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La lunga marcia della destra italiana

LIBERAL BIMESTRALE
di Massino Teodori
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Il conflitto esploso di recente tra il presidente della regione Lazio, l'irruente Francesco Storace (che ha provocato lo scandalo dei libri di testo chiedendo una commissione di controllo) e il presidente dei deputati di Alleanza Nazionale, Gustavo Selva, (che così ha apostrofato la giovane generazione: «Dilettanti allo sbaraglio. Rozzi, e gente abituata a gridare nelle piazze. Non sono cambiati da quando erano giovani militanti del Msi»), è rivelatore della situazione del partito di Gianfranco Fini, il terzo per consistenza elettorale dell'intero arco partitico. Lo scontro che è accaduto non già in una chiusa sede partitica ma in una sede istituzionale quale la Camera dei deputati, e che è stato sanato da una mediazione dello stesso Fini, che rivela sempre più tratti da leader moderato «doroteo», ha messo pubblicamente in luce le diverse anime, o meglio le divergenti tradizioni e vocazioni, che convivono sotto la superficie di un partito di massa tenuto insieme da quel successo giunto forse insperato nell'ultima stagione, da quando il Msi si è trasformato in An.
È ormai evidente che Alleanza nazionale è divenuta a tutti gli effetti un catch all party che pesca in tutto l'arco politico che va dal centro al centrodestra fino alla destra, con tutte le sfumature ideali che abbracciano dal moderatismo al conservatorismo, dalle posizioni più liberali a quelle più reazionarie e clericali. E i personaggi che formano la sua classe dirigente, come del resto i caratteri sociologici del suo elettorato, sono in tutto e per tutto altrettanto variegati per atteggiamenti politici quotidiani che sono quelli significativi ben più dei richiami teorici e delle appartenenze ideologiche. Lo scontro tra Storace, sostenuto dai suoi vecchi camerati missini, e Selva, appoggiato soprattutto dai nuovi entrati in An, non è stato altro che il più recente episodio rivelatore della composita realtà del partito La storia del Movimento sociale italiano è ben nota e basterà richiamarne qui alcuni tratti salienti. Sopravvissuto durante i quarant'anni di Repubblica in una nicchia sostanzialmente ininfluente, il Msi raccoglieva nella prima Repubblica un consenso limitato oscillante tra il 2% della prima ora nel 1948 al 6,8% del 1983, con una media negli anni rimasta costante intorno al 5%, talvolta superata grazie all'accordo con i monarchici del meridione. Ma, contrariamente ai partiti laici minori che potevano usare la loro piccola forza elettorale come valore aggiunto delle alleanze prima centriste e poi del centrosinistra, il Msi restava in posizione sterile poiché estraneo all'«arco costituzionale» e ancorato ai miti nostalgici, puristi e passatisti del ventennio fascista. Pur con diverse accentuazioni, i suoi riferimenti ideologici rimanevano quelli dell'«alternativa al sistema», del «superamento del capitalismo liberale e del collettivismo comunista» in una fantomatica «terza via», fortemente improntata al nazionalismo italiano ed europeo. Pur se nella pratica il vecchio Msi di Almirante, e ancor più quello di Michelini, aveva talora funzionato da ruota di scorta per maggioranze governative democristiane che avevano bisogno di appoggiarsi a destra piuttosto che a sinistra (caso Tambroni, elezione di Segni, Leone, governi all'inizio del Settanta, amministrazioni locali del Sud...), in teoria il maggiore dei piccoli partiti non aveva alcuna ambizione di giocare un ruolo centrale nella politica italiana, tutto proteso a coltivare una dignitosa sopravvivenza collegata alle appartenenze generazionali e familiari del fascismo. E il sistema elettorale proporzionale vigente in tutto lo spettro delle elezioni dalle circoscrizioni al Parlamento europeo dal 1948 al 1992, garantiva quella sopravvivenza politica segnata dalla nostalgia, peraltro accettata dagli altri partiti in quanto giudicata sostanzialmente innocua.
La svolta radicale si compiva, nonostante gli umori di gran parte del corpo partitico e dell'elettorato del Msi, in concomitanza con la crisi della prima Repubblica. La Democrazia cristiana come il Partito socialista si disfacevano, il Partito comunista che perdeva i legami internazionali era forzato a mutare nome, il mondo ideologicamente bipolare non esisteva più, e quasi tutti i partiti italiani con l'eccezione del Pci venivano pesantemente investiti per via giudiziaria dagli effetti della corruzione sistematica che peraltro era propria di tutto l'arco costituzionale (compreso il Pci) per la sua interconnessione con il potere. Tutti questi eventi clamorosi costuivano le condizioni oggettive che facilitavano il mutamento di ruolo del Msi. Le condizioni soggettive venivano colte con una brillante mossa tattico-politica dalla leadership missina, senza neppure passare attraverso un profondo travaglio ideale ma solo con uno sbrigativo ripensamento storico che spazzava via il residuato nostalgico a lungo funzionante da bussola e collante. Il vero paradosso stava poi nel fatto che era proprio il mutamento del sistema elettorale con la caduta della proporzionale a opera del movimento referendario fortemente avversato dal Msi (1991 e 1993) e il conseguente avvento del maggioritario, che preparavano le condizioni indispensabili per il rientro nel gioco democratico dell'unica forza dichiarata di destra, provocandone di colpo l'uscita dal ghetto della perenne e accettata funzione di «opposizione al sistema». Nasceva così, tra le prime elezioni con il maggioritario del 1994 e il congresso di Fiuggi del gennaio 1995, quella Alleanza nazionale che, in stretta alleanza con Forza Italia, con i centristi postdemocristiani e poi, da ultimo, anche con la Lega di Bossi, diveniva protagonista del sistema bipolare della non ancora seconda Repubblica. Era stato dapprima l'intuito di Berlusconi a «sdoganare» Gianfranco Fini nella contesa bipolare dell'autunno 1993 per il comune di Roma contro Francesco Rutelli. Ed era stata poi la logica dei collegi uninominali maggioritari a costringere in un'indispensabile coalizione le due maggiori forze di centrodestra per contrastare i candidati del centrosinistra.
E questa linea politica, condotta con grande moderazione dalla nuova mista dirigenza di An, produceva quei risultati elettorali per tanti versi stupefacenti se messi a confronto con il lungo isolamento missino. Nel 1994 le liste di An ottenevano nella parte proporzionale il 13,5% con 105 deputati e 43 senatori, nel 1996 avanzavano al 15%, mentre alle europee del 1999 tenute con il sistema proporzionale scendevano al 10,3%, probabilmente in ragione di una malriuscita e affrettata alleanza con il Patto Segni, pur coraggiosamente condotta in nome del referendum elettorale pro-maggioritario. Oggi Alleanza nazionale sembra definitivamente inserita nella grande politica che ambisce a governare il Paese e pienamente legittimata nel gioco democratico, con un atteggiamento che rivela un alto tasso di moderazione derivante, forse, dall'eccessivo timore che le ombre del passato possano ipotecare il presente. Superato il passato, occorre allora domandarsi di fronte a quale di partito di destra ci si trova oggi. La risposta non può essere data una volta per tutte perché tradizioni, vocazioni e scelte politiche assai diverse si intrecciano nella politica quotidiana di Alleanza nazionale. Il caso Storace-Selva ne è stato un clamoroso esempio. Più in generale non si può ignorare che sono tutt'altro che scomparse le sirene veterostataliste, pseudocorporative e nazionalpopolari che caratterizzarono il vecchio Msi. E la stessa cultura di una parte della classe dirigente, nonostante gli sforzi compiuti, rivela le vecchie ascendenze, a malapena mascherate dai nuovi punti di riferimento democratici. È tuttavia chiaro che il pieno inserimento nel gioco democratico con l'assunzione di responsabilità istituzionali non solo locali, abbia trasformato la stessa anima di Alleanza nazionale, o almeno di una sua parte importante. Quando si leggono le dichiarazioni di intenti della componente cosiddetta «Destra e Libertà», si percepisce che ci si trova di fronte a una destra liberale europea: «Una proposta di libertà e di flessibilità dell'economia e dell'imprenditoria rispetto al farraginoso modello iper burocratizzato proposto dalla sinistra al fine di portare l'Italia a essere protagonista mondiale. Quindi solidarietà e sussidiarietà, non certo statalismo e assistenzialismo per contrastare nei fatti vecchie e nuove povertà... Devono essere considerate prioritarie la riconferma di una forte e reale autonomia per gli enti locali in una logica tesa allo snellimento dello Stato, e la valorizzazione della vocazione europeista della destra italiana tesa all'allargamento dell'Unione europea....». La trasformazione del partito postfascista in partito di destra democratica è avvenuta di pari passo con la riorganizzazione del sistema partitico da multipartitico con un grosso centro e due ali tagliate fuori in sistema bipolare fondato sull'alternanza. Quando An è divenuta essenziale per realizzare un sistema bipolare sia pure rozzo ma funzionante secondo le regole dell'alternanza, allora questa nuova destra ha dovuto davvero fare i conti con se stessa e attraversare un'effettiva rigenerazione che poneva termine all'infinito dopoguerra antifascista e postfascista. Sistema bipolare, democrazia dell'alternanza e legittimazione della destra sono stati tre elementi che hanno interagito come causa ed effetto dell'evoluzione del regime politico italiano. Sarebbe oggi una sciagura per la democrazia se si innalzassero nuove cordoni sanitari e se si reinventassero in qualsiasi maniera nuovi «archi costituzionali» presidiati da chi pretende di dare patenti di legittimità a destra come a sinistra. Il pericolo maggiore viene dalle tante manovre centriste in corso volte non già a dare corpo a una politica di centro, cosa assolutamente legittima, ma a ridisegnare un nuovo sistema partitico che taglia le estreme per valorizzare un centro immobile anti-bipolare che necessariamente diventerebbe trasformistico ed estraneo alla tradizione democratica occidentale.
Con la fine del sistema bipolare cadrebbe anche la nuova funzione di Alleanza nazionale che è stata in questi anni e continua a essere positiva per l'intera democrazia nella misura in cui non solo costituzionalizza ma anche inserisce pienamente nel gioco dell'alternanza quella destra che troppo a lungo è stata messa e si è messa fuori del sistema politico italiano.

Massimo Teodori
 

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