questioni nazionali, e dove si disegnava anzitutto la potenza della questione nazionale tedesca che sarà elemento di turbamento di tutta la storia europea del Ventesimo secolo. Tutto insomma lascia intravedere l’irrompere disordinato di una fase di transizione che darà vita a una nuova fisionomia del secolo che si avviava. Ma quello che entrò in crisi, nel quadro appena accenato, fu proprio l’equilibrio dello spazio europeo, non solo l’equilibrio politico ma quello intellettuale e anzitutto e soprattutto esso.

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È su questo aspetto che voglio brevemente intrattenermi, sulle ragioni di un disagio e di un senso di crisi che, come ho accennato all’inizio, fu percepito come embrione di una crisi di civiltà. Credo che il tema della guerra sia legato per moltissimi fili all’esplodere di quel disagio, per cui mai come in questo caso, come accennavo, produce poco rinchiudersi in una storia solo politico-militare per intenderne ragioni e cause. Di che cosa si trattava, più in particolare? Si potrebbe risalire anche più indietro, ma vorrei prendere brevemente come punto di riferimento significativo le lezioni tenute da Burckhardt fra il 1868 e il 1873 a Basilea, e che ebbero nientemeno Nietzsche come ascoltatore. Emblematicamente, esse rappresentano l’idea che è vano cercar di trovare un senso della storia, ma non dimentichiamo che era stata la filosofia europea a lavorare per questa ricerca che aveva messo la storia politica dell’Europa al suo cuore. Obbiettivo polemico di Burckhardt era Hegel, come la filosofia della storia hegeliana era stata obiettivo di tutta la critica, da destra e da sinistra, nei decenni precedenti. Ma in Buckhardt il tema si avvicinava sempre di più alla descrizione dell’irrompente disordine degli spazi che riduceva e metteva in discussione il ruolo dell’Europa nel mondo e annientava la possibilità di legare storia e storia degli Stati, il loro possibile equilibrio. La perdita di senso della storia, in tutta la linea che sta tra Burckhardt e Nietzsche, si risolse in una perdita di connessioni e di significati nel rapporto Europa-mondo, nell’affannosa ricerca (in Nietzsche) di nuove finalità, o snervate dall’idea di decadenza o rafforzate dall’esplodere di una volontà di potenza che non intendeva più porsi limiti e confini. Ma oltre questi nomi, è tutta la filosofia europea, nelle forme più varie, tra fine del secolo e inizio del nuovo, ad avere il senso di una crisi di transizione destinata a rompere le vecchie forme e a imprimere nelle loro spoglie una nuova vitalità, un radicale anti-intellettualismo che si mosse fra Dilthey e Bergson, fra Simmel e Gentile, e tanti altri, nella pur completa diversità di pensieri e impostazioni. Il fenomeno non va letto nella vecchia chiave lucacciana, come emersione del nesso irrazionalismo-imperialismo. Intorno a quelle filosofie dello slancio vitale, si concentrarono grandi pensieri che hanno percorso il Novecento, e più ridotti «attivismi» (per ricordare il termine che usò Croce nella Storia d’Italia) che anticiparono e parteciparono del mito eroico della guerra. Nell’insieme, e per sintetizzare, ci si trova in presenza di due fenomeni che vanno distintamente ricordati e brevemente rappresentati.

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Il primo fenomeno può esser indicato così: caduta di quella mediazione che consentiva alla razionalità politica di emergere in modo «equilibrato», consapevole dei suoi fini e del suo rapporto con l’insieme. La razionalità politica implicava anche quella degli ordinamenti giuridici nei quali essa tendeva a calarsi. Il diritto pubblico europeo aveva disegnato la possibilità perfino di un ordinamento mondiale, sulla scia del vecchio jus gentium, e la sua caduta metteva in dicussione questa possibilità. La politica fuoriusciva dai vecchi ordini, che in qualche misura ne limitavano la selvatichezza. Il mondo delle nazionalità rifiutava di farsi limitare da ordini etico-giuridici, o li assumeva come esclusivi della propria identità. L’Europa costituiva sempre meno un orizzonte di equilibri, possibili solo all’interno di una visione della storia e di una certa stabilizzazione egemonica del rapporto Europa-mondo. Tutto invece convergeva contro questo vecchio e relativamente consolidato equilibrio. Forze enormi si muovevano contro di esso. In crisi entrava una intera idea di civiltà, pensata e organizzata intorno alla forma e agli effetti di un equilibrio politico fra Stati e nazioni che era progressivamente diventato un vero e proprio equilibrio di civiltà. Si erano rotti gli spazi organizzati intorno alla visione «europea» del mondo, e il mondo si liberava da questa tutela. Emergeva l’America come soggetto autonomo che arricchiva e articolava l’idea di Occidente. L’Europa, il suo pensiero, resta come sorpresa e incapace di far fronte a questa crisi, o meglio a rifletterla in modo da ricomporre velocemente un altro tipo e un altro livello di equilibrio. È il mondo che reagisce all’eurocentrismo, ed è l’Europa che non riesce a pensare se stessa oltre quella visione in cui essa è centro del mondo.
Questa, la ragione generale di un disagio, di un malessere che tocca gli Stati, le nazioni, ed entra in varie forme nelle vite individuali, certo attraverso mille mediazioni che non rendono riconoscibile sempre con facilità l’orizzonte complessivo che si andava delineando. Ma il senso di incertezza e la correlativa inquietudine sono segnalati dalla coscienza del tempo, e la letteratura soprattutto ne è piena. Fra tutti, potrebbe esser ricordato Musil, sia l’autore dei Turbamenti, sintomaticamentre del 1906, sia dell’Uomo senza qualità. In quest’ultimo, soprattutto, la razionalità degli ordini esterni di un impero si svuota di senso, diventa una specie di gioco esterno che si motiva in se stesso e si chiude nel suo circolo vizioso. La vita pulsa al suo esterno, ma è turbata, e piena di inquietudine. È in questo senso, che il disagio diventò coscienza di una «crisi di civiltà», tema, come si sa bene, assai presente in tutto il pensiero europeo lungo i primi tornanti del secolo nuovo. Il 1914 sta dentro questo ritmo delle cose; se lo si isola come data di «un» evento imprevisto da cui, con drammatica concatenazione, germina quasi incomprensibilmente tutto il resto, non può essere veramente compreso nelle sue ragioni profonde. La prima guerra «mondiale» è tale anzitutto perché la crisi europea tolse da mezzo una possibilità di lettura ordinata del mondo, dove ordine implicava un sistema di egemonie che si giocava all’interno degli equilibri fra gli Stati europei. Per questa ragione ho dato peso alla perdita di senso della storia nelle posizioni esemplari di Burckhardt; e non si trattava affatto di mere posizioni intellettuali, giacché è intorno al senso della storia che si ordinava il mondo, e l’ordine del mondo era soprattutto dettato dall’Europa.

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Il secondo elemento è il seguente: la rottura del rapporto fra politica e Stato, due entità che si erano compenetrate nella storia dell’Europa moderna, e che si erano consolidate dopo Vestfalia nel loro ineludibile legame. Ne ho già fatto cenno, ma conviene dire intorno a esso qualcosa di appena più determinato. Quel rapporto era stato elemento deciviso di un ordine intellettuale e istituzionale. Ma già alla fine del Diciannovesimo secolo, e poi, di più, nei primi tornanti del nuovo, entrò in campo quella che George Mosse chiamerà, con riferimenti ai movimenti del secolo Ventesimo, la politica «nuova», non solo quella che accese nuove passioni ma quella che sconvolse ogni precedente equilibrio, interrompendo la continuità della storia politico-istituzionale, nel senso preciso che la politica non si riconobbe più in ordini consolidati, ma intese costruirne di nuovi, si collocò in nuovi spazi, mobilitò gruppi umani e coscienze collettive, e incominciò a interpretarsi come visione organica del mondo. È da allora che data la crisi dello Stato liberale, e che il liberalismo non riuscì più a darsi forma politica. È naturalmente vero che tutto ciò si manifestò soprattutto dopo la guerra e che i movimenti totalitari di natura diversa presero vita fra 1917 e 1933, ma la guerra, soprattutto nella coscienza collettiva (anche su questo, pagine fondamentali scritte da Mosse), mise in moto insieme un potenziamento della statualità e una diffusione oltre i suoi ordini consolidati di una vitalità che non riusciva più a trovare un proprio ordine. Ma che cosa fu la guerra, se non anche il segno di una frattura della vita corale della politica contro i vecchi ordini liberali che non ne potevano più di contenere le spinte vitali? E da che cosa nasceva tutto questo, se non anche da un ventennnio e oltre in cui era entrata in campo una nuova vitalità di massa, che non poteva più esser letta e governata nelle vecchie forme? E che fu, paradossolamente, governata dalla morte di massa nelle trincee della guerra mondiale? Dunque, la guerra fu, in una misura che la storiografia politica ha avuto sempre, certo, il compito di determinare, risultante «irrazionale» di uno squilibrio generale, di un disagio della civiltà che acuì fino all’estremo quella che Nietzsche chiamò irruzione della volontà di potenza. Gli echi di questo disagio attraversarono il secolo e in forme anche assai lontane fra loro intesero comunicare che qualcosa si era irrimediabilmente rotto nella continuità della civiltà europea. Fra 1918 e 1926, Spengler e Ortega, nel Tramonto dell’Occidente e nella Ribellione della masse, segnalavano la fine di un ciclo della civiltà occidentale che o finiva o si trasformava sotto la pressione della massa anonima.

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Il 1914 diventa allora veramente la data periodizzante del secolo, un punto d’arrivo e un punto di partenza di un nuovo tempo. Si trattò della prima guerra filosofica e di civiltà, nella quale è sempre stato assai difficile comprendere dove era e dove posava l’«interesse» perseguito da ciascuno (molto più chiare, da questo punto di vista, le «cause» della seconda guerra mondiale, che giungeva dopo Versailles), ed è questa la ragione per la quale lo studio della letteratura e della filosofia illumina una storia che registra il disagio degli uomini sullo sfondo delle decisioni delle classi dirigenti. La storia entrava in una dimensione nuova, come Marx aveva visto profeticamente fin dal 1848. Gruppi umani organizzati e masse anonime entravano nel tessuto della storia e davano l’atmosfera alla quale le decisioni, credendo di poggiare ancora essenzialmente su se stesse, finivano con l’aderire. Le idee e le inquietudini, maturate nella coscienza collettiva dell’umanità europea e del suo disagio, collocarono la guerra in quel punto di cerniera tra vita e forme che si era incrinato e che il vecchio equilibrio non riuscì mai più, lungo il secolo, a contenere.

 

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