Ciò che ha sempre rassicurato chi ci guardava dal di fuori era la stabilità della nostra classe dirigente: dal secondo dopoguerra, infatti, fino ai primi anni Novanta mutavano i governi, ma gli uomini al potere erano sempre gli stessi, ed erano sempre esponenti del partito di maggioranza relativa, la Dc. I comunisti erano all'opposizione, come all'opposizione erano i post-fascisti. Socialisti (dagli anni Sessanta), socialdemocratici, repubblicani, liberali, alleati alla Dc, finivano per formare la maggioranza di governo che, per la sua composizione, veniva definita di centrosinistra (dopo i governi centristi degli anni Cinquanta), con il centro a pesare più del doppio (40-45%) della componente di sinistra socialista, socialdemocratica e repubblicana (tra il 15 e il 20%). Lo stesso modello si poteva ritrovare all'interno del complesso panorama di rappresentanze sindacali: le tre grandi confederazioni - Cgil, Cisl, Uil - facevano riferimento, in maniera più o meno esplicita, a seconda dei periodi, al Pci e al Psi la Cgil, alla Dc la Cisl, ai socialdemocratici e ancora ai socialisti e ai repubblicani la Uil. La destra del Msi (i post-fascisti) aveva un proprio sindacato di riferimento denominato Cisnal, tenuto ai margini dalle tre altre sigle. Nella dialettica delle relazioni industriali Cisl e Uil erano tradizionalmente filo governative, mentre la Cgil, nonostante la componente interna socialista riformista, svolgeva un ruolo fortemente antagonista nei confronti delle politiche di governo. Il sistema elettorale proporzionale puro favoriva questa geografia di potere. Tutto questo ha funzionato fino ai primi anni Novanta, quando una tempesta giudiziaria colpisce tutti i partiti di maggioranza, lasciando pressoché indenni i post-comunisti e i post-fascisti. In quegli stessi anni, nel '93, cambia la legge elettorale: dal proporzionale puro si passa a un maggioritario spurio a turno unico. Questi due shock finiscono per cambiare l'intero panorama politico italiano: cambiano nome e forma i partiti, cambiano le coalizioni, cambiano i leader, cambia la classe dirigente un po' dappertutto, tranne che nell'area del Pci (Pds-Ds), e in quella della destra post-fascista di Alleanza nazionale. Il nuovo sistema elettorale induce forzosamente la formazione di due poli: un polo di sinistra e uno di destra. La gran parte dei cittadini sperava che questo avrebbe portato semplificazione e chiarezza. Questo non avvenne. Perché il polo di sinistra, egemonizzato dall'ex Partito comunista italiano dopo la sconfitta del '94 preferisce sorprendentemente autodefinirsi di centrosinistra, per voler stabilire una sorta di ghettizzazione del polo avversario, occupando così, almeno nella terminologia e nell'immaginario collettivo, tutta l'area politico-culturale-sociale che era stata di governo, lasciando agli avversari i non molto fertili (per la cultura e la storia italiana del dopoguerra) territori della destra. In realtà, l'area che nel '95 si autodefinisce impropriamente di centrosinistra è composta per circa un 30-35% da forze politiche di derivazione diretta o indiretta dell'ex Partito comunista italiano (Pds, Rifondazione comunista, Verdi), e per un altro 10-13% da forze centriste post-democristiane di sinistra (il Partito popolare italiano soprattutto) e poco più. Nell'altro polo Forza Italia (al 20-25%), il nuovo partito fondato dall'imprenditore Silvio Berlusconi, raccoglie invece buona parte degli elettori già democristiani, socialisti, socialdemocratici e liberali. Mentre Alleanza nazionale recupera, ricollocandoli nel gioco politico, i post-fascisti del Movimento sociale italiano, cui si aggiungono i post-democristiani del Ccd (Centro cristiano democratico). In posizione separata, anche se nelle vittoriose (per il Polo) elezioni del '94, alleata, si colloca la Lega, partito federalista, a insediamento territoriale unicamente nordista. Questa lunga premessa vuole mostrare come le due coalizioni che dalla metà degli anni Novanta si fronteggiano in Italia non siano propriamente quello che i loro nomi indicano. Il Centrosinistra di oggi non è l'erede del centrosinistra che governò l'Italia dai primi anni Sessanta al '93. Il centrodestra di oggi non è la destra, che in Italia non è pressoché mai esistita. Ambedue le definizioni sono forzate e false, anche se per differenti motivi. Tutto questo per dire che destra e sinistra in Italia non significano più un granché. Ciò che invece è opportuno per comprendere l'attuale situazione italiana è andare a ricostruire la storia delle «due sinistre» che si sono da sempre fronteggiate nel nostro Paese. Pur appartenendo allo stesso ceppo storico, le due sinistre rappresentano due visioni antitetiche del mondo. Il movimento operaio internazionale, in specie quello europeo, è stato lacerato, dalla Rivoluzione d'Ottobre in poi e per tutto il secolo fino alla dissoluzione dell'impero sovietico, da una contrapposizione insanabile che ha avuto al centro il problema della libertà. In Italia non è mai esistita la sinistra nel senso di uno schieramento di forze compatibili e sommabili fra loro. Gli albori del movimento operaio sono percorsi dal conflitto fra i fautori dell'anarchismo di Bakunin e le prime leghe socialiste che daranno vita a Genova, nel 1892, al Psi. Il Novecento è contrassegnato dalla prevalenza del socialismo sull'anarchismo bakuniniano, ma anche dal trasferimento delle tensioni rivoluzionarie e classiste, all'interno del partito, socialista nelle correnti massimaliste. Con poche eccezioni, le correnti massimaliste prevarranno nella sinistra italiana. Nel 1921 nasce il Pci per una scissione dal Psi. La scissione divide il movimento operaio e socialista proprio nel momento in cui il fascismo si accinge a conquistare, con la violenza, il potere. La scissione fu il risultato di una follia ideologica («facciamo come in Russia»), ma anche di una interpretazione errata della situazione europea. L'errore fu quello di pensare che nel vecchio continente ci fosse ancora un'ondata rivoluzionaria, mentre era cominciato il periodo della reazione. E così, la costruzione politica, sindacale, culturale di decenni di paziente lavoro riformista fu distrutto in pochissimi mesi, quelli che passarono fino al 28 ottobre 1922 (il colpo di Stato fascista di Mussolini). Il servilismo nei confronti dell'Urss, la formazione di un partito di «rivoluzionari di professione» di obbedienza sovietica condussero a una guerra fratricida che lacerò ulteriormente le forze del movimento operaio democratico già battuto dal fascismo. Per tutto il ventennio fra le due guerre, dunque, il massimalismo nella forma burocratica, poliziesca e repressiva del comunismo, portò alla sconfitta della democrazia in tanta parte d'Europa. In Italia, nella Resistenza e nel dopoguerra, il patto di unità d'azione stipulato tra il Pci e il Psiup (il partito socialista) in campo politico, la formazione di un sindacato unitario, la Cgil, i governi con la partecipazione dei 6 partiti del Cln (Comitato di liberazione nazionale) misero nelle mani dei comunisti un potente strumento «unitario», destinato a essere egemonizzato dal Pci, che era più organizzato e più determinato del partito socialista. Tutto ciò non resse alla guerra fredda. I socialisti, che nelle prime elezioni del 2 giugno 1946 risultarono il secondo partito dopo la Dc, e prima del Pci rivelarono la loro debolezza nel momento della grande scelta, quando in maggioranza si schierarono col Pci di Togliatti. In conseguenza di questa alleanza, la componente socialdemocratica all'interno del partito socialista, guidata da Giuseppe Saragat, nel gennaio 1946 diede vita a un partito autonomo. Quando il leader socialista Nenni e quello comunista Togliatti decisero di affrontare insieme la battaglia elettorale nelle fila del Fronte Popolare, Saragat fece la scelta opposta: dovendo scegliere tra la «sinistra» unitaria e stalinista e la democrazia, scelse la democrazia. Furono trattati da «socialtraditori», rivennero fuori i fantasmi del socialfascismo, ma fu inutile. Saragat contribuì a salvare il Paese nelle elezioni del 18 aprile 1948.
L'altra sinistra. L'altra sinistra aveva contribuito a salvare l'Italia e, partecipando ai governi di centro di De Gasperi, salvò una prospettiva democratica all'interno dell'area di governo, impedendo al Paese di cadere sotto una dittatura comunista, e al tempo stesso di scivolare in una, sempre possibile, restaurazione di destra. La sinistra riformista non si lasciò omologare in un fronte egemonizzato dal Pci, e non rinunciò a combattere la sua battaglia socialista e democratica. Un'altra sinistra verrà sempre fuori nei momenti più cupi, a opporsi alla deriva destinata a finire nell'egemonia del Pci, e in una sconfitta senza rimedio della classe operaia e dei lavoratori. Lo stesso leader socialista Pietro Nenni decise di rompere l'alleanza tra socialisti e comunisti, e di formare, nei primi anni Sessanta, la grande alleanza riformista con la Democrazia cristiana, dando vita al primo centrosinistra. Questo governo venne fortemente combattuto dalla sinistra comunista di Togliatti. Fu il centrosinistra a gestire il boom economico degli anni Sessanta in Italia, e ad avviare le grandi riforme (scuola, sanità, pensioni) non più procrastinabili. Con l'avvento del centrosinistra si realizzò, inoltre, una estensione della spesa pubblica per ragioni sociali, e l'unica vera nazionalizzazione esplicita, vale a dire la nazionalizzazione dell'energia elettrica. Quando il Pci guidato da Berlinguer arrivò alla sua massima espansione elettorale nelle consultazioni politiche (al 34,3% nelle elezioni del '76) e alla soglia del potere, esso venne efficacemente contrastato da una parte del Partito socialista, guidata da Bettino Craxi. Craxi rivendicava al socialismo democratico la capacità di guidare la sinistra verso una democrazia compiuta. Egli si oppose quindi al «compromesso storico» (l'alleanza di Pci e Dc) voluto da Berlinguer, che avrebbe rinchiuso l'Italia in un regime. Fu il Psi di Craxi a costituire ancora una volta l'«altra sinistra» che si rifiutava di accettare il regime consociativo dei due partiti maggiori. La strategia di Berlinguer venne infine sconfitta, e il governo tornò nelle mani dell'alleanza tra Dc e socialisti. Nell'83 il Pci tentò di impedire la formazione del governo Craxi, ma non vi riuscì.
Da Craxi ad Amato: 1983-1993. L'Italia dei primi anni Ottanta è un Paese in crisi: crisi economica con inflazione a due cifre e crescita zero; crisi politica con il «centrosinistra» che perde per due volte la guida democristiana del governo (con il repubblicano Giovanni Spadolini prima, con il socialista Bettino Craxi poi); crisi sociale e morale con il dilagare del terrorismo delle Brigate rosse. In quegli anni il socialismo riformista italiano ottiene almeno due vittorie storiche. In campo economico, quella di vincere l'inflazione, spezzando la spirale salari-prezzi. Questa spirale era il risultato della degenerazione del meccanismo della cosiddetta «scala mobile», un meccanismo contrattuale che adeguava automaticamente i salari ai prezzi. Sul terreno più propriamente geo-politico, quella di consentire l'installazione dei missili Pershing e Cruise in risposta agli SS20 sovietici. In ambedue i casi le decisioni vennero prese con l'opposizione violenta del Pci. Dalla fine del «compromesso storico» in poi il Pci precipitò, dunque, in un grande vuoto politico, riempito solo da Berlinguer e dai suoi successori, attraverso l'espediente della cosiddetta «questione morale»: l'accusa da parte dei comunisti ai partiti di governo di indegnità, di golpismo, ruberie, collusioni col potere economico. I comunisti proclamavano di essere «diversi» da tutti gli altri, vale a dire onesti e competenti. Lo slogan di Berlinguer era solo un'intuizione moralistica. La strada era però tracciata. A essa si attennero i suoi successori allorché, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, e la fine dell'Unione Sovietica dell'anno successivo, la sinistra comunista italiana poté verificare il suo totale e completo fallimento.
I fatti del 1992 e del 1993 (l'inchiesta della magistratura «Mani pulite») confermarono l'impossibilità di una coesistenza delle «due sinistre». La sinistra comunista, sconfitta dalla storia, usò e profittò dello strumento della repressione giudiziaria per eliminare la sinistra democratica, occidentale, liberale. Ma questo tentativo non è riuscito, perché la sinistra democratica ha continuato a esistere, anche se apparentemente collocata altrove. Ma ritorniamo al governo nel 1992. Il governo di Giuliano Amato fu l'ultimo governo di centrosinistra nel significato tradizionale del termine. Il Pds (il nome assunto dal Pci nel 1991) era all'opposizione. Tre sono le grandi emergenze che il governo Amato dovette affrontare. La prima fu il nuovo assetto delle relazioni industriali dopo la fine della scala mobile. La seconda fu quella di una credibile convergenza del nostro sistema economico sui parametri di Maastricht in vista della costruzione della moneta unica. La terza riguarda la fase più cruenta di Tangentopoli, vale a dire lo scoppio della repressione giudiziaria nei confronti del finanziamento illecito dei partiti politici. Ricevere denaro dagli industriali era una pratica illegale; tuttavia sino ad allora vi erano ricorsi tutti i grandi partiti: dalla Dc, al Psi, al Pci, nonché i minori. Su questi finanziamenti illeciti non solo la magistratura non era quasi mai intervenuta, ma lo stesso Parlamento aveva a più riprese, l'ultima nel 1989, passato un colpo di spugna attraverso amnistie volute e votate da tutti i partiti. Su questo stato di fatto e di diritto interviene, a partire dai primi mesi del '92, la magistratura, mettendo sotto inchiesta mezzo Parlamento, facendo dimettere ministri e segretari di partito, soprattutto della maggioranza. Il Pds, cui l'amnistia del 1989 aveva provvidenzialmente cancellato i reati connessi con i finanziamenti illegali provenienti dall'Unione Sovietica, passò pressoché indenne attraverso le inchieste che lo riguardavano. La ragione fu che il suo gruppo dirigente, nelle occasioni in cui venne messo sotto inchiesta, non rivelò le fonti dei finanziamenti illegali, né i destinatari. Il finanziamento illegale veniva infatti gestito in maniera molto verticistica dal centro del partito e passava, soprattutto, attraverso la struttura delle «cooperative rosse» - dirette da uomini del Pci-Pds - che erano, e sono ancora, un vero sistema imprenditoriale parallelo al partito. Determinante, fu, poi, una certa qual «benevolenza» della magistratura che, in moltissime occasioni, si dedicava col massimo dello zelo alle «notizie di reato» che riguardavano i partiti di governo piuttosto che i partiti d'opposizione, evidentemente considerati meno «pericolosi». Sia come sia, i partiti di centrosinistra vengono, di fatto, decapitati dei loro gruppi dirigenti, rimanendo le opposizioni post-comunista e post-fascista a cavalcare l'ondata di giustizialismo che, sulla base delle inchieste della magistratura, opportunamente amplificate dai giornali, aveva travolto tutta la vita politica italiana. È in questo clima che l'ultimo centrosinistra di Giuliano Amato dovette governare il Paese. Ci riuscì, come dicevamo, portando sindacati e imprese a sottoscrivere un accordo di concertazione che finalmente eliminò la scala mobile dalle relazioni industriali, facendo convergere l'Italia, anche su questo delicatissimo aspetto, al resto d'Europa. È ancora il governo Amato a varare in piena crisi valutaria della lira, nell'autunno dello stesso '92, una manovra finanziaria da oltre 90 mila miliardi (5 punti di Pil), accompagnata da quattro grandi riforme strutturali in tema di finanza locale, pensioni, sanità e pubblico impiego. L'opposizione di sinistra, tanto quella politica in Parlamento, quanto quella sindacale nel Paese, fu feroce fino all'ostruzionismo. Ma fu grazie a quella manovra di finanza pubblica, a quell'accordo di concertazione e a quelle riforme, che la nostra economia riuscì a passare quasi indenne (dal punto di vista inflazionistico) la grande svalutazione (fino al 30% nel periodo '92-'93) cui fu costretta la lira, incapace di reggere, la parità con le altre monete europee. Questa parità venne sancita, di fatto, dal Trattato di Maastricht, sottoscritto dai governanti italiani solo pochi mesi prima (febbraio '92) senza che ne prevedessero le conseguenze per l'Italia. Il nostro Paese, infatti, con quel trattato si impegnava a un processo virtuoso di convergenza su inflazione, debito pubblico, deficit e tassi d'interesse, con gli altri partner europei. Ma l'Italia aveva non solo differenziali di inflazione, di debito, di deficit, di tassi di interesse mediamente doppi, ma soprattutto una «dotazione» infrastrutturale assolutamente carente, con una competitività molto fragile, mantenuta, negli anni, solo grazie alle frequenti e inflazionistiche svalutazioni della nostra moneta. Non deve stupire, dunque, la crisi monetaria dell'autunno '92, che finì per abbattersi su un tasso di cambio ritenuto dai mercati assolutamente non compatibile (perché troppo alto) con gli impegni (quantitativi e temporali) di convergenza assunti dal governo italiano. Un bravo, dunque, all'Amato del '92 e alla sua maggioranza parlamentare di «inquisiti». Ma che dire del Pci-Pds e della Cgil, insomma dei post-comunisti che in quegli anni difficili e tragici non solo non avevano capito niente, ma giocavano al massacro giustizialista? Amato verrà presto sacrificato dai post-comunisti perché troppo riformista, quasi un affronto da parte dell'ultimo leader di un centrosinistra morente nei confronti di una sinistra politica e sociale senza consenso, condannata dalla storia, ma salvata dai magistrati.
Le metamorfosi. Dopo la fine dell'ultimo centrosinistra storico vi furono due governi cosiddetti «tecnici». Il primo fu presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, che era il governatore in carica della Banca d'Italia. Questo governo doveva contenere alcuni ministri indicati dal Pci-Pds. Dopo un voto del Parlamento che impediva alla magistratura di procedere contro Craxi, questi ministri si dimisero in blocco, per protesta, sostituiti da tecnici di area. Il secondo governo «tecnico» sarà quello, molto discusso, di Lamberto Dini, succeduto al governo di Berlusconi. Con il governo Ciampi cominciarono a manifestarsi i nuovi equilibri di quella che poi verrà detta impropriamente la «seconda Repubblica». Il Pci-Pds entrò di fatto in una maggioranza di salute pubblica, assieme ai partiti ormai in agonia del vecchio centrosinistra. Ma non basta, perché dopo il suo cambio di nome il Pds cominciò in tutto e per tutto a subentrare al Psi ormai morente e nel frattempo era entrato a far parte dell'internazionale socialista ('92-'93). La prima occasione utile, di questa progressiva sostituzione del Pds nei confronti del Psi riguarda ancora le relazioni industriali. Si trattava di perfezionare l'accordo fatto da Amato il 31 luglio del '92. Un anno dopo, il presidente Ciampi ebbe vita più facile, e il 23 luglio si siglò un nuovo patto che dettò le regole della nuova contrattazione salariale; con sindacato e imprenditori d'accordo. Ma questa volta è d'accordo anche il Pds, scoprendo, meglio tardi che mai, le virtù della concertazione e della politica dei redditi. Strategia lungimirante, perché proprio la concertazione e il rapporto privilegiato con l'intera triplice confederale diverrà una, se non la più importante, strategia della sua «presa del potere». Il Pds dunque fece la sua scelta neocorporativa: scoprì la concertazione e puntò ad «associare» Cgil, Cisl, Uil alla maggioranza di governo. Col protocollo Ciampi del '93 i tre sindacati assursero dunque al ruolo di protagonisti nell'annunciata seconda Repubblica.
Ritornando a Ciampi, il suo esecutivo non si caratterizzò né per particolare rigore finanziario, né per particolare impulso riformista. Nel '93-'94 sono le entrate, grazie all'aiuto della pressione fiscale, a dare il maggior contributo di risanamento (come effetto della maxi manovra Amato dell'anno precedente). Approvata la nuova legge elettorale si andò alle elezioni. Da una parte il Pci-Pds di Occhetto e alleati (Verdi, Rifondazione comunista e pochi altri minori), dall'altra Berlusconi con Forza Italia alleata al nord con la Lega, al centro-sud con Alleanza nazionale. In mezzo, come terzo polo, il Partito popolare italiano (Ppi), che era nato nell'inverno '93, e comprendeva quello che era rimasto dopo la dissoluzione della Dc. Vince, inaspettatamente, Berlusconi, ma la sua maggioranza è fragile: netta alla Camera, è solamente di 1 o 2 seggi al Senato. E gli sono tutti contro: dal presidente della Repubblica, il democristiano integralista Oscar Luigi Scalfaro, ai sindacati confederali, a Confindustria. Contrari pure i media e i cosiddetti poteri forti. È a partire dal governo Berlusconi che finisce per saldarsi definitivamente la sinistra politica guidata dal Pci-Pds (cui presto va ad aggregarsi il Ppi) con la sinistra sociale di Cgil, Cisl, Uil, in un fronte unico di opposizione. Forza Italia dopo aver vinto le elezioni politiche, vinse ancor più nettamente anche alle successive elezioni per il Parlamento europeo, del 1994. Cominciò, in un clima di ripresa economica, l'azione riformista del governo Berlusconi. Vennero approvate le cosiddette «leggi Tremonti» sulla detassazione degli utili reinvestiti, nonché una «finanziaria senza nuove tasse». Ma tutto si rivelò inutile. Troppe ostilità interne e internazionali, troppi vincoli all'attività di governo, frapposti da un presidente della Repubblica interventista ai limiti della Costituzione, troppa diffidenza dell'alleato Bossi che, forse informato d'anticipo degli imminenti e pretestuosi guai giudiziari che stavano per abbattersi sul presidente Berlusconi, nel dicembre 1994 tolse la fiducia al governo, provocando la crisi. Nell'inverno del '95, una maggioranza completamente diversa da quella uscita dalle urne solo pochi mesi prima consentì la nascita di un secondo governo tecnico, quello di Dini, ex ministro del Tesoro di Berlusconi, all'apparenza neutrale, di fatto passato armi e bagagli con la nuova maggioranza. E tutto questo in base a un'interpretazione formalistica della Costituzione (l'esistenza di una maggioranza parlamentare, comunque), ma in spregio alla nuova legge elettorale maggioritaria: non a caso si comincia a parlare nella stampa di «ribaltone», concetto popolar-politologico che, purtroppo, avrà grande successo negli anni seguenti. Il governo Dini, nato tecnico, ma con invadente maggioranza politico-sindacale di sinistra, ebbe unicamente il compito di prendere tempo rispetto all'inevitabile verifica elettorale. Un anno e mezzo di nulla dal punto di vista della politica economica, con una inutile riforma delle pensioni, praticamente scritta sotto dettatura del sindacato. I sindacati confederali, espliciti alleati, nel nuovo modello bipolare, dello schieramento di sinistra, cominciarono a conquistare una crescente capacità di condizionamento della vita politica nazionale. E lo strumento para-istituzionale utilizzato è proprio la «concertazione», passata da prassi «eccezionale» di coordinamento triangolare e di consenso per risolvere problemi gravi come l'inflazione o la competitività ( il modello usato dal centrosinistra), a scambio politico tra governo e sindacati confederali (il modello utilizzato dal finto centrosinistra). L'oggetto dello scambio non è altro che un insieme di «riforme» di basso profilo a carattere «conservatore»: dalla già ricordata riforma Dini delle pensioni del 1995, che non ha intaccato in nessun modo gli squilibri del nostro Welfare previdenziale; alle inutili se non dannose per la spesa pubblica, leggi Bassanini in tema di pubblico impiego; alle demagogiche riforme della scuola e dell'università; per non parlare della confusionaria e contraddittoria nuova legislazione sul mercato del lavoro, sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, ecc. Insomma un sindacato confederale che agli inizi degli anni Novanta perde iscritti, fatto in maggioranza da pensionati, rinasce a nuova vita, anzi a nuovo potere trasformandosi, di fatto, in partito politico pesante ben organizzato e ben finanziato, in appoggio al malconcio sistema dei partiti di sinistra al governo. Il sindacato confederale diventa, dunque, l'alleato più forte, più organizzato, più influente di quello che comincia ad autodefinirsi, spudoratamente, dopo l'alleanza del Pci (Pds-Ds) col Ppi, centrosinistra, senza averne, cioè, né i numeri (la proporzione di centro doppia rispetto alla sinistra), né la cultura riformista.
La grande alleanza dei conservatori: l'Ulivo. E così si arriva alle elezioni nella primavera del '96. Il «neutrale» Dini, in vista della consultazione elettorale mette in piedi (aiutato esplicitamente dai Ds) un proprio partito centrista (Rinnovamento italiano); il Ppi dopo mille convulsioni si colloca definitivamente a sinistra, così come a sinistra si collocano il Pri e alcuni post-socialisti. Con la copertura di queste tre sigle storiche del centrosinistra (che tutte insieme arrivano al 13% circa dei voti), il Pci-Pds, nel frattempo diventato Ds, va alla costituzione di una grande aggregazione autodefinitasi, appunto, di centrosinistra, chiamata «Ulivo». A guidarla sarà un cattolico, ex ministro democristiano, ex manager delle partecipazioni statali: il professor Romano Prodi. L'operazione è di grande raffinatezza politica e di grande cinismo insieme: battere il «centro-sinistra-destra» di Berlusconi, con uno schieramento pure di centrosinistra, quello egemonizzato dai post-comunisti e appoggiato dal sindacato confederale. Il gioco cinico consiste nel far passare per socialdemocratica, progressista, persino liberale l'alleanza in realtà di sinistra-centro, dichiarando invece di destra il «Polo delle libertà» (cioè l'alleanza di Forza Italia, An, Ccd) tacciando lo stesso polo di liberismo sfrenato, thacherismo, ecc. L'immagine rassicurante del democristiano Prodi serve allo scopo. È la Lega, questa volta, a fare da terzo polo. Così, come nel '94 i popolari fecero perdere la coalizione di sinistra, così due anni dopo il terzo polo di Bossi fa perdere il polo di Berlusconi, che comunque aumenta il suo consenso in termini di voti. Vince l'Ulivo, dunque, ma presto la coalizione, composta da dodici partiti, si rivela del tutto incapace di una linea politica chiara e coerente di «centrosinistra» riformista, pur avendo una forte maggioranza alla Camera, e una sufficiente al Senato. I numeri per governare ci sono, ma manca l'anima. L'unica cosa che può fare Prodi è quella di sposare pienamente la decisione, presa nel '92, di far entrare l'Italia, fin dalla prima fase, nel processo di costruzione della moneta unica, puntando a raggiungere, nei tempi prestabiliti, gli obiettivi di Maastricht. Ma la via scelta per raggiungere questo obiettivo non è quella delle «buone riforme» (come aveva tentato Amato nel '92), ma quella del semplice aumento della pressione fiscale e della diminuzione della spesa per interessi. Questi, in sintesi, i fatti del nostro fragile risanamento: un forte impulso dalla pressione fiscale nel '93 e nel '96-'99; un contenimento della spesa corrente nel '94-'96; una fortissima riduzione degli oneri del servizio sul debito nel periodo '95-'99, con in mezzo l'ingresso della lira nell'euro. Ma il merito dei primi due risultati va esclusivamente all'autentico «centrosinistra» di Amato del '92, alla sua manovra, alle sue riforme. Il terzo risultato è legato alla caduta internazionale dei tassi, cui l'Italia, inserita nel processo di Maastricht, non poteva sfuggire. Al «sinistra-centro» di Prodi cui succederà D'Alema (leader dei Ds) col suo conservatorismo, le sue incertezze, la sua endemica incapacità di realizzare vere riforme, solo il «merito» dell'aumento della pressione fiscale per stare dentro al patto di stabilità (una volta costituito l'euro), in assenza di tagli alla spesa corrente, resi impossibili dal veto sindacale. Lo stesso D'Alema succeduto a Prodi (nel '98) dopo una congiura di palazzo, non ha miglior sorte come riformatore. Ogni qual volta tenta un affondo in tema di pensioni, piuttosto che di mercato del lavoro il leader sindacale della Cgil Cofferati gli impone l'altolà. Maggioranza divisa su tutto, dunque, più un sindacato conservatore, capace solo di difendere diritti e privilegi dei propri iscritti, portarono l'Italia a entrare sì nella moneta unica, ma a prezzo di una disoccupazione record (oltre il 12%), di un tasso medio di crescita (nel quinquennio) mai così basso dal dopoguerra (tra l'1 e l'1,5%), in perdita verticale di competitività dopo le svalutazioni del '92-'93, senza aver realizzato alcuna vera riforma strutturale, senza infrastrutture, con il divario nord-sud ai massimi storici, così come ai massimi storici la quota di cittadini al di sotto della soglia di povertà (oltre 6 milioni).
Nella primavera del 2000, dopo l'ennesima sconfitta elettorale della coalizione di sinistra-centro (alle europee del '99 e alle regionali del 2000) D'Alema si dimette e l'Ulivo, pur sfasciandosi, tenta l'ultima disperata chance: dare la leadership del governo nuovamente a Giuliano Amato, quello stesso Giuliano Amato combattuto nel '92, costretto alle dimissioni nel '93 perché non sufficientemente giustizialista, ma richiamato in sordina da D'Alema prima come ministro delle Riforme istituzionali e poi come ministro del Tesoro. Cambia il direttore d'orchestra, ma la musica è sempre la stessa: nessuna riforma vera, solo annunci, in attesa che la ripresa economica che, nel frattempo, ha finalmente toccato l'Europa (almeno dalla seconda metà del '99) si riversi anche in Italia. Ma il governo «Amato due» è tutto il contrario dell'«Amato uno». Se a tutto ciò si aggiunge un atteggiamento elettoralistico da parte dell'esecutivo, mirante a distribuire a pioggia un inesistente «surplus» di bilancio, frutto dell'alta e perdurante pressione fiscale in presenza di un'accelerazione del tasso di crescita, senza d'altra parte la benché minima intenzione di mettere in cantiere le riforme ritenute a livello nazionale e internazionale non più procrastinabili, finirà che ci troveremo ad affrontare da adesso una lunghissima campagna elettorale, praticamente senza un vero governo che governi, ma con un esecutivo tutto attento a non scontentare nessuno.
In Italia ancor oggi si valuta quanto uno è di sinistra misurandone la distanza dall'ex Pci e chi arriva alla soglia critica dell'anticomunismo diventa automaticamente di destra, e di quella peggiore. Ma in Italia ci sono sempre state due sinistre, l'una di governo, riformista. L'altra massimalista, di opposizione, di fatto conservatrice. Quando nel '94 Berlusconi e la sua coalizione di «centro-sinistra-destra» vinsero le elezioni, vennero trattati come barbari, parvenus, inaffidabili, rozzi. La realtà è che essi rappresentavano, nel solco della tradizione del vecchio centrosinistra, la novità di una alleanza a destra, resasi inevitabile dalla nuova legge elettorale maggioritaria in vigore dal 1994. Nel '96, media e poteri forti trovarono credibile il cinico bluff dell'Ulivo, sedicente erede di una formula di governo (il centrosinistra storico) che la sinistra comunista e post-comunista aveva sempre ferocemente combattuto. E l'Ulivo, grazie anche a questo imbroglio mediatico vinse, anche se di poco. Tornarono così al governo tanti democristiani di sinistra, e vi andarono per la prima volta tanti post-comunisti dal volto umano o umanizzato nelle collaborazioni politiche degli ultimi anni (con i governi Ciampi e Dini soprattutto).
Il bluff è durato poco. Il centrosinistra dell'Ulivo è di nome ma non di fatto: l'egemonia è nelle mani sempre più della sinistra post-comunista, alleata (prigioniera?) alla Cgil. Prodi, per non essere completamente dipendente dalla sinistra post-comunista, cercò improbabili convergenze persino con l'estrema sinistra di Rifondazione comunista. Il tentativo servì a poco. Le forze di centro della maggioranza inevitabilmente vennero presto relegate al loro reale e marginale peso nell'alleanza, e persero consenso popolare. Rifondazione comunista ritirò l'appoggio al governo, e Prodi fu costretto a dimettersi. Dopo le sue dimissioni, il leader dei Ds, D'Alema, anche grazie a pesanti condizionamenti internazionali (in previsione della guerra in Kosovo), formò un nuovo governo sostituendo i parlamentari di Rifondazione comunista con un non esiguo numero di deputati del centro-destra (passati nel fronte avverso) capitanati dai democristiani Francesco Cossiga (ex presidente della Repubblica) e Clemente Mastella. La politica però rimane sempre la stessa: il solito e obbligato conservatorismo economico e sociale di una sinistra post-comunista senza più valori, senza più punti di riferimento ideologico, ma con tanta voglia di potere. In quest'ultima metamorfosi i post-comunisti continuano a definirsi centrosinistra, a parlare di riformismo, a richiamarsi alle tradizioni socialdemocratiche del nord Europa. In realtà la loro non è altro che una scientifica e totalizzante occupazione del potere: nella burocrazia, nelle authorities, e anche nell'industria pubblica. Molta di quest'ultima è stata privatizzata, ma gli acquirenti sono stati scelti tra gli imprenditori vicini alla sinistra. La sinistra, nell'Ulivo, è senz'anima. Il centro semplicemente non esiste più. C'è da meravigliarsi se una coalizione così, nata dall'ipocrisia, vissuta nell'equivoco e nella ricerca continua di regolare conti sospesi, entri presto in crisi di consenso, lacerandosi ulteriormente alla ricerca del «campione» da opporre al leader dell'altro polo, Silvio Berlusconi? Col presidente del Consiglio Giuliano Amato, per la seconda volta deleggittimato dai post-comunisti (perché socialista), vera e propria «anatra zoppa» alla guida di un governo ormai alla fine. Nel fronte opposto, Forza Italia, si sta sempre più connotando come il movimento politico che nei fatti, nei programmi e nel consenso elettorale è più riuscito a riprodurre lo spirito riformista del centrosinistra storico, allargando l'alleanza alla nuova destra di Alleanza nazionale, e nel '94, come nel 2000, al federalismo della Lega. La Casa delle libertà si candida a governare il Paese sulla base di una piattaforma politico-programmatica che si rifà alla migliore tradizione del centrosinistra, rivista e corretta soprattutto nel superamento dello statalismo nella vita economica e sociale, come nell'affermazione parallela del federalismo e della sussidiarietà (non faccia il livello superiore di governo quello che può fare meglio il livello inferiore; non faccia il pubblico, quello che può far meglio il privato e il privato sociale).
Insomma una sorta di nuova alleanza lib-lab. La politica economica e sociale di Forza Italia e del Polo delle libertà si ispira ai principi della «economia sociale di mercato», cioè all'incontro tra la visione liberale del mercato e dell'efficienza economica e la visione cristiana del valore di ogni singola persona. L'«economia sociale di mercato» è stata la spina dorsale della politica economica della Repubblica federale tedesca sin dagli anni che hanno seguito immediatamente la seconda guerra mondiale. A essa si sono ispirate le politiche economiche adottate da statisti del calibro di Konrad Adenauer e Ludwig Erhard. L'applicazione di questi stessi principi ha reso possibile la rinascita dell'Italia dopo la guerra, grazie all'insegnamento e all'azione di uomini come Einaudi e De Gasperi. Su queste basi, ancora una volta, «l'altra sinistra» si candida a governare il Paese assieme al centro cattolico, liberale, riformista, e assieme alla destra democratica, nel segno della continuità reale, culturale e programmatica di quella che fu per trent'anni la più grande coalizione politica riformista nel nostro Paese: il centrosinistra.
Renato Brunetta