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Andare oltre Fiuggi

LIBERAL BIMESTRALE
di Domenico Mennitti
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
A cinque anni dal congresso di fondazione è forse arrivato il momento per il partito della destra italiana di svolgere una seria riflessione politica, soprattutto considerando che si profila di nuovo la possibilità di un ruolo di governo. Il lustro trascorso da Fiuggi a oggi rappresenta il laboratorio sperimentale dei meriti, ma anche degli errori, sin qui registrati da quella che per consenso popolare e rappresentanza parlamentare è la terza forza politica del Paese. Meriti ed errori che devono rappresentare i punti fondamentali sui quali definire e rafforzare l'identità, il ruolo e le prospettive di An. In questa chiave l'ultima assemblea nazionale del partito è stata chiarificatrice. Fini ha precisato che non ha alcuna intenzione di farsi sostituire: resterà presidente anche se dovesse assumere incarichi di governo. Avendo a portata di mano l'obiettivo della vittoria elettorale della Casa delle libertà, le tre principali componenti interne - i post-tatarelliani di Destra protagonista, la Destra sociale di Storace e Alemanno e Destra e libertà, la corrente liberale di Urso - hanno trovato un'intesa sulla necessità di costruire un partito adeguato alle sfide incombenti. An è infatti una forza politica che si aggira sul 13 per cento dei consensi elettorali e ha visto crescere in questi cinque anni tanti amministratori locali - sindaci, assessori, governatori di Regione - e tanti nuovi professionisti della politica che possono ipotizzare un futuro solo inquadrandolo in una autentica cultura di governo. Politicamente è quindi un bene che An lasci alle sue spalle il pretestuoso e falso confronto tra le categorie «liberale» e «sociale», in realtà superato dagli eventi nel momento stesso in cui la più aggiornata riflessione politico-economica già parla di «liberismo sociale». Così come è un bene che An cominci a ragionare in termini di autentica «cultura di governo», che contempli il rischio, la responsabilità, la competizione, il conflitto. Tutto il contrario di ogni retorica ideologica, sia essa di natura nazional-conservatrice o di tipo populistico-sociale. Non è un caso che all'ultima assemblea nazionale siano risuonati accenti nuovi in tema di apertura alla modernizzazione e di accettazione di una cultura dell'intrapresa. Adolfo Urso, portavoce del partito, ha ad esempio premuto sulla vocazione di An al «rinnovamento della politica», alla «sburocratizzazione della società», a una «economia libera dallo statalismo». Storace ha puntato sull'assunzione diretta di responsabilità di governo sull'esempio di quello che ha definito «modello Lazio». E lo stesso Fini ha spiegato che «governare significa lasciare il segno». Precisando ulteriormente che «la Casa delle libertà dovrà avere la massima attenzione per i programmi, ma anche per il profilo dei suoi candidati e, domani, dei suoi ministri». Non è davvero poco. Se questa dichiarazione d'intenti dovesse tradurrsi in concreta azione politica, Fini riuscirebbe a superare definitivamente i nodi irrisolti che negli scorsi anni hanno intralciato il cammino del partito e determinato alcuni incidenti di percorso. Sgombrando il campo da qualsiasi polemica, va subito dato atto a Fini e al vertice del suo partito di aver fissato in maniera chiara e inequivocabile, sin dalla stessa fondazione di An, la condanna di qualsiasi forma di tentazione totalitaria e la propria estraneità e avversione rispetto a ogni forma di pulsione xenofoba e di scorciatoia demagogica e populista. Sin dall'inizio è stata chiara l'alterità nei confronti di tutte le cosiddette «destre radicali» che negli ultimi anni sono sorte nello scenario politico europeo. È indubbiamente un grande merito quello di aver tenuta ferma la barra del partito contro qualsiasi posizione populistica e di aver caratterizzato An come un moderno partito di destra che in nome della tradizione culturale occidentale è dalla parte dei diritti civili. Condannando le recenti manifestazioni anti-islamiche e affermando senza mezzi termini che «la libertà religiosa è un diritto inalienabili delle persone», Fini ha confermato l'orientamento già espresso con la condanna delle posizioni di Haider e con l'apparentamento europeo di An con i gollisti francesi e con la destra di governo irlandese. Il fatto di aver sottolineato una forte opzione in direzione del valore e della prassi della democrazia, peraltro riconosciuta da tutti gli avversari politici, non è però sinora bastato a rappresentare fino in fondo l'anima e il ruolo di questo partito. Qual è stato infatti il profilo reale di An una volta esclusi i riferimenti convenzionali, generici e spesso puramente propagandistici, rispetto a esperienze straniere, spesso diverse l'una dall'altra, quali il gollismo francese, il neo-conservatorismo britannico, il popolarismo spagnolo e il repubblicanesimo statunitense? È vero che la ricerca ossessiva di legittimazioni esterne ha spesso impedito un lavoro serio di approfondimento teorico e di posizionamento politico, che doveva essere volto in direzione della identità italiana e della via italiana alla modernizzazione. In assenza di questo, il problema fondamentale per un partito come An è stato fino a ieri la mancanza di un suo «posizionamento» preciso e inconfondibile nell'immaginario degli italiani. È un problema cruciale in una fase in cui la politica si decide tutta - o quasi - sul versante della comunicazione. Cosa ha comunicato, infatti, An agli elettori italiani? Il più delle volte il fatto di essere un partito imperniato tutto o quasi sulla presenza e sulla figura del suo leader, Gianfranco Fini. L'inevitabile appannamento delle identità politiche tradizionali ha del resto sganciato la riconoscibilità dei partiti da presunti sensi di appartenenza ideologica. Cosa che per una certa fase ha reso ancora più evidente la solitudine di Fini nel grande «contenitore An». Nonostante la ramificazione gramsciana e quasi leninista di circoli (territoriali e d'ambiente) e la militanza movimentista (soprattutto in città come Roma e nel Mezzogiorno), An per molto tempo non ha comunicato altro che il suo leader: un buon politico, che parla bene, si muove a suo agio nel gioco della politica-spettacolo, è presente nei talk show e nella stessa cronaca mondana di quotidiani e rotocalchi, ma che non sempre è «al centro» della politica. La stessa insistenza - il solo leit motiv della campagne di An dal '96 all'99 - su temi come il presidenzialismo, il maggioritario, il bipolarismo, non è riuscita ad accreditare una caratteristica specifica del partito. Inoltre, come hanno dimostrato i risultati delle ultime consultazioni referendarie, tale caratterizzazione non è sembrata interessare più di tanto gli italiani. Il rischio corso è stato quello di avere un grande contenitore privo di una sua «specificità» e, quindi, destinato a lasciare libero uno spazio che altri possono occupare. In questo senso, per buona parte il problema irrisolto è stato quello della «rappresentanza» politica: un problema fondamentale che un partito come An, a causa di un debole dibattito interno e fors'anche di pigrizia intellettuale, non è riuscito purtroppo ad affrontare. Cosa vuol dire? Vuol dire che oggi - con la fuoriuscita dal Novecento e dai suoi sogni ideologici - un partito deve dare espressione «politica» a realtà vere e in movimento, non tentare di inquadrare la società secondo i suoi schemi. Non si tratta di costruire un'area, ma di rappresentarla per quello che essa già è. L'esempio più concreto è quello di Forza Italia. Al di là delle analisi che l'hanno spacciata per il «partito che non c'è», per il «partito di plastica», ha dimostrato di essere un movimento reale, radicato, che riesce a «rappresentare», quindi a dare peso politico a tutta una serie di realtà significative della società, a dare espressione a un vero e proprio «blocco sociale».

Il senso elettorale delle consultazioni europee del '99 è stato a questo riguardo illuminante. Chi hanno premiato gli elettori in quell'occasione? Chi, in un modo o nell'altro, è stato immediatamente identificabile, riconoscibile nello svolgere un ruolo di rappresentanza. Così è stato per Forza Italia, che si presenta ormai come un nuovo partito popolare, interclassista, del tutto rispondente alle esigenze del ceto medio. Da questo punto di vista An si è invece per troppo tempo presentato come un partito tradizionalmente organizzato, forte di iscritti, circoli, eletti e di relativa area d'aggregazione elettorale, ma spesso privo di appeal nell'opinione pubblica esterna. Non è - e forse non può esserlo essendo questo spazio già occupato - un partito moderato-popolare da ceto medio europeo; non è - e forse non vuole neanche esserlo - di destra liberal-conservatrice, alla luce del fatto che in Italia l'aggettivo conservatore ha un'accezione negativa e semmai il bisogno più pressante è di riformare e modernizzare. Soprattutto, non ha una vasta area di radicamento sociale o punti di riferimento nell'establishment. Lo stesso elettorato orfano della Dc di destra che votò An nel '94-'95, dopo la scomparsa del partito di tradizionale riferimento, ha dato poi l'impressione di un certo raffreddamento. Su questo An deve riflettere e fornire un'immagine e un'articolazione del partito rispondente alla reale fisionomia del suo elettorato. In secondo luogo, c'è la questione di uno specifico ruolo all'interno del centro-destra, la definizione di un suo «valore aggiunto» per dirla con Baget Bozzo. Mostrando di averne consapevolezza, Fini ha abbozzato una piattaforma politico-programmatica con la quale rilanciare il partito dopo l'incidente di percorso commesso negli scorsi anni con la sbandata referendaria e soprattutto - come egli stesso ha ammesso - «facendo autolesionistiche polemiche con Forza Italia». L'innamoramento con Segni è ormai alle spalle. Adesso il partito annuncia di mobilitarsi su un preciso e storicamente fondato ruolo politico. An si presenterà come il partito delle quattro garanzie: ristabilire l'autorità e l'autorevolezza delle istituzioni; operare per il prestigio internazionale dell'Italia; definire i criteri e la prassi di un'economia sociale di mercato; impegnarsi per l'emergenza Mezzogiorno per porre fine alla separazione tra nord e sud. C'è n'è per fornire un significativo «valore aggiunto» alla coalizione del riformismo liberale. Così come ce n'è per ripensare la propria storia in vista di un grande progetto di modernizzazione.

Domenico Mennitti

 

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