Da diversi anni si sente parlare sempre più spesso di un «ritorno della religione». Il crollo delle ideologie, le sfide etiche di un sapere scientifico-tecnologico sempre più potente e invasivo, quelle della globalizzazione e del multiculturalismo, il disagio crescente per una vita, in cui l'ansia di autonomia e di libertà degli individui sembra cozzare in modo drammatico sia con sistemi sociali sempre più autoreferenziali, sia con un profondo smarrimento circa il senso della libertà stessa; tutto ciò sembra veramente aver riacceso un certo interesse intorno alla religione. Per quanto riguarda poi la religione cattolica, gli eventi di quest'anno giubilare potrebbero addirittura far pensare a un ritorno trionfale. Eppure sentiamo che le cose stanno diversamente. Le insidie di una cultura scettica, malinconica, vagamente attratta da tutto ciò che sa di spirituale, ma sempre più indifferente all'idea stessa di verità, continuano a pervadere pressoché tutti gli ambiti della nostra vita sociale e individuale. E gli uomini di fede, per dirla con le parole di Paolo giunto ad Atene, «fremono nel vedere la città piena di idoli». Fl ha deciso di parlare della «situazione spirituale del nostro tempo» con alcune personalità di spicco della Chiesa cattolica. Sua Eccellenza, Mons. Angelo Scola, Rettore della Pontificia Università Lateranense, è la prima di queste personalità.
Quali sono gli idoli del nostro tempo?
Fin troppo scontato sarebbe rispondere, con Eliot, «il denaro, la lussuria e il potere». Credo, però, che per gli uomini in preda a questi tre idoli si potrebbe avere ancora un'ultima compassione magnanima, tanto imponente è l'esperienza della fragilità e del peccato che noi tutti facciamo. Più preoccupante mi appare il fatto che, specialmente negli ultimi anni, nella nostra cultura si è aggiunto qualcosa di più, un fattore destinato a radicalizzare il rischio della deriva verso l'apparenza o, come direbbe Kierkegaard, verso l'estetismo. Mi riferisco alla pretesa di incapsulare questa idolatria dozzinale e ingenua in un progetto di «autosoteria», la presunzione dell'uomo di salvarsi da solo. C'è, insomma, idolatria e idolatria! Un conto è che nel ritmo farraginoso della sua vita, intaccata dalla fragilità e dal peccato, l'uomo d'oggi «vada errando lontano», come dice il salmo, per questioni di denaro, di lussuria e di potere. Altro conto è che tutto questo sia - per così dire - irretito nella pretesa di costruire un progetto di salvezza che non abbia più nulla a che fare con Dio. E, almeno nel caso dell'Europa, con il Dio di Gesù Cristo. Da questo punto di vista è per me emblematica l'enfasi che l'intellighenzia dominante sta dando al tema del «ritorno degli dei». È un tema che - penso ad esempio alle lezioni di Calasso a Oxford, di imminente pubblicazione presso Adelphi - sta letteralmente invadendo l'Europa. Con questo leit-motiv non ci si limita a riproporre un sofisticato progetto di neopoliteismo pagano, ma si riecheggia, forse, la tesi del protagonista di uno scritto di Baudelaire (L'école païenne), per il quale si tratta, in fondo, di farla finita con «l'infame Galileo». A meno che si voglia far entrare anche lui nel «nuovo Olimpo»; ma in questo caso dovrebbe farlo con garbo: rinunciando alla pretesa di essere la verità. Io ritengo che questa sia un'operazione culturale - non so quanto studiata a tavolino - assai insidiosa, la più scettica tra le forme di autosoteria sempre ritornante nella storia dell'uomo.
In che senso è la più scettica?
Dando voce a tale pretesa si potrebbe dire: «Per noi Gesù Cristo, immagine perfetta del Padre, è un ideale troppo esigente; meglio essere a immagine dei semidei pagani». Questi, in fondo, non sono altro che una variante dell'umano. Sul piano intellettuale siamo dunque di fronte a un immiserimento, a una caduta, verso la quale è difficile avere la compassione magnanima che si potrebbe avere verso gli idoli più grossolani del denaro, della lussuria e del potere.
Mentre ascoltavo queste parole pensavo all'epoca tardo ellenistica, come ci viene descritta da Toynbee: un'epoca nella quale, entrati in crisi i valori religiosi che avevano fatto grande la cultura greca, assume grande rilievo Dike, la dea che, non a caso, esprimeva in sé tanto la pura gratuità di tutto ciò che esiste, quanto la più rigida necessità. Direi che si tratta di un paradosso che potrebbe sintetizzare bene anche l'orizzonte entro il quale conduciamo oggi le nostre vite, sempre più convinti, da un lato, che le cose stiano in un modo ma potrebbero stare anche diversamente (il trionfo della gratuità) e, dall'altro, che il mondo cammini come se gli uomini non potessero farci nulla (la più rigida necessità). Pensiero debole e pensiero forte a braccetto, nella comune convinzione che una verità veramente impegnativa e liberante per gli uomini non esista più. Che ne pensa?
Credo che il terreno o, meglio, il bouillon de culture di cui si alimenta questa posizione debba essere individuato in quello che io chiamo illuminismo insoddisfatto. Un illuminismo che, avendo preteso troppo dalla ragione, paradossalmente finisce, ora, per domandarle troppo poco. Con la presunzione di dominare, mediante una conoscenza intellettualistica assoluta, la verità, ha innescato un processo di astrazione e di separazione della ragione dalla totalità dell'io nel suo impatto con la realtà. Poi però, di fronte ai fallimenti verificatisi in tutto l'arco della modernità, tale illuminismo si è ridotto a ritirarsi sul bagnasciuga di un pensiero che non è più né di qua né di là, né carne né pesce, e che quindi programmaticamente rinuncia allo scopo congenito alla ragione: conoscere la realtà.
Mi pare che ci sia una sproporzione preoccupante tra un tale pensiero, paradossalmente fiero della propria debolezza, del proprio scardinamento dalla realtà, e i problemi letteralmente immensi che la nostra epoca si trova ad affrontare. Penso in particolare alla sfida del multiculturalismo. Nella situazione in cui siamo, non c'è il rischio che l'unica strategia da seguire rimanga quella dell'indifferenza, mascherata magari di tolleranza, rispetto e cose del genere?
Siamo effettivamente in presenza di un problema acuto. Gli dei dell'antico Olimpo erano, per definizione, indifferenti alle pene degli uomini. L'attuale «nuovo Olimpo» ripropone in fondo la stessa indifferenza irresponsabile. In un mondo che la nostra cultura massmediatica ha ridotto alle dimensioni di un villaggio in costante e rapida trasformazione, ognuno di noi, centrati come siamo soltanto sul nostro io, ha - entro certi limiti - la possibilità di considerare l'«altro» che lo incrocia di striscio - che sia bianco o nero, islamico o buddista, cinese o africano non cambia molto - come una semplice sponda, un mero pretesto per la propria autoaffermazione. Ma non appena l'altro si attesta, per così dire, fino in fondo come «altro» e, magari, ci pesta i calli, quando diventa invadente e non può più essere vissuto come una comparsa inoffensiva per il nostro ruolo di indiscussi protagonisti, allora l'indifferenza può trasformarsi addirittura in un progetto di esclusione. Faccio un esempio. Considerato il continuo vagare cui sono costretti centinaia di migliaia di africani a sud del Sahara, non possiamo escludere l'eventualità di un loro massiccio esodo fino a casa nostra. Del resto non possiamo neanche pretendere di diffondere in tutto il mondo l'immagine del nostro sperpero, della nostra ricchezza, e poi sorprenderci se chi, in miseria, ci vede sempre «seduti a banchetto» voglia venire a partecipare di questo ben di Dio! Ora, finché questa «invasione» resta teorica, fin troppo facile per noi è il riferimento a una concezione astratta dell'accoglienza e dei diritti; quando però questa massa di affamati dovesse riversarsi davvero nelle nostre terre, non è difficile immaginare atteggiamenti di rigida esclusione che possono giungere a calpestare la comune dignità umana che appartiene a ogni razza e a ogni popolo. Tutti, infatti, siamo realmente - e non solo per modo di dire - figli di Dio. In ogni caso sono convinto che tanto l'aperturismo quanto la chiusura siano due sintomi di un medesimo male: l'incapacità di fare seriamente i conti con la dignità - direi quasi con l'ontologia - della persona e dei popoli, a partire dalla nostra dignità e dalla nostra identità. In altre parole, dubito che il problema della multiculturalità si possa affrontare in modo adeguato se, in primis, non si riaffronta, dall'interno della propria esperienza elementare e della propria appartenenza di popolo, il problema di che cosa sia la persona e del suo vivere in società.
Per molti versi è strano che la cultura cristiana occidentale, l'unica in fondo ad aver coltivato una speciale disposizione alla pluralità (pluralità di idee, di istituzioni, di stili di vita), faccia tanta fatica a venire a capo del problema del multiculturalismo in modo aperto, tollerante, inclusivo, ma anche rispettoso della propria identità. Come lei stesso fa capire, ciò è dovuto in gran parte alla perdita della memoria di ciò che effettivamente siamo, alla perdita delle nostre radici. Di qui l'importanza che dovrebbero assumere proprio nella direzione di un rilancio dell'identità occidentale (cristiana e liberale) certe comunità educative, tipo la scuola o l'Università. Che cosa le suggerisce in merito la sua esperienza di rettore di una Università Pontificia?
Ci vorrebbe troppo tempo per rifare sinteticamente il percorso storico dell'Università a partire dalla modalità con cui essa è nata in Europa e si è poi diffusa nel mondo. Tuttavia una cosa mi sembra molto importante da sottolineare: l'Università di oggi è una realtà separata (come del resto è separata la ragione) e, come ogni realtà separata, tende ad assolutizzarsi come un universo astratto, a sé stante. Mi pare che il processo che ha condotto a tale separatezza sia stato descritto, in modo eccellente, da McIntyre come incapacità dell'Università moderna di mettere insieme due istanze tra loro solo apparentemente contrastanti: l'istanza dell'unità del sapere e quella, altrettanto imprescindibile, della demarcazione dei suoi singoli ambiti. Questo è il punto. Il processo di differenziazione delle singole discipline scientifiche si è sviluppato a scapito del principio dell'unità del sapere, espressione dell'identità del soggetto e della sua apertura alla verità. Ogni volta che una disciplina si rendeva autonoma, lo faceva a scapito del soggetto e della domanda circa le sue ragioni per coltivare quella determinata disciplina. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Perché questa mia curiositas? Perché voglio studiare questa disciplina? In che senso essa esprime e rafforza la cultura dei popoli e delle nazioni? Queste grandi questioni sono state, dapprima, messe ai margini e poi, lentamente, espulse dall'Università. Significativa in tal senso è la storia delle Facoltà di Teologia in Italia, ma non solo in Italia. Anche la progressiva relativizzazione del peso delle Facoltà di Filosofia e l'idiosincrasia degli ultimi decenni al discorso filosofico in quanto tale, «ridimensionato» sempre più entro i confini delle scienze umane. La rinuncia alla questione del soggetto, per non parlare della sua vera e propria esclusione, in nome dell'oggettività della scienza, ha accentuato la separazione e l'assolutizzazione di cui parlavo sopra; il sopraggiungere del fenomeno della massificazione ha infine mostrato l'inconsistenza della proposta pedagogica della nostra società.
Che fare allora?
Secondo me l'unica cosa da fare è rimettere al cuore del sapere il soggetto con la sua ineludibile domanda di verità, precisando subito, però, che questo significa riconoscere il peso decisivo della libertà. Che ci sia opposizione tra verità e libertà è, infatti, una delle più grandi menzogne di certa modernità. Non a caso qualsiasi tentativo di contrapporre questi due fattori si rivela, anzitutto, come astratto - cioè disancorato dalla realtà - e, in secondo luogo, come un pericoloso attacco alla libertà. E senza un'esperienza effettiva di libertà è impensabile rilanciare oggi l'Università. L'Università ha bisogno di coaguli di soggetti liberi sul piano personale e comunitario, che si appassionino alle grandi domande costitutive dell'io, attraverso l'umile pratica della disciplina che stanno coltivando. Solo così si può comunicare efficacemente un sapere! In sostanza l'Università dev'essere una libera communitatis docentium et studentium che, utilizzando le competenze, non teme il paragone con la realtà né, d'altra parte, elude la domanda circa la verità che abita il cuore di ogni uomo.
Mi sembra di capire che il servizio più grande da rendere alla nostra cultura sia per lei quello di ridare cittadinanza almeno a questa domanda di verità.
Penso di sì. Voglio solo aggiungere che, dicendo domanda di verità, diciamo realmente l'appassionato impatto di un io libero e di una comunità libera, di tutto l'io e di tutta la comunità, con tutta la realtà. La verità non è una gabbia articolata di enunciati teorici. E in questo senso, nonostante le critiche di molti, io continuo a sentire come attualissima, a livello elementare e metodologico, la concezione della verità propria del realismo classico-cristiano: adaequatio intellectus et rei. In tale concezione traspare l'esperienza che ogni uomo fa del quotidiano. Agiamo perché colpiti in ogni circostanza, in ogni rapporto, dalla positività del reale. E la caducità non riesce ad annullarne la forza appassionata. Per usare un'espressione scolastica, il reale è veramente amabile. Non è vero, come diceva Shakespeare, che l'uomo sia l'ombra di un sogno fuggente; o, come sosteneva Proust, che la realtà sia il peggiore dei nostri nemici. Bisogna riconciliarsi con la realtà, perché essa è veramente un bonum amabile! Certo non si può evitare di interrogarsi sul come e perché la sua contingenza non la espone alla voragine del nichilismo. Al contrario, è promessa di compimento nel misterioso abbraccio di Dio. In ogni caso ridare cittadinanza alla domanda sulla verità vuol dire riconoscere l'amabilità del reale e, nello stesso tempo, liberare l'energia appassionata della libertà che proprio nella curiositas (la molla del sapere) ha una base espressiva di grande significato.
Con queste ultime considerazioni siamo entrati sicuramente al cuore di una delle più grandi sfide che la nostra cultura dovrà fronteggiare nei prossimi anni. Per concludere, vorrei che scegliesse lei un altro tema, un compito, attorno al quale a suo avviso si gioca e si giocherà qualcosa di importante per la Chiesa, qualcosa che possa magari anche aiutare il mondo a scrollarsi di dosso un poco della sua struggete malinconia.
Anche se, a prima vista, la mia risposta potrà risultare un po' strana, io credo che la grande provocazione oggi lanciata, da ogni dove, alle nostre comunità sia un pressante invito a rimettere al centro la proposta dell'esperienza cristiana nei suoi termini sobri ed essenziali, come il dono della pienezza dell'esperienza umana elementare. Questa è la grande urgenza! E tale esperienza elementare, come dico sempre quando parlo ai giovani studenti, poggia su due pilastri: gli affetti e il lavoro. Ogni uomo, ogni giorno, è chiamato a fare i conti con quella trama di circostanze di cui è intessuta la realtà attraverso i rapporti che provocano la sua libertà. Essa è libertà di vivere gli affetti ed è libertà di costruire (lavoro), scoprendo così il proprio volto mediante il volto dell'altro. Gesù è venuto per essere la via, cioè per rivelare come affetti e lavoro possano rappresentare per ogni uomo, singolarmente amato e voluto, la strada maestra e quotidiana per il compimento di sé. Da questo punto di vista l'altro (persona o circostanza), per quanto problematico possa apparire, diventa ultimamente amico, perché espressione della mano amante di un Padre che ci sorregge e ci conduce verso la pienezza. Quando diciamo che la Chiesa oggi è chiamata a proporre un metodo di vita cristiana, affermiamo che essa ha come compito quello di testimoniare all'uomo del Terzo millennio un modo convincente di vivere i termini dell'esperienza elementare: il nascere, il morire, l'amare, il lavorare, il pregare, il difendere il diritto di tutti, il custodire il creato che ci è stato affidato, il perseguire la pace, il concepire la politica come la grande arte del vivere insieme, senza timore del compromesso, ma anche senza esasperarlo o ridurlo a un violento conflitto di interessi... Tutti gli elementi costitutivi dell'umano si rivelano nel volto di una persona viva, Gesù Cristo, e trovano nel Padre che è il nostro creatore (è Lui che ci immette e ci mantiene nell'essere) la grande via che chiama la nostra libertà all'azione. Pertanto quando la Chiesa afferma che Gesù è l'unico salvatore e redentore del mondo, non lo fa certo perché è nemica della ricerca e delle religioni: la Chiesa, lungi dall'essere nemica della libertà dell'altro, ne esalta invece, tutta la «portata». Insomma, dire che Gesù è l'unico salvatore e redentore del mondo significa innanzitutto farsi eco dell'appello amante del Padre verso tutta l'umanità. È la gioia di questo amore che la Chiesa offre all'attesa segreta, e molto spesso inconsapevole, del nostro mondo.
Come alla samaritana duemila anni fa, anche all'uomo di oggi Gesù ripete: «Se tu conoscessi il dono di Dio, ... tu stessa gliel'avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4, 10). Ciò che accadde allora a quella donna presso il pozzo di Sichem può accadere, anche oggi, a ciascuno di noi.