E' appropriato che il dibattito sul Ppe avvenga sulle colonne di liberal: deprime infatti che a ferragosto la discussione si sia svolta con battute e spunti solo tattici. Ci sono due modi per affrontare il tema, uno è quello legato all’agenda quotidiana, ai rapporti fra Forza Italia e Udc, alle punture di spillo tra i leader e i loro luogotenenti; l’altro modo consiste nell’inserire la questione del Ppe in una riflessione sul sistema politico italiano, ed è il mestiere di liberal sin dalla sua nascita. Speriamo dunque di sottrarre il tema del Ppe alla deriva tattica che ne inibirebbe il decollo. Partiamo da un chiarimento: il Ppe non è l’Internazionale democristiana, d’accordo, ma i suoi lineamenti ideali e culturali risentono integralmente del fatto che a fondarlo siano stati i grandi democristiani dei decenni trascorsi. Perché in Europa la Dc si è evoluta nel popolarismo, ha integrato la militanza laica, ha occupato l’area moderata, e in Italia no? La ragione principale è che la Democrazia Cristiana stava già nel Ppe meno a suo agio di quanto oggi ci stia Forza Italia: il partito di Berlusconi, come l’Udc, sono forze nate nella sfida del bipolarismo e dunque dell’alternativa alla socialdemocrazia. La Democrazia Cristiana italiana era guidata nella cultura, prima che nella prassi, dalla sinistra Dc che viveva la distinzione dai comunisti come una rottura, forse necessaria, ma comunque dolorosa dell’unità ciellenista; esistevano nella Democrazia Cristiana correnti moderate e anticomuniste ma esse con la sinistra interna attuavano una singolare transazione per cui ai moderati toccava il governo e ai sinistri quanto riguardava la cultura, il progetto e in ultimo persino la gestione del partito. Nell’ambito del Ppe la Dc italiana occupò sempre l’estrema sinistra, non è un caso che alla fine gli eredi della sinistra Dc, vale a dire il partito Popolare italiano, siano usciti dal Ppe. Eppure già negli anni Settanta Pasolini Zanelli scriveva un bel libro per consigliare alla Dc italiana di diventare una forza liberal-cristiana, versione italiana insomma del Ppe. I democristiani italiani snobbarono il consiglio, le cose sono andate poi nel modo che sappiamo. Oggi si riparla del Ppe. Abbiamo già detto che occorre sganciare la tattica dalla strategia: nella tattica Forza Italia ritiene che il Ppe possa domare Follini e agganciare Mastella e altri democristiani del centrosinistra. Va anche bene, ma serve anzitutto una strategia, ed essa non può che essere legata a un pensiero di sistema. Il Paese normale evocato da D’Alema dovrebbe imperniare il sistema politico sull’alternanza tra popolari e socialdemocratici. Non è il luogo di ipotizzare l’arco di forze collocabile nella socialdemocrazia ma l’esercizio di laboratorio può ipotizzare lo stesso arco dell’attuale Ulivo compreso Prodi. Kohl si ostina a indicare a Prodi la via del Ppe ma qualcuno, magari Buttiglione, dovrà spiegargli in tedesco che Prodi nelle idee somiglia più a Jaques Delors che a Kohl stesso. In Austria è avvenuto che popolari e socialdemocratici hanno governato insieme, era un centro-sinistra col trattino, come piace a Cossiga; il progetto di Prodi contempla invece un centrosinistra senza trattino e un partito dell’Ulivo che comprendendo i Ds non può che essere la socialdemocrazia italiana.
Chi sono i popolari in Italia? Potremmo dire tutti tranne quelli che ne portano il nome, vale a dire gli ex popolari confluiti nella Margherita. Se in Europa popolare è l’alternativa alla socialdemocrazia, è inutile fare ricerche nel campo dell’Ulivio dove la discussione è se entrare o inglobare la socialdemocrazia, mai opporvisi. Il restante arco di forze è campo di battaglia per la costruzione del Ppe: Forza Italia, Udc, Udeur e popolari non legati alla necessità del partito unico dell’Ulivo, Gerardo Bianco per intenderci e pochi altri. Escludiamo per ora Alleanza Nazionale e la Lega perché non risulta un interesse qualificato di questi partiti per il progetto. Torniamo al Ppe. Come si possono unire in un solo partito le forze potenzialmente interessate al progetto? Diciamo che si può fare una federazione oppure un partito unico. L’esperienza consiglia una federazione per tanti motivi. Primo: le unificazioni di partiti non hanno mai funzionato bene, si pensi al disastro dell’Udr di Cossiga, ma anche all’esperienza dell’Udc di Follini che se ha sommato alle elezioni europee i voti di Ccd, Cdu e De intanto, però non ne ha aggiunti altri, e poi con D’Antoni ha perso uno dei tre pezzi e oggi si profila come un assorbimento del Cdu di Buttiglione nel vecchio Ccd di Casini. Oltretutto i partiti citati, da Forza Italia all’Udc e gli altri, non sono case di vetro ed esempi di democrazia e partecipazione per cui c’è da giurare che il nuovo Ppe nascerebbe assemblando gli attuali partiti personali in uno nuovo modellato alla stessa maniera. Ne verrebbe fuori un Ppe in cui si accomoderebbero gli spezzoni soddisfatti del ceto politico centrista e ne uscirebbero fuori, con pretesti più o meno brillanti, quelli più insoddisfatti secondo la prassi della seconda Repubblica. L’ideale è una federazione: ognuno resterebbe padrone a casa propria, anzi le case potrebbero pure incrementarsi, nel senso che il Ppe potrebbe agganciare nella sua federazione liste civiche, esperienze regionali, movimenti tematici. La legge elettorale per l’elezione dei sindaci, dei presidenti di Provincia e di Regione consiglierebbe inoltre la federazione perché in tal modo ciascuna sigla potrebbe produrre una propria lista arricchendo e moltiplicando l’offerta di candidati e dunque la raccolta di voti del Ppe. Certo, la federazione non dovrebbe ridursi a un preambolo politico, ma essere e funzionare come un vero partito: le decisioni più importanti che impegnano i federati dovrebbero essere prese negli organi della federazione, alla federazione, proprio come avviene nel Ppe, ci si potrebbe iscrivere anche senza passare per i partiti federati, a titolo individuale. Insomma, bisognerebbe trovare un compromesso per semplificare l’area del popolarismo in organi e messaggio politico unico senza però sciupare una pluralità di presenze organizzate che intanto ci sono e non si fanno annullare, e poi possono essere una risorsa nelle elezioni amministrative in cui i moderati arrancano sempre un po’.
Altra questione preliminare per una fondazione autentica e non estetica della federazione popolare è il tema delle alleanze: noi riteniamo che in coerenza col contesto europeo il Ppe in Italia debba nascere in alternativa alla sinistra. Ma è la nostra tesi, seppur presumibilmente maggioritaria. Il tema delle alleanze è decisivo ma non determinante per la nascita e la vita di un partito: il tema decisivo è l’identità. Bisogna dunque proporre una Carta dei valori, dei principi e dei programmi del popolarismo italiano, senza dare per scontato l’appiattimento su una generica posizione cattolica che oltretutto non è né nella tradizione laica della Dc, né nell’ispirazione attuale del Ppe. Sulla Carta del Ppe bisognerebbe richiamare le adesioni di tutti, senza trucco e senza inganni, rinviando al democratico congresso della federazione la scelta dell’alleanza. Potrebbe nascere un Ppe alternativo alla sinistra e dunque capace di riguadagnare l’alleanza già siglata da Berlusconi con la Lega e con Alleanza Nazionale, magari stavolta su basi più politiche; ma potrebbe anche avvenire che il nuovo Ppe in Italia arrivi alla conclusione che l’accordo con le destre è un ostacolo alla realizzazione del proprio programma di modernizzazione del Paese e dunque ricerchi nella pari dignità un’intesa con l’altra forza di sistema che riesca a compiere il medesimo sforzo, la sezione italiana del Pse (era in forma grezza la suggestione che sorreggeva la Bicamerale di D’Alema, che ispirò il tentativi di Maccanico, che aleggia talvolta in qualche corsivo dell’Elefantino sul Foglio o in qualche annotazione del quotidiano di sinistra Il Riformista). Una posizione sia pure solo concettualmente aperta sulle alleanze aiuterebbe il Ppe a nascere con l’adesione anche di coloro che non condividono l’opzione di alleanze attualmente privilegiata da Forza Italia e Udc. Meno problematica è la questione della leadership: il moderatismo italiano ha tradizione di leadership plurale per cui certamente il Ppe avrebbe una guida collettiva ma altrettanto naturalmente la leadership sarebbe di Silvio Berlusconi, l’uomo politico grazie al quale oggi è possibile parlare di queste cose; senza di lui il sistema italiano si sarebbe organizzato come in Umbria, in Toscana e in Emilia, con una sinistra di governo e tante minoranze gialle non coalizzabili. È sperabile che il dibattito sul Ppe prosegua e in tempi brevi provochi quei cambiamenti che ne facciano non già una restyling del Polo ma il contributo determinante alla fine della troppo lunga transizione italiana.