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La Babele di Prodi

LIBERAL BIMESTRALE
di Luigi Mazzella
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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La sensazione dell’opinione pubblica, piuttosto diffusa anche se scarsamente approfondita e ancor meno scientificamente indagata, è che nel mondo occidentale vi sia, nelle simpatie e nei consensi delle collettività che partecipano alle votazioni elettorali un bipolarismo reale (ritenuto rasserenante ai fini del mantenimento dell’alternanza nella vita democratica) di forze politiche di «destra» e/o di schieramenti di «sinistra». I «mass media», a sostegno di tale sensazione e a mo’ di semplificazione espositiva, dicono e scrivono in forma sintetica che negli Stati Uniti ha vinto o perso la «destra» di Bush mentre in Gran Bretagna ha trionfato o ha subito una sconfitta la «sinistra» di Blair. O che Schroeder, uomo di «sinistra», ha conquistato o è stato costretto a lasciare il potere in Germania, e così via. A ben vedere, le cose sembrano stare diversamente. Oggi, nei Paesi dell’Occidente capitalistico, la «sinistra» per così dire «tradizionale» dovrebbe ritenersi, a un esame più approfondito, semplicemente, inesistente. Il confronto avviene solitamente tra due schieramenti che si dichiarano entrambi riformisti ed entrambi moderati. Quel coagulo di forze che, un tempo, insoddisfatte com’erano, del presente (delle cui storture incolpavano in modo manicheo il capitalismo, considerato espressione delle forze del Male) proclamavano di desiderare, taluni in via rivoluzionaria, altri in via riformistica, un futuro diverso, di cui delineavano sia pure a grandi tratti i contorni, desumendoli dalle utopie di dottrine socialiste o altrimenti ispirate a concezioni progressiste sembra aver perso diritto di cittadinanza nella parte più evoluta del pianeta che risulta dominato, in modo ormai incontrastato, dal liberalismo, più o meno variamente interpretato. Se questa diagnosi è esatta, si deve ritenere che una cospicua parte delle forze politiche contrabbandi, quindi, la vecchia «etichetta» della «sinistra» in modo del tutto improprio. Essa, in effetti, a un attento esame, appare tutt’altro che diversa (e solo su particolari politici di secondaria importanza) dalla parte che si definisce di «destra» (che, peraltro, ha anch’essa modificato qualche suo connotato un tempo più deciso e oltranzista, spingendosi verso il centro.
Il cemento che sembra, dunque, aggregare coloro che continuano a contrapporsi ai moderati riformisti di destra, più che su comuni orientamenti ideologica o di utopistica, stravolgente prospettiva politica, deve ritenersi fondato o su antiche pratiche di frequentazioni partitiche o su nuovi coincidenti interessi di «occupazione» delle istituzioni del Paese, partendo tutti insieme all’attacco da un medesimo versante convenzionalmente etichettato di «sinistra». Può essere questa la ragione per cui la vittoria dell’uno o dell’altro schieramento lascia di solito del tutto indifferenti, da un lato, i cosiddetti poteri forti dell’economia, che avvertono di essere del tutto indenni, comunque vadano le cose, dalla messa in pericolo dei loro interessi e dall’altro, le masse, rassegnatamente consapevoli del fatto che le loro condizioni personali di più o meno accettabile benessere o, per converso, di indesiderato ma ineliminabile malessere dipendono da congiunture economiche certamente imprevedibili e assolutamente «ingestibili» o forse «governate» da esperti a livello internazionale di carattere non elettivo e quindi politicamente irresponsabile. Nessuno sembra più credere a un reale «controllo» e a una vera, diretta «gestione» delle medesime congiunture da parte dei parlamentari e dei governanti del proprio Paese nella direzione del «mandato» chiesto e ottenuto su certe basi di consenso. Si osserva da più parti, con sempre maggiore frequenza, che quale che sia stata la volontà espressa dall’elettorato, i prescelti a governare dai nostri contemporanei cittadini dell’Occidente appaiono inclini più a guadagnarsi apprezzamenti e gratificazioni da parte di organismi economico-finanziari internazionali o di agenzie operanti nello stesso settore che non a tenere fede agli impegni assunti con i loro votanti. E che quando quest’ultima ipotesi si verifica, lo scotto è l’isolamento internazionale e la condanna della comunità mondiale degli affari. C’è anche chi azzarda l’ipotesi che l’esito delle battaglie elettorali in questi Paesi appassiona solo le «tifoserie» degli «ultras» appartenenti all’uno o all’altro dei poli in contesa.
In questa situazione di bipolarismo che sebbene fortemente conclamato sembra essere solo fittizio, la «sinistra» non convertitasi al verbo liberale e rimasta fedele a ipotesi magari aggiornate di tradizionali ideologie, ha annaspato per un po’ di tempo nelle sabbie mobili alla ricerca di una nuova identità. In particolare i marxisti, certamente a causa della pessima realizzazione concreta di quei principi elaborati dal filosofo tedesco, hanno sofferto duramente per il fatto che quel loro sistema di idee era stato sonoramente sconfitto dalla storia e che era divenuto, per effetto dell’inesorabile logica del tempo, inadeguato a cogliere tutte le stravolgenti trasformazioni intervenute nella vita economica, politica e sociale non solo delle collettività più evolute ma dell’intero orbe terraqueo. Hanno avvertito, con rammarico, l’inattualità degli «anticapitalisti» dell’epoca dell’industrialesimo nell’era della globalizzazione. Hanno capito che le fabbriche - peraltro ridotte nel numero - oggi sono divenute più inquinanti che alienanti, che lo sfruttamento operaio e il plus valore dei cosiddetti «padroni» era diventato ben poca cosa rispetto ai profitti degli speculatori «digitali», realizzati senza fabbriche e senza produrre beni, che il «mito» della forza delle masse operaie è divenuto un ricordo del passato e che il desiderio di lotta dei diseredati ha ceduto il passo all’illusione, abilmente alimentata dai «mass-media», che ogni quisque de populo possa diventare ricco solo che inventi un service di una qualche utilità, che i sindacati non sono più organizzati in modo ferreo, dopo la frantumazione dell’unità dei luoghi di lavoro per l’organizzazione a rete della new economy. È divenuta dominante nella vecchia sinistra marxistica la sensazione che sia del tutto privo di senso, dopo la distruzione dell’immagine dello Stato (socialista e non) e dei suoi «servitori», ipotizzare che le masse possano coltivare la speranza che i mezzi di produzione sottratti ai privati e affidati alla collettività organizzata nell’apparato pubblico possano dare non solo uguaglianza ma benessere e libertà a tutti. Sono divenuti consapevoli che camici bianchi da laboratori tecnologici e digitazioni soft hanno soppiantato tute blu e mani callose, che i mezzi di produzione della ricchezza (talvolta persino esorbitante, oltraggiosa ed eccessiva) sono divenuti impalpabili, occulti, segreti, quasi invisibili e che non può esservi «rivoluzione d’ottobre» che riesca a stanare i «padroni» dai «palazzi» elettronici, per loro natura inattaccabili e indistruttibili. In conclusione, divenute desuete le analisi più acute e intelligenti del grande filosofo politico di fine Ottocento, la vera forza cui poteva competere il titolo di «sinistra» si è resa conto che è diventato difficile aggregare masse nel nome di quei vecchi e superati, anche se all’epoca molto suggestivi, principi.
Si è anche giustamente dedotto dai mutamenti intervenuti sul pianeta che sarebbe pressoché impossibile, se non per ottenere adesioni di poche generazioni ormai, richiamarsi, con speranza di consensi diffusi, a simboli e bandiere di antiche lotte, di battaglie passate anche se gloriose e che le grandi manifestazioni di un tempo con drappi al vento e musiche infervoranti rischiavano di assomigliare sempre di più - con il passare del tempo - ai raduni dei reduci o degli alpini, con tutto il rispetto che si deve a tali apprezzabili riunioni. Deve ritenersi questa la ragione per cui la parte più radicale della sinistra occidentale, per prospettare l’esigenza di una presenza di una vera sinistra nel contesto politico non intenda più proporre un tardivo «revival» di ideologie che il tempo e la storia sembrano avere definitivamente logorato e meno che mai aggrapparsi a deboli e malfermi rami di salvataggio (imprecisate e confuse «terze vie»), nell’illusione che possano valere a trarre la sinistra fuori dal pericolo di sprofondare nel baratro di un sostanziale oblio e tenti, invece, di darsi carico di canalizzare in un alveo per così dire democratico le «intuizioni» dei cosiddetti movimenti, indistinte e ancora confuse e prive, allo stato, di una adeguata e possibile prospettiva politica. Si tratta di un tentativo molto ingegnoso ma che presenta il rischio di recidere ogni possibilità d’intesa di questa sinistra radicale con la sinistra moderata, convertita alle idee liberali e soprattutto con quel centro che, volendo un dialogo a sinistra, non intende certamente spingersi sino al punto di condividere le istanze ribellistiche, anche se non violente, dei movimenti.
 

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