Sul fatto che l’Europa sia da lungo tempo un continente in declino rispetto agli Stati Uniti d’America non sussistono dubbi. Si può soltanto discutere sulla data iniziale di tale declino e allora ricorderemo che il saggista e politologo Walter Bagehot, vissuto fra il 1826 e il 1877, in un famoso libro intitolato La Costituzione inglese spiegò come la superiorità economica e politica degli Stati Uniti d’America fosse già da allora ben avvertibile. «In questi Stati - scrisse Bagehot riferendosi agli Usa del 1872 - non esiste un’autentica povertà; grazie a un’industria fiorente può essere facilmente raggiunto un benessere che, vivendo qui [in Inghilterra] un povero non può neppure immaginare». Bagehot sottolineava come gli emigranti privi di istruzione provenienti dalle regioni europee finissero per trovarsi in una condizione di inferiorità (si veda l’edizione italiana del Mulino, 1995, pag. 241). Va poi ricordato come nel 1884 venisse pubblicato in Italia un ampio volume intitolato Gli Stati Uniti e la concorrenza americana scritto da Egisto Rossi, segretario di Alessandro Rossi, il noto industriale laniero di Schio, che era stato nominato senatore del regno nel 1870. Il senatore Rossi aveva inviato il suo segretario negli Usa affinché si documentasse di persona e riferisse. Già nella prefazione al suo libro, questo abile segretario non mancò di sottolineare quanto fosse potente la vocazione degli Stati Uniti a esercitare un primato mondiale. «L’americanismo - scrisse Egisto Rossi - che è quanto di più maschio e robusto vantino le schiatte anglosassoni, avrà presto il primato economico su tutto il globo, e costringerà le nazioni a subirne le conseguenze nel campo politico e sociale, poiché presso ciascun popolo oggimai tanto vale la sua politica, quanto gliela fa valere l’economia, di cui la prima non è che l’ancella devota. E gli Americani, ben consci di questo, preveggono già il tempo in cui la loro nazione dominerà dall’uno all’altro angolo del nuovo emisfero». Agli inizi del Ventesimo secolo, tuttavia, gli europei potevano ancora ragionevolmente credersi i signori del mondo. Nell’anno 1913 dominavano in forma diretta o indiretta l’84% delle terre emerse, quasi l’intero globo. Avevano conquistato quasi l’intera Africa e, in modo formale o informale, controllavano quasi l’intera Asia. L’Australia era un dominion britannico. Anche il Canada lo era. E perfino gli Stati Uniti d’America potevano apparire come una propaggine dell’Europa, anche se nel 1913 questo non era più tanto vero. Nel 1914, con lo scoppio della Grande guerra fratricida, il vecchio continente si avviò alla catastrofe. Eppure, fin dal 1852, un grande filosofo francese come Auguste Comte, nel suo Corso di filosofia positiva (lezione 57°), aveva messo in luce fino a qual punto le guerre fossero diventate incompatibili con lo spirito della modernità. Comte aveva ragione, ma precorreva i tempi. Precorse i tempi anche Norman Angell, un giornalista britannico che nel 1933 ottenne il Premio Nobel per la pace. Nel 1910 Angell pubblicò un libro, La grande illiusione, venduto in milioni di copie, nel quale fece sperare che in futuro non ci sarebbero state più guerre, poiché l’interdipendenza commerciale fra le nazioni era cresciuta a tal punto da rendere economicamente disastroso ogni conflitto militare. Come fece giustamente osservare Giovanni Amendola nella rivista La Voce del 2 marzo 1911, Angell poteva aver le sue ragioni ma non teneva conto del fatto che le motivazioni alle guerre potevano essere le più varie e irrazionali. Nel 1914, in effetti, tanti uomini politici e quasi tutti gli uomini di affari, consapevoli del pericolo che la guerra poteva rivelarsi economicamente un disastro, furono favorevoli alla pace. Ma tanti intellettuali, tanti piccoli borghesi e tanti giovani studenti e soprattutto gli ambienti militari spinsero le nazioni europee a combattersi. Perfino Sigmund Freud accolse la dichiarazione di guerra con un entusiasmo spontaneo e quasi fanciullesco. Come lui stesso disse in quel fatale 1914: «Tutta la mia libido si riversa sugli austro-ungarici». Per una quindicina di giorni fu così eccitato da cadere in continui lapsus e due suoi figli, Martin ed Ernst, partirono volontari. La guerra del 1914 scoppiò soprattutto perché le classi militari delle varie nazioni erano legate a idee arcaiche e si lasciarono travolgere dal meccanismo delle mobilitazioni: il grande impero zarista, che per raccogliere i suoi soldati aveva bisogno di un lasso di tempo molto più lungo degli altri Stati, mobilitò per primo. Ma a quel punto tutte le altre mobilitazioni si susseguirono precipitosamente.
Nel 1918 l’Europa riuscì a concludere la guerra soltanto grazie all’intervento degli Stati Uniti d’America. La Germania e l’Austria Ungheria, più che sul campo di battaglia, furono sconfitte dal crescente peso economico e militare dello schieramento alleato, dovuto essenzialmente all’intervento in guerra degli Usa, avvenuto nell’aprile 1917. All’inizio molti europei sottovalutarono il valore di questo intervento, non rendendosi conto del potenziale economico e militare del nuovo intervenuto. Pochi sapevano quali caratteri moderni fossero stati assunti dalla Guerra di secessione (1861-1865) e quanto fossero gigantesche le risorse tecnologiche degli Usa. Basti dire che se nell’anno 1913 le industrie aeronautiche statunitensi si limitavano a fabbricare 14 aerei militari, arrivarono a fabbricarne 13.991 nel 1918, moltiplicando la loro produzione per mille in soli cinque anni. Il numero di uomini alle armi, che raggiungeva un totale di 155 mila unità nel 1913, balzava a circa tre milioni di unità nel 1918. Gran parte di essi - nel 1918 - erano già in Europa o in procinto di arrivarci. Gli Stati europei, che dal 1914 si stavano massacrando fra loro, ebbero bisogno che intervenisse la superpotenza di un altro continente per porre termine al massacro.
Il Trattato di Versailles, con il quale quella guerra si concluse, provocò conseguenze nefaste. Alla Germania e agli altri Stati sconfitti furono imposte condizioni esageratamente punitive; la Russia di Lenin venne totalmente esclusa dalle trattative di pace; gli Stati Uniti d’America e in particolare il suo presidente, Thomas Woodrow Wilson, apparvero alquanto incoerenti. Wilson, infatti che nei 14 punti programmatici del gennaio 1918 aveva affermato di voler rispettare il principio di nazionalità, consentì poi ripetute e gravi violazioni di esso. Il presidente americano era un intellettuale ricco di fascino, ma un po’ libresco e utopista, forse troppo in anticipo rispetto alla cultura dell’Europa di allora. Ebbe modo di assistere alla crisi della sua politica: gli bastò registrare ciò che tanti capi di governo facevano e disfacevano nei saloni dell’Hotel Crillon, sulla Place de la Concorde, all’interno del quale una lapide sta ancora a indicare che i veri luoghi della conferenza di Parigi si trovavano là, in quei saloni riservati di un albergo, a dispetto della diplomazia aperta, pubblica e priva di segreti auspicata nei 14 punti. E anche Wilson partecipò a quei maneggi. Gli Stati Uniti, che per garantire la pace avevano proposto l’istituzione di una Società delle nazioni, decisero poi di non entrare a farne parte. E il fatto che nel 1920 il Senato di Washington rifiutasse di ratificare il Trattato di Versailles la dice lunga sulle contraddizioni in cui gli americani si trovarono invischiati durante la conferenza parigina. L’assenza della Russia da tale Conferenza fu un altro elemento che contribuì al fallimento del Trattato di Versailles. Fino al 1917, la Russia era stata una grande potenza militare ed economica. La guerra, la rivoluzione di febbraio e il successivo avvento dei bolscevichi avevano prodotto nell’ex-impero zarista un grande caos. Nel 1918 le armate tedesche costrinsero i bolscevichi alla pace di Brest Litowsk, e Lenin, subito dopo e per sopravvivere, strinse un accordo con i tedeschi. Alla fine del 1918, dopo la sconfitta della Germania, i bolscevichi tentarono di accordarsi con l’Inghilterra, gli Usa e le altre potenze vittoriose. Nel dicembre 1918 Maxìm Litvìnov spiegò che, pur di essere riconosciuta dagli altri Stati, la Russia di Lenin era pronta a offrire un’amnistia politica, la fine della censura sulla stampa, l’autodeterminazione per la Polonia e l’Ucraina, nonché un riesame dei debiti contratti dai governi zaristi con gli Stati esteri. Il premier britannico David Lloyd George sarebbe stato favorevole a un’intesa. Ma gli americani e i francesi si mostrarono contrari. Il segretario di Stato americano, Robert Lansing, ordinò segretamente a un suo funzionario, William C. Bullitt, di andare a Mosca, da Lenin. Il 14 marzo 1919 il ministro degli Esteri bolscevico, Georgy V. Cicèrin, consegnò a Bullitt un documento, con il quale Lenin rinunciava a territori immensi, corrispondenti ai quattro quinti della futura Unione Sovietica. Le grandi potenze vincitrici esitarono. Avevano due scelte: accordarsi con Lenin o abbatterlo con le armi. Non perseguirono seriamente né l’uno né l’altro obiettivo, così che i russi non firmarono nessun trattato di pace con gli Alleati. Le premesse dei patti russo-tedeschi del 1920 (Rapallo) e del 1939 (Hitler-Stalin) furono poste allora.
Wilson, che voleva favorire la pace europea, accettò poi che alla Germania fosse imposta una pace «cartaginese» foriera di vendette e dannosa per tutti. L’interdipendenza economica fra le nazioni faceva sì che nessuno avesse da guadagnare imponendo alla Germania esose riparazioni di guerra. Anche il grande economista John Maynard Keynes, che faceva parte della delegazione britannica alla Conferenza della pace, aveva messo in guardia gli Alleati dall’imporre quelle riparazioni. Ma non fu ascoltato. L’economia tedesca entrò in crisi e le riparazioni furono pagate dai tedeschi solo in piccola parte. Nel 1929 la loro cifra venne fortemente ridotta e si previde che la Germania avrebbe finito di pagarla nel 1988. La punitiva pace di Versailles non soltanto impedì agli Alleati di far rifiorire vantaggiosi commerci, ma pose le basi, in terra germanica, di quello spirito di rivincita che consentì a Hitler di conquistare il potere e di avviare il mondo verso una seconda grande guerra. Il nazionalsocialismo tedesco, il comunismo russo e il fascismo scaturirono dalla Grande guerra, dall’infelice pace di Versailles e dalle angosce che il progresso tecnologico stava generando. La guerra aveva infatti dimostrato che il progresso materiale poteva essere produttore di ricchezze, ma anche di incomparabili danni. Tutti e tre i totalitarismi europei interpretarono un rifiuto della modernità. Accettarono gli arsenali militari moderni, indispensabili alla sopravvivenza del potere, così come accettarono le moderne forme di propaganda politica. Ma rifiutarono la modernità nella sua essenza, vale a dire le aperture verso le innovazioni, le flessibilità, gli scambi, e l’interdipendenza fra le nazioni. Preferendo invece l’autarchia. Non fu casuale che nell’estate del 1939 tutti e tre i totalitarismi europei si trovassero schierati dalla stessa parte contro le democrazie. L’Unione sovietica fu poi aggredita da Hitler nel 1941, replicò con energia all’imprevista aggressione e alla fine della guerra si trovò dalla parte delle nazioni vittoriose. L’Italia si staccò dall’Asse nel 1943 e le fu riconosciuto lo status di nazione cobelligerante. Tuttavia la nuova guerra mondiale si risolse ancora una volta grazie all’intervento degli Stati Uniti d’America, guidati dal presidente Franklin D. Roosevelt. Gli Usa, nel 1938 producevano soltanto 1.800 aerei militari. Dal 1941 al 1945, gli anni di guerra, ne produssero 294 mila. Nel 1938 avevano alle armi poco più di 300 mila uomini. Nel 1945 più di 12 milioni. Le risorse economiche e militari degli Usa erano dunque enormemente cresciute rispetto alla prima guerra mondiale e la stessa Unione Sovietica riuscì a combattere vittoriosamente perché attinse ampiamente a esse. Dopo due guerre mondiali cruente e distruttive, l’Europa fu lacerata da una terza guerra mondiale, la guerra fredda, durata quasi mezzo secolo, destinata a concludersi anch’essa, nel 1989-90, grazie al peso economico e militare esercitato dagli Usa. Al termine della guerra fredda, l’Europa era materialmente più ricca e istruita di prima. Ma restava lontanissima dall’influenza raggiunta nel 1913. Il controllo diretto o indiretto del globo era stato perduto insieme con le colonie e con gli imperi. L’economia di tutta l’Europa occidentale unita insieme risultava ormai inferiore a quella statunitense. E una notevole inferiorità doveva essere registrata anche nel campo della ricerca scientifica. Mentre nel primo decennio del secolo Ventesimo la quasi totalità dei premi Nobel per la fisica, la chimica e la medicina era attribuita a studiosi europei, negli ultimi anni di quel secolo i due terzi dei premi Nobel erano assegnati a scienziati extra-europei. Al termine della guerra fredda, dopo l’uscita di scena dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti restavano l’unica grande potenza che potesse aspirare al ruolo di poliziotto del mondo.
Il declino degli europei è strettamente intrecciato con l’ascesa degli americani. Ma sarebbe sbagliato pensare che l’ascesa degli uni sia stata la causa del declino degli altri, anche perché in tutte le grandi guerre del Ventesimo secolo, gli americani si comportarono sempre come amici dell’Europa.
Le cause del declino europeo devono essere invece cercate all’interno del vecchio continente e in particolare nelle tante idee arcaiche di cui gli europei si sono fatti così spesso portatori. I tre totalitarismi europei, a ben riflettere, erano il sintomo di un ritardo culturale assai più vasto, generale e profondo. Un’ulteriore causa del declino europeo deve essere poi trovata nel successo che il movimento comunista ottenne in Russia con la rivoluzione del 1917 e più tardi, nel 1945, grazie alla forza delle armi, in una vasta parte dell’Est europeo. Per valutare il danno provocato dal sistema comunista all’Europa nel suo insieme si pensi al fatto che nel 1913 il prodotto lordo dell’Europa dell’Est (impero zarista incluso) aveva superato il 17% del prodotto mondiale. Nel 1992, dopo decenni di una disastrosa economia pianificata, il peso dell’Europa dell’Est si era più che dimezzato, scendendo sotto l&Mac226;8% del prodotto mondiale. Non vi sono dubbi sul fatto che l’impero sovietico abbia rappresentato, per lo sviluppo dell’Europa, la ferita più grande: e di certo anche per motivi ben più vasti e drammatici che la discesa del prodotto interno lordo. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, l’Europa occidentale cercò di reagire sia alle catastrofi belliche sia alla minaccia comunista, dando vita alla Ceca, al Mercato comune europeo e poi all’Unione europea. I risultati sono stati notevoli, al punto che, dopo la caduta del comunismo, molti Paesi dell’Est sono entrati a far parte dell’Unione. Tuttavia, nelle difficili condizioni attuali, non si può credere che il modello sociale europeo, assai più costoso del modello statunitense, possa facilmente consolidarsi. Al fine di conseguire questo ambizioso obiettivo l’Europa dovrebbe essere molto più competitiva di oggi e molto più forte militarmente. Dunque ricchissima, assai più ricca degli Stati Uniti d’America. Viceversa si ha l’impressione che in Europa manchi tuttora una cultura veramente moderna capace di infondere vitalità a un continente da così lungo tempo in crisi. I cittadini di molti Paesi dell’Unione partecipano scarsamente alle elezioni per il Parlamento europeo, scelgono i candidati soprattutto in base a considerazioni di politica interna e non sono sufficientemente informati sui grandi problemi del vecchio continente. Numerosi membri delle classi politiche, a loro volta, sono legati a visioni localistiche e temono la realtà sovranazionale dell’Unione europea. Le difficoltà finora incontrate per dotare l’Unione di una sua Costituzione sono una prova delle incertezze, delle disomogeneità e delle contraddizioni che continuano a caratterizzare l’Europa. V’è chi sostiene che, grazie anche al recente allargamento a Est dell’Unione europea quest’ultima riuscirà ad acquisire notevoli risorse e linfa vitale. Né si può escludere che la presenza del terrorismo internazionale possa avere un ricaduta positiva rinsaldando i legami di solidarietà tra gli europei. Ma è probabile che un autentico rinnovamento dell’Europa possa avverarsi solo se porrà le sue radici in una cultura nuova e trascinante, oltre che in una politica più chiara ed energica, capace di contrastare un secolo e più di declino. Il che, al momento, non sembra accadere.