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E la Finanziaria disse: non fate più figli

LIBERAL BIMESTRALE
di Luisa Santolini
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
La Costituzione italiana, dopo aver riconosciuto «i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», fissa il «dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli», dichiara che la «Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglie e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose» e stabilisce che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» e che «il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Questo è il fondamento della nostra società, sul quale dovrebbe basarsi il castello normativo e legislativo. Ma il criterio di progressività, per essere effettivamente rispettato, deve osservare sia il principio di equità verticale che quello di equità orizzontale. Il primo richiede che a reddito inferiore corrisponda imposta inferiore. Il secondo richiede invece che l'imposta sia proporzionale anche agli oneri sopportati. Se il primo criterio trova un discreta rispondenza nel sistema fiscale, il secondo viene totalmente ignorato. In Italia, secondo il censimento del 1991 lavorano circa 19,7 milioni di persone che producono il reddito necessario a mantenere circa 57,3 milioni (8,7 milioni di ritirati dal lavoro, 1,6 di disoccupati, 2,6 di giovani alla ricerca di prima occupazione, 9,3 di studenti e 9,3 di casalinghe). I trasferimenti pubblici sono quasi esclusivamente a favore della componente «anziani» e «adulti disoccupati» mentre le componenti «minori», «giovani e adulti inoccupati» è a quasi totale carico delle famiglie: gli assegni familiari dal 1975 al 1996 sono passati da 1881 miliardi di contributi e 2083 di prestazioni (pari al 15,03% del Pil), a 17050 miliardi di contributi e 7500 di prestazioni, (pari al 3,98% del Pil): nel 1998 le prestazioni per assegni familiari, complessivamente per i dipendenti del settore privato e pubblico, ammontano a circa 8932 miliardi. È quindi esclusivamente grazie ai trasferimenti intrafamiliari, che si sostiene buona parte della popolazione, ma lo Stato a questo non attribuisce nessun valore né riconoscimento economico. Non solo, ma la pressione fiscale indiretta, che grava sui consumi, colpisce ovviamente tutti i consumatori (percettori o no di reddito): perciò il reddito del lavoratore con persone a carico è assoggettato alle imposte indirette in proporzione (circa il 10%) delle spese per consumi, ivi compresi quelli necessari per il mantenimento (obbligatorio) delle persone a carico, indipendentemente dai livelli di reddito. Malgrado la diffusa retorica sulla centralità della risorsa umana, chi investe su di essa non solo non viene minimamente aiutato, ma viene punito con una pressione fiscale regressiva. Mentre lo Stato in vario modo investe su vari tipi di aziende non partecipa affatto all'investimento in «risorsa umana», finalizzato al mantenimento e allo sviluppo della «specie uomo» e neppure al permanere del modello dei trasferimenti pubblici dello Stato sociale (i nati di oggi inizieranno a contribuire, fra vent'anni, ai trasferimenti a favore degli anziani). L'iniquità di questa situazione è evidente: al trasferimento del reddito verso chi non può lavorare, contribuiscono tutti i lavoratori in proporzione dei loro reddito, indipendentemente dalle persone a carico; al trasferimento di reddito verso i minori, invece, contribuisce esclusivamente chi li ha in carico, subendo altresì la maggior pressione delle imposte indirette. La differenza di pressione fiscale, a parità di reddito spendibile per componente (tenore di vita), oltre che un fattore di forte squilibrio nel sistema di riproduzione sociale è una ingiustizia macroscopica.
Nel 1999, grazie a una proficua trattativa con il ministro Visco che ha avuto molta eco pubblica in occasione del Convegno organizzato dal Forum delle associazioni familiari il 12 maggio di quell'anno («Famiglia e fisco, una questione aperta»), riuscimmo a ottenere che la Finanziaria 2000 prevedesse l'aumento delle detrazioni fiscali per i familiari a carico a lire 408 mila per il 2000, a 516 mila per il 2001 e a 552 mila per il 2002. Tali importi sono ulteriormente aumentati di lire 240 mila per ogni figlio a carico di età inferiore ai tre anni. Nel 2000, ragionando con il governo Amato della Finanziaria per il 2001 - la Finanziaria del bonus fiscale, della grande «restituzione» ai cittadini - abbiamo chiesto, prima in sede di Dpef e poi di Finanziaria vera e propria, che una grande attenzione venisse dedicata alla famiglia, proseguendo nel solco aperto dai governi precedenti. Il risultato è ancora sotto gli occhi di tutti: a parole proprio la famiglia sarebbe la maggior beneficiaria del bonus. Ma le cose, dietro la cortina della demagogia, non stanno affatto così, né c'è da attendersi grosse modificazioni dal dibattito parlamentare che ha preso l'avvio e che sembra assolutamente «blindato» dalla maggioranza di governo. Sui 22 mila miliardi annunciati - ma l'entità reale del bonus resta un giallo che, forse, solo la definitiva approvazione della Finanziaria potrà svelare! - almeno 2000 andranno ad ammortizzare gli effetti nefasti del caro-petrolio, altri 6500 alle aziende. I restanti 13500 sono proprio quelli riservati, secondo le affermazioni di Amato e del ministro Del Turco, «alle famiglie». Sfogliando le pagine della legge scopriamo che la parte del leone (13 mila miliardi circa) la fanno gli interventi sull'Irpef, innalzamento della soglia di esenzione e sconto sugli scaglioni superiori. Il rimanente sarà utilizzato per sostegni agli anziani con oltre 75 anni, ai nuclei familiari in cui è presente un handicappato non autosufficiente e all'allargamento della sperimentazione del reddito minimo. In totale una cinquantina di miliardi. Alla famiglia, con la sue specificità e con le sue esigenze, restano gli avanzi. L'unica misura prevista è infatti l'aumento delle detrazioni per i figli che, secondo le intenzioni del governo, avrebbero dovuto diventare, a partire dal 1 gennaio del 2001, di 540 mila lire per ogni figlio. Il grande regalo del governo alle famiglie si riduce dunque, rispetto alle 516 mila già fissate dalla Finanziaria precedente, a 24 mila lire per ogni bambino. Duecento, trecento miliardi in tutto. Poco più dell'1% dell'intera manovra. Si poteva tacere? Ovviamente no. Le famiglie italiane, per il tramite dell'associazionismo che le rappresenta e che è ormai entrato di fatto e di diritto, accanto ai soggetti tradizionali, tra le «parti sociali», si sono indignate e hanno rilanciato la trattativa. Ma l'unico segnale di disponibilità è stato un leggero aumento delle cifre che, nel testo presentato al Parlamento, sono passate da 540 a 552 mila lire che, per il 2002, dovrebbero poi diventare 588 mila. Il dibattito parlamentare ha portato a 616 mila lire (716 mila dal 2002) gli sgravi dal secondo figlio in poi. Vedremo a che livello si situeranno al momento dell'approvazione definitiva della legge. Un altro piccolo risultato, che però è ancora anni luce lontano da quello che consideriamo l'obbiettivo minimo in materia dei detrazioni per i familiari: l'equiparazione dei figli alla cifra prevista per il coniuge a carico (circa 900 mila lire). È infatti incomprensibile la logica per la quale il coniuge e il figlio dovrebbero pesare in modo diverso sul bilancio familiare. È questione, dunque, di ristabilire anche un'equità «intrafamiliare».
Ma il discorso è più ampio e non può fermarsi alle sole detrazioni fiscali. Ogni sostegno alle famiglie, anche se premia le fasce di reddito basse e anche volendo comprendere nel novero le manovre fiscali tout court, è comunque iniquo se non tiene adeguatamente in considerazione la presenza dei carichi familiari. La perequazione tra le famiglie con figli a carico e quelle senza figli è raggiungibile unicamente con una corretta applicazione del criterio costituzionale dell'equità orizzontale a cui accennavamo in apertura. Il riconoscimento della funzione di solidarietà primaria esercitata dei nuclei con figli richiede, infatti, che si ponga fine alla loro penalizzazione fiscale. Finora lo «Stato assistenziale», con la progressività delle aliquote e delle tariffe, combinata con il carico delle imposte indirette sui consumi di base, ha di fatto attuato un disconoscimento del ruolo della famiglia. Si è prodotto così conseguentemente un aggravio di spesa sociale per tutta la collettività. È iniquo e vìola l'articolo 53 della Costituzione un sistema fiscale che, come avviene in Italia, impone alle famiglie aliquote che sono più elevate di 10-33 punti di quelle adottate nei confronti di un single che fruisce dello stesso livello di vita. Nel Convegno del 12 maggio del 1999, il Forum ha perciò avanzato una proposta di riforma della politica familiare nel suo complesso incentrata sulla leva fiscale. Il principio di sussidiarietà e anche elementari criteri di efficacia degli interventi consigliano, infatti, di non sottrarre alle famiglie risorse che poi, attraverso un meccanismo macchinoso e costoso, vengono restituite solo in minima parte e troppo tardi. Elemento strategico di tale proposta è l'introduzione del Bif («Basic income familiare») che prevede che il costo del mantenimento di ogni figlio (calcolato nel '98 nella somma di 4-5 milioni sulla base del reddito fiscalmente esente che allora era di circa 8 milioni e 500 mila per la persona sola), non possa rientrare nell'imponibile e vada perciò dedotto ai fini del calcolo dell'Irpef. Ma alle linee di riforma proposte dal Forum e ispirate al principio di sussidiarietà ed equità orizzontale, il governo preferisce perseverare in una politica impostata su una logica burocratica e assistenziale. Infatti l'assegno di 200 mila lire per le famiglia con almeno tre figli si è rivelato un meccanismo penalizzante e fonte di confusione. Si è avuta, poi, come ha osservato l'ultimo «Rapporto Paese» dell'Istat una sovrapposizione di tale misura con provvedimenti già vigenti a tutela di famiglie povere. Riteniamo che una politica che sia mossa solo da preoccupazioni redistributive e ignori del tutto l'equità orizzontale, diversamente da quanto avviene in altri Paesi europei, non può non portare a queste incongruenze. Se la proposta del Bif rappresenta un ragionevole punto di arrivo a cui tendere nel giro di alcuni anni, le tappe intermedie possono essere rappresentate da un progressivo adeguamento che porti le detrazioni d'imposta fino alle 900 mila lire annue per figlio. Una coerente declinazione di equità orizzontale esige inoltre che tale detrazione si trasformi in una erogazione diretta (detrazione negativa) nel caso in cui il livello di reddito non consenta di beneficiare dell'alleggerimento di imposta. È evidente, poi, che in situazioni di povertà dovrebbero restare in vigore i consueti assegni di integrazione del reddito. Ed è ugualmente molto importante che gli assegni familiari coprano tutto il tempo che un figlio è a carico. Essi costituiscono senz'altro un ausilio economico valido per i nuclei economicamente svantaggiati e in presenza di figli. Altrettanto si può dire dell'assegno di maternità, introdotto con la legge finanziaria 1998. Ma se si vogliono evitare le inefficienze lamentate per l'assegno per il terzo figlio si impone un bilancio globale per verificare la coerenza di tale linea di politica sociale. La molteplicità delle soglie di reddito, delle tabelle e degli enti erogatori ha creato una vera e propria «giungla» degli assegni familiari, alla quale si aggiunge l'adozione - a livello locale - di misure scandite sul reddito che ha provocato una moltiplicazione dell'effetto delle «trappole della povertà» già studiato in altri Paesi avanzati. Si configura infatti una sorta di «conflitto di interessi» tra realizzazione professionale e benessere familiare, per cui miglioramenti reddituali comportano un netto peggioramento delle effettive possibilità di spesa del nucleo con figli per la perdita dei sostegni garantiti solo fino a una certa soglia di reddito. Comunque, qualora si voglia restare ancorati a un criterio di erogazione degli assegni scandito sul reddito, è indispensabile che vi sia un unico criterio reddituale e, soprattutto, che le scale di equivalenza siano applicate al netto delle tasse, e non al reddito imponibile, e inoltre che tengano conto del numero effettivo dei componenti. Attualmente gli assegni familiari non rispettano né il primo criterio né il secondo limitatamente alle famiglie particolarmente numerose. Tale criterio viene adottato dall'Ise. Ma a proposito di questo indicatore il Forum ritiene assolutamente inaccettabile che le convivenze godano dello stesso trattamento delle famiglie che hanno contratto un impegno di fronte alla collettività attraverso il matrimonio e che i figli a carico abbiano un peso minore, in termini di scala di equivalenza, di un qualsiasi convivente. Occorre quindi alzare il peso dei figli e degli anziani che convivono sotto lo stesso tetto. Fin qui le proposte che il Forum ha affidato ai parlamentari. Qualcosa, come abbiamo visto, è cambiata già nel corso del dibattito parlamentare. Il cammino è ancora lungo, sia per quanto riguarda la Finanziaria in corso di approvazione, sia per la restituzione alla famiglia del ruolo e del rispetto (fatto di attenzioni e sostegni) che merita.

Luisa Santolini
 

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