vai

 

 

 Archivio libri

archivio_libri
vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

foto9

foto9

Read More

foto10

foto10

Read More

foto11

foto11

Read More

foto12

foto12

Read More

foto13

foto13

Read More

foto14

foto14

Read More

foto15

foto15

Read More

foto16

foto16

Read More

foto17

foto17

Read More

foto18

foto18

Read More

foto19

foto19

Read More

foto20

foto20

Read More

foto21

foto21

Read More

foto22

foto22

Read More

Il riformismo immaginario

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Badeschi
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

Torna al sommario
Fl3
Sono d'accordo con Brunetta: l'Ulivo non è uno schieramento di centrosinistra, per l'ottimo motivo che in esso la sinistra (i Ds) ha un peso schiacciante, mentre il centro è una forza assolutamente subalterna e priva di proposte politiche autonome, un insieme di partitini e di gruppetti, in perenne lite fra loro, la cui qualifica centrista è assai dubbia. Come è stato giustamente rilevato, infatti, un «centro» è veramente tale se mette in conto la possibilità di allearsi di volta in volta o con la sinistra o con la destra, a seconda delle situazioni, e quindi a seconda delle possibilità di realizzare i propri programmi. Non è un «centro» quello che è votato, sempre e comunque, a una alleanza esclusiva con la sinistra, poiché, in questo modo, esso è subalterno alla sinistra medesima, e quindi, appunto, non è più un «centro». A veder bene, dunque, l'Ulivo non è uno schieramento di centrosinistra, bensì tutt'al più di sinistra-centro e per certi versi di sinistra tout court (se si tiene presente che i popolari altro non sono che la vecchia sinistra democristiana, di ispirazione dossettiana). Quando D'Alema ha sostituito Prodi alla presidenza del Consiglio, ha fatto dunque qualcosa di politicamente giusto e necessario (anche se ha sostituito un premier legittimato dal voto degli elettori, con un altro premier, se stesso, legittimato solo da una manovra di palazzo, secondo una vecchia tecnica che si pensava ormai in disuso): perché ha mostrato la vera realtà e cioè che il centrosinistra era solo un'etichetta, un'espressione senza sostanza, un mero fantasma. In realtà, la coalizione al governo era una coalizione di sinistra, sicché era inevitabile che il suo vero leader, Massimo D'Alema, ne diventasse il premier. Ma che cos'è poi questa coalizione di sinistra da un punto di vista politico e ideologico? Il governo D'Alema ne è stato l'espressione più schietta e più genuina; peccato che esso sia stato un'esperienza penosissima, sia per la sua completa mancanza di spinta riformatrice, sia (ma è la stessa cosa) per la sua completa incapacità di sintonizzarsi con i grandi problemi del Paese. Raramente, infatti, si è assistito, negli ultimi cinquant'anni, a uno spettacolo così sconcertante. Il premier dichiarava durante un viaggio all'estero che il governo sarebbe intervenuto in tempi brevi sulle pensioni di giovinezza (dette anche, impropriamente, di anzianità) e sulla ridefinizione dello Stato sociale; ma, rientrato in Italia dopo un severo richiamo di Cofferati, il premier dichiarava di non aver mai dichiarato alcunché. Il ministro della Pubblica istruzione, Luigi Berlinguer, disfaceva la scuola (o quel poco che ne rimaneva) e umiliava gli insegnanti, ma il premier non si accorgeva di nulla; il ministro della Sanità, Rosy Bindi, attuava la sua riforma sanitaria nel modo più demagogico e irrealistico possibile, umiliando i medici, ma il premier non si accorgeva di nulla. Egli era troppo preso dall'alta politica (quella che lo vedeva impegnato nei duelli con Cofferati, con gli esiti che sappiamo), per occuparsi della politica di tutti i giorni. Intanto, però, la sinistra una sua corposa concretezza la mostrava, ma nel modo peggiore, attraverso una massiccia e implacabile occupazione del potere: ministeri (direzioni generali), enti statali, parastatali. Una sorta di arrembaggio senza freni, senza limiti, senza misura. Senonché gli elettori (la famosa «gente») avvertivano assai bene tutto ciò. Cioè avvertivano che la coalizione al governo non era affatto un centrosinistra, bensì era solo e soltanto una sinistra, e di vecchio stampo; che essa era una forza non di innovazione (di cui il Paese ha un disperato bisogno), bensì di conservazione, incapace di una politica seria in qualsivoglia campo. Conseguentemente, gli elettori hanno ritenuto che su una sinistra di questo tipo dovesse cadere una condanna assai dura. Di qui il voto delle elezioni regionali; di qui la scelta delle regioni più evolute del nord. Un diluvio per la coalizione di governo. Ma D'Alema non aveva fiutato nulla: segno evidente di una profonda frattura fra lui e il mondo reale. (Questo però pone un problema che non possiamo affrontare qui: si tratta infatti di capire perché mai il gruppo dirigente Ds si sia rinchiuso dentro il partito al punto da compromettere così gravemente i propri canali di comunicazione con la società civile). Ma una cosa è importante rilevare: e cioè che tutto ciò è il risultato di una profondissima crisi ideale e culturale. La sinistra post-comunista, infatti, non ha più una cultura, non ha più punti di riferimento ideali e quindi non ha più un progetto. Non è più niente. Si potrebbe dire che essa esiste perché è stata salvata dalle procure, non per virtù propria. È un coacervo di gruppi tenuti insieme solo dall'istinto di conservazione e dal nettare del potere. Si riscontra qui un vizio d'origine, che risale al passaggio dal Pci al Pds e al modo in cui tale fatale passaggio fu realizzato: senza una coraggiosa critica del passato e senza una correlativa, coraggiosa scelta politico-culturale (senza una Bad Godesberg, insomma). Il cambiamento del nome del partito divenne così una operazione estrinseca, imposta dalle circostanze, ma priva di sostanza. Aveva ben ragione Emanuele Macaluso quando scriveva, sulla sua rivista Le ragioni del socialismo (nel numero di marzo di quest'anno), che allorché il gruppo dirigente comunista decise di traghettare il Pci verso un'altra sponda, si capì da dove la nave partiva, ma non si sapeva quale fosse e dove fosse l'altra sponda. «Cioè, mentre erano chiari i motivi per cui la nave comunista doveva disincagliarsi da dove si era arenata, non si capì qual era la sponda su cui voleva approdare. Ora, chiamare “gruppo dirigente” il comando di una nave che non conosce la rotta, naviga a vista e non sa nemmeno dove attraccare è, quanto meno, esagerato». Il fatto poi che successivamente - aggiungeva Macaluso - la nave abbia trovato riparo, che il suo nocchiero e la sua ciurma siano fortunosamente sbarcati a Palazzo Chigi, «non giustifica un giudizio di affidabilità politica». No, non giustifica affatto un tale giudizio. Quanto è accaduto dal governo D'Alema in poi lo ha pienamente dimostrato. Il fatto è che il gruppo dirigente post-comunista ha abbandonato una cultura (anche se ha conservato molto della vecchia mentalità), ma non si è dato una nuova cultura. Solo questo può spiegare un'incredibile, stupefacente intervista di Veltroni al Corriere sulla necessità di dar vita in Italia a un partito «socialista di stampo europeo». Si badi (vale la pena di rilevarlo): Veltroni non dice che vuole dar vita a un «partito socialdemocratico», perché per i post-comunisti la socialdemocrazia resta un tabù, qualcosa di riprovevole; un'inammissibile capitolazione. Bisogna dunque creare un partito socialista «di stampo europeo». Senonché Veltroni vuole fare questo partito con Diliberto e Cossutta, e poi con Boselli e i suoi amici. Incredibile e stupefacente, dicevo. Perché come si possa fare un partito socialista «di stampo europeo» con i comunisti solo Dio lo sa. E come si possa proporre al povero Boselli e ai suoi quattro amici di fare lega con Diliberto e Cossutta (e quindi di suicidarsi definitivamente) è altrettanto oscuro. Ma non meno singolare è la ricerca veltroniana di padri nobili a cui richiamarsi: Gramsci, più Rosselli, più una spruzzata di azionismo (quello di ispirazione gobettiana, s'intende). Sarebbe tempo perso spiegare a Veltroni che il «socialismo liberale» di Rosselli e «l'egemonia del moderno Principe» di Gramsci sono cose assolutamente inconiugabili e che l'unità antifascista, pur con le sue virtù taumaturgiche, non è sufficiente a coprire tali abissali differenze. Rosselli operò una vera e propria demolizione del marxismo e quindi rifiutò la prospettiva del comunismo, da lui considerato antiliberale e destinato, sul piano pratico, a dar vita a una tirannide. Gramsci, invece, si è mosso sempre all'interno del marxismo e della prospettiva del comunismo. Spiace dover ripetere cose dette, ridette e stradette, che ci riportano ai dibattiti fra comunisti e socialisti di venti e più anni fa; ma è la linea enunciata da Veltroni che ci costringe a ripeterle. Il fatto è che l'elaborazione politico-culturale del gruppo dirigente post-comunista mostra a tutt'oggi un ritardo pauroso. È incredibile che, in un mondo come quello in cui viviamo, quel gruppo dirigente continui a tirar fuori Gramsci, Gobetti, lo stesso Rosselli (che, pur critico del marxismo, perseguì l'obiettivo del superamento del capitalismo attraverso un socialismo cooperativistico e autogestionario). È incredibile che esso non si apra a una cultura riformistica di governo e che lasci fuori dal proprio orizzonte tutta la tradizione socialdemocratica che va da Turati a Saragat, nonché la tradizione del riformismo liberaldemocratico, che ha in Ugo La Malfa una delle sue espressioni più significative. Ma finché i ds non si daranno una cultura nuova, non potranno fare una politica nuova. Il richiamo alla vecchia identità del partito è la spia principale della loro desolante vecchiezza. Non stupisce quindi, in questo quadro, che Veltroni possa pensare di fare un partito socialista «di stampo europeo» con Cossutta e Diliberto (ed è significativo che egli, non avvertendo l'enormità di tutto ciò, pretenda dal povero Boselli una benedizione a queste nozze). Con una forma mentis di questo tipo, i ds non solo non possono fare una politica nuova, non solo non possono sfondare al centro, ma sono destinati ad arroccarsi sempre più a sinistra. Come meravigliarsi, allora, che vasti settori dell'elettorato, che un tempo votavano per i partiti di centrosinistra, abbiano trasferito altrove il proprio consenso?

Post scriptum. Leggo in un'interessante intervista di Giuliano Amato alla Repubblica che a sinistra «bisogna elaborare una cultura politica adatta alla nuova realtà»; e che occorre «un partito che non diversamente dai partiti socialisti dell'inizio del secolo sappia interpretare i bisogni di un mondo che sta cambiando radicalmente, in ragione delle tecnologie, della globalizzazione, dei nuovi modi di lavorare, della conoscenza». Dunque, proprio questo è mancato sinora alla sinistra. Come volevasi dimostrare.

Giuseppe Bedeschi