Il dato più sorprendente nella storia del Movimento sociale italiano è la sua esistenza. Una disposizione transitoria della Costituzione vieta la «riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Due leggi - la prima del 3 dicembre 1947, la seconda del 20 giugno 1952 - definiscono i partiti fascisti, ne prevedono lo scioglimento, puniscono l'apologia del fascismo e le manifestazioni fasciste. Non basta. Un articolo del trattato di pace ammonisce l'Italia a non tollerare la rinascita di organizzazioni fasciste. Ma questo poderoso apparato di norme nazionali e internazionali non impedisce la costituzione, dopo la fine della guerra, di un partito che ha una evidente ispirazione fascista, ne ostenta le liturgie ed è formato in buona parte, da esponenti della Repubblica sociale italiana. Molti uomini politici denunciano la sua incostituzionalità e chiedono la sua soppressione. Un ministro degli Interni, Mario Scelba, propone una legge che ne provocherebbe lo scioglimento e spera che il Parlamento l'approvi prima delle elezioni amministrative del maggio 1952. Ma la legge, dopo il sì del Senato, resta a lungo in commissione alla Camera e lo stallo permette al Msi di chiudere la campagna elettorale al Colosseo con un protagonista ingombrante: Rodolfo Graziani, comandante delle forze armate della Repubblica sociale italiana, condannato a diciannove anni di reclusione nel maggio del 1950, ma scarcerato nei mesi seguenti grazie a un condono. In un libro recente (Una storia della Repubblica dalla fine della monarchia a oggi, Rizzoli), Giano Accame ricorda che la legge giunge in aula il 28 maggio, dopo le elezioni, quando il Msi ha ottenuto in Meridione un milione di voti ed è entrato nelle amministrazioni di Napoli, Bari, Foggia, Benevento e Salerno.
Oggi molti si stupiscono che l'Italia repubblicana e antifascista, «nata dalla Resistenza», non abbia voluto o potuto sopprimere un partito di così evidente ispirazione fascista. Allora il fenomeno parve invece naturale e inevitabile. Il fascismo era crollato, il 25 luglio del 1943, grazie a una specie di colossale operazione trasformistica. Ma la nascita della Repubblica sociale italiana aveva dimostrato che Mussolini continuava a suscitare, nonostante tutto, i consensi di una parte del Paese e che il fascismo aveva evidenti radici nazionali. Piuttosto che prolungare le divisioni del Paese i partiti antifascisti preferiscono proclamare l'amnistia, prendere atto della realtà e chiudere un occhio sulla reale natura del Movimento sociale italiano. Il Msi quindi è l'inevitabile risultato della frettolosa ipocrisia con cui l'Italia dopo le «punizioni esemplari» dell'immediato dopoguerra ha rimosso e accantonato per il momento la questione fascista. Sarebbe stato possibile, forse, eliminarlo qualche anno dopo. Ma i consensi elettorali e il tentativo fallito di Scelba gli garantirono una sorta d'impunità politica. Nessuno osò mettere al bando, insieme al partito, coloro che gli davano il loro voto.
Dal 1952 quindi il Msi diventa una inevitabile pedina del gioco politico italiano. Ce ne accorgemmo, per l'appunto, in occasione delle elezioni amministrative del maggio 1952. A Roma le sinistre costituirono un Blocco del popolo e ne affidarono la guida a un vecchio presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti. Una parte del mondo cattolico decise di scongiurare a tutti i costi la vittoria dei «rossi» e cercò di organizzare una lista civica aperta a tutte le forse anticomuniste, fra cui, se necessario, monarchici e missini. Interpellato, Don Sturzo avallò questa prospettiva e il Vaticano parve dare le sua approvazione. L'operazione fallì perché De Gasperi, appoggiato dai partiti di centro e dai giovani di Azione cattolica, riuscì a dissuadere Pio XII. Temeva che l'iniziativa avrebbe messo in discussione la formula centrista su cui egli aveva costruito la propria leadership.
Ma l'operazione tentata da Sturzo nel 1952 contro i comunisti riuscì nel 1958 con il loro appoggio. Il 23 maggio di quell'anno un esponente della corrente di Mario Scelba, Silvio Milazzo, fu eletto alla presidenza della Giunta regionale siciliana contro il candidato ufficiale della Dc da una maggioranza trasversale in cui erano presenti, insieme ad alcuni dissidenti democristiani, il Pci, il Psi, il Psdi e i monarchici. Della giunta che fu costituita nei giorni seguenti, con il voto delle sinistre, fece parte anche un missino. Alla Camera, il 6 dicembre 1958, Togliatti spiegò così, con un certo disagio sintattico, le «convergenze di Palermo»: «È inevitabile, nel momento che si manifesta una tendenza simile - e voi non potete negare che essa si manifesti - la degenerazione del regime democratico parlamentare in un regime di monopolio non più soltanto di un partito, ma di una persona e degli aderenti a questa persona, è inevitabile che vengano alla luce punti di contatto tra tutti coloro che non accettano una simile trasformazione».
Anche a Gronchi e a Tambroni, due anni dopo, l'uso del Msi dovette sembrare inevitabile. Il modello centrista si era progressivamente logorato e una parte della Democrazia cristiana lavorava da tempo a quella che venne definita allora l'«apertura a sinistra», vale a dire un governo composto prevalentemente da democristiani e socialisti. È probabile che questo fosse altresì l'obiettivo del presidente della Repubblica. Ma Giovanni Gronchi, eletto al Quirinale nel 1955, aveva un secondo obiettivo: voleva affermare il ruolo del capo dello Stato e imprimere, di fatto, una svolta presidenzialista alla prassi costituzionale italiana. L'esempio della Francia, dove il generale de Gaulle aveva conquistato il potere nel maggio del 1958 e modificato la Costituzione pochi mesi dopo, lo incoraggiava in questa direzione. L'occasione venne quando il presidente del Consiglio, Antonio Segni, perdette l'appoggio dei liberali di Giovanni Malagodi e fu costretto a dimettersi. Era il 24 febbraio del 1960. Il 20 marzo, dopo quattro settimane di incarichi, esplorazioni e rinunce, Gronchi tagliò corto e affidò la formazione del governo a un democristiano di sinistra, Fernando Tambroni, che ebbe in Parlamento l'appoggio esterno del Msi. Nelle intenzioni di Gronchi il governo avrebbe aperto a sinistra con una maggioranza «milazziana», ma l'iniziativa non piacque a quella parte della classe politica (Fanfani, La Malfa, Saragat) che si opponeva ai disegni presidenzialisti del Quirinale. Il dissidio, in altre parole, non fu sulla strategia di Tambroni, ma sul modo in cui Gronchi stava modificando di fatto il sistema politico italiano.
L'occasione dello scontro fu il congresso che il Msi avrebbe dovuto tenere a Genova agli inizi di luglio. Nelle intenzioni del suo segretario, Arturo Michelini, «e della parte più matura della classe dirigente missina», il congresso, secondo Giano Accame, «era destinato... a sancire la definitiva legittimazione democratica di un movimento sorto nel dopoguerra dalle nostalgie fasciste... ». Ciò che accadde a Genova e in altre città italiane tra la fine di giugno e i primi di luglio è stato ricordato qualche mese fa, da diversi angoli visuali, in occasione del quarantesimo anniversario di quelle manifestazioni. Tambroni cercò di resistere, denunciò l'esistenza di un «piano» comunista e disse alla Camera, appellandosi a una sorta di «sfiducia costruttiva», che si sarebbe dimesso soltanto se si fosse costituita nel frattempo un'altra maggioranza. Ma fu abbandonato dal partito, condannato da sessantuno intellettuali cattolici e costretto a dimettersi. Quell'episodio ebbe nella storia della Repubblica una serie di conseguenze negative. Riaffermò il ruolo dei partiti nella definizione delle grandi strategie nazionali, spense sul nascere qualsiasi prospettiva presidenzialista, garantì ai comunisti un uso privilegiato dell'antifascismo, permise alla piazza di dettare la politica del governo e dette un brusco colpo di freno all'ingresso del Msi nella politica nazionale.
Respinto alla periferia del sistema politico nazionale il Movimento sociale fu indotto da quelle vicende a giocare contro il sistema e a sfruttarne le debolezze. Si alleò con i monarchici quando credette di potere utilizzare, contro il centrosinistra, l'«amor di patria». Fu meridionalista quando la riforma regionale suscitò le proteste della Calabria. Divenne «presidenzialista» quando fu chiaro che il regime era incapace di generare governi stabili e autorevoli. E chiuse gli occhi, probabilmente, quando certe sue frange cominciarono a «flirtare» con la destra eversiva negli anni in cui la Prima repubblica sembrò traballare sotto le spinte del terrorismo.
Il resto è storia recente. Il collasso dei partiti di centro e la legge elettorale del 1993 permisero a Berlusconi di fare nel 1994 ciò che Gronchi e Tambroni non erano riusciti a fare nel 1960. Gianfranco Fini ebbe in quella circostanza il merito di comprendere che occorreva assecondare e facilitare la mossa del leader di Forza Italia. Cambiò il nome del partito e cercò di sbarazzarsi della zavorra fascista che ancora appesantiva in quegli anni il bagaglio del partito. Incontrò molte difficoltà, commise qualche errore tattico (l'elogio di Mussolini in una intervista ad Alberto Statera, apparsa sulla Stampa), trovò sulla propria strada gli irriducibili del partito. Ma poté contare sull'interesse di Berlusconi e sulle esigenze di un sistema che stava diventando tendenzialmente bipolare. L'operazione non può dirsi ancora completa. Manca il viaggio a Israele, con cui Fini vorrebbe chiudere l'imbarazzante capitolo dell'antisemitismo. E vi è sempre il rischio che alcuni uomini politici europei, se Berlusconi vincerà le prossime elezioni, rifiutino di stringere la mano dei ministri di Alleanza nazionale. Per evitare questo rischio Fini ha cercato di dare al suo partito una rispettabile collocazione europea e ha stretto rapporti con i gollisti al parlamento di Strasburgo. Può sembrare paradossale a prima vista che gli eredi di Mussolini possano andare d'accordo con gli eredi di de Gaulle. Ma Alleanza nazionale potrebbe sostenere, non senza un pizzico di ragione, che gli uomini di Salò e quelli della «France libre» ebbero, pur militando in campi opposti, lo stesso senso dell'onore. I gollisti condannarono l'armistizio del 1940 e decisero di continuare a combattare con il vecchio alleato. I fascisti della Repubblica sociale fecero, nell'altro campo, una scelta analoga. Non credo tuttavia che Gianfranco Fini invocherebbe questa somiglianza. Ha approfittato del dibattito «revisionista» degli scorsi mesi, ma non vuole lasciarsi coinvolgere in discussioni che finiscono inevitabilmente per ricordare alla pubblica opinione l'ascendenza fascista del Msi. Dopo la pubblicazione delle memorie autobiografiche di Roberto Vivarelli sulla sua giovanile adesione alla Repubblica sociale, Fabrizio Rondolino, intervistandolo per La Stampa, gli ha chiesto: «Si è riaperto il dibattito su Salò: lei che ne pensa?». E Fini, saggiamente, si è limitato a rispondere: «È un dibattito che lascio agli storici. Non voglio prestarmi a nessuna strumentalizzazione politica». Credo abbia capito che queste discussioni storiografiche sono un esercizio per intellettuali organici disoccupati e possono persino, nella peggiore delle ipotesi, allungare di qualche anno la vita di due categorie - fascismo e antifascismo - ormai del tutto inutili e artificiali.
Il problema di Alleanza nazionale è un altro. È ancora apparentemente un partito nazionale e sociale, quindi poco attento ai problemi dell'integrazione europea e presente in quelle parti della società meridionale che credono di avere bisogno, per il loro sviluppo, di uno Stato generoso. Si colloca quindi fra i partiti meno moderni dell'arco politico nazionale ed è destinato a frenare le componenti europeiste e liberiste del centrodestra. Il suo leader dovrà trovare un difficile passaggio tra gli imperativi europei della politica nazionale e le richieste del suo elettorato. Se andrà al governo e diverrà, come è stato detto negli scorsi mesi, vicepresidente del Consiglio, Fini dovrà fare questa operazione da Palazzo Chigi mentre altri, all'interno del partito, approfitteranno verosimilmente della sua assenza per distinguersi e affermarsi con una politica più «nazionale». Sarà quello il momento in cui vedremo se Fini ha la stoffa per essere un giorno presidente del Consiglio.
Sergio Romano