In un’estate contrassegnata dall’inquietante escalation di notizie provenienti dal Medio Oriente, dai rincari del prezzo del greggio e dai calcoli, non sempre lucidissimi, del costo per il paese della cosiddetta devolution, è tornato a fare capolino anche il tema dell’unificazione di Forza Italia e Udc sotto il mantello del Partito popolare europeo. La proposta, rilanciata in primis poche settimane dopo l’esito elettorale divergente per le due forze politiche, dall’onorevole Bondi, merita di essere esaminata con attenzione e valutata non solo per le implicazioni che un’eventuale unificazione potrebbe avere sugli apparati e gli elettorati di Forza Italia e Udc, ma anche per i risvolti più complessivi che, in definitiva, da una simile operazione si produrrebbero sull’intero sistema politico italiano. Partendo dal giudizio degli elettori, chiamati a votare nello scorso mese di giugno con il sistema proporzionale proprio per rinnovare il Parlamento europeo, non si può non notare come i differenti risultati conseguiti da Forza Italia e Udc abbiano reso ancora più complicato il cammino verso un’eventuale unificazione. A fronte di un’emorragia di consensi da Forza Italia, l’Udc ha rappresentato un’efficace barriera di contenimento per l’intero schieramento di centrodestra, impedendo che la coalizione di governo, come invece si è registrato in quasi tutti gli altri Paesi continentali chiamati alle urne, venisse severamente punita dai cittadini, delusi dai risultati ottenuti nell’ultimo triennio caratterizzato peraltro da una profonda crisi economica di proporzioni sovranazionali, o illusi da un eccesso di promesse. Come in un gioco di specchi dunque, il richiamo all’appuntamento dello scorso giugno riporta inevitabilmente alle ragioni fondative delle due forze politiche e in particolare a quelle che hanno giustificato la nascita dell’Udc. Il partito ora guidato da Marco Follini ha preso le mosse dalla necessità di dar vita in Italia, nell’ambito dello schieramento di centrodestra, a un soggetto politico moderato e riformatore, che si richiamasse ai valori e alle tradizioni democratico cristiane, e caratterizzato da una forte identità europeista. Ma soprattutto ha preso le mosse dalla constatazione della necessità di dar vita nello schieramento alternativo al centrosinistra, a una forza politica caratterizzata da un forte contenuto democratico al proprio interno, sia a livello centrale che periferico. Un soggetto connotato non dal carisma o dalle intuizioni del suo leader del momento, ma dalle idee dei suoi rappresentanti e della sua base, dalle proposte che si formano nel crogiuolo del continuo confronto dialettico, anche aspro, al suo interno. L’Udc ha rappresentato e rappresenta insomma, un primo tentativo di analisi critica del sistema politico italiano sorto sulle ceneri della cosiddetta prima Repubblica. Un sistema bipolare tanto imperfetto da mostrare, fin dai suoi primi passi, a partire dalla «discesa in campo», una tendenza all’ulteriore contrazione non tanto verso un sistema bipartitico, che se non altro avrebbe rappresentato la conclusione di un percorso, sia pur alquanto confuso, di «anglizzazione» o «americanizzazione» del sistema politico italiano che peraltro mi avrebbe trovato fortemente contrario, quanto verso un sistema bileaderistico, fondato cioè sulla leadership indiscussa e indiscutibile di due candidati premier ai quali viene devoluto ogni potere.
Un esito che cozza profondamente con la tradizione e la cultura politica del nostro Paese, l’Italia delle cento città e del Guicciardini, e che solo l’ondata antipolitica e moralista alimentata dal giustizialismo e dal desiderio cieco di annientare i partiti nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica poteva produrre. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, da un sistema pur criticabile di partiti si è passati a un’oligarchia senza partiti in cui pochissimi uomini sono in grado di condizionare il presente e il futuro del Paese, di imporre l’agenda politica al Parlamento, di decidere di quali riforme ha bisogno e al tempo stesso di deciderne anche i contenuti, di tenere sotto schiaffo i parlamentari, le cui candidature e ri-candidature vengono decise lontano dai collegi e dalla gente, in un pugno di stanze chiuse e impenetrabili. Centrodestra e centrosinistra seguono così costantemente gli stessi percorsi prima e dopo ogni elezione: prima si affannano a comporre comitati elettorali elefantiaci, cercando di mettere insieme anche forze politiche che nulla hanno in comune pur di vincere, poi si affidano alle doti «provvidenziali» dei rispettivi leader per cercare di rimanere insieme, mentre si paralizzano tra litigi continui e dimostrazioni in sequenza di incapacità di governare. Il Paese però, dopo l’ubriacatura degli anni Novanta, sembra finalmente dare qualche segno di risveglio, ed è in questo senso che a mio avviso va interpretato il risultato dell’Udc nelle ultime elezioni europee che ha premiato la scelta del partito di presentarsi da solo alle urne e raccolto consensi intorno alla proposta di riprendere a fare politica attraverso gli strumenti stessi della politica, il confronto democratico delle idee e la moderazione delle proposte. La controprova è arrivata dal risultato negativo di Forza Italia e da quello tutt’altro che esaltante del cosiddetto Listone nel centrosinistra, che difatti, quasi con una caricatura di quanto avviene con le elezioni politiche si è frantumato il giorno dopo il voto: entrambi hanno puntato sulla capacità di raccogliere consensi dei rispettivi leader, sui loro volti, sull’ennesimo tentativo di semplificazione fuorviante, ed entrambi sono stati puniti.
In quest’ottica dunque l’ombrello, sia pure importante e spazioso della comune appartenenza di Forza Italia e Udc al Partito popolare europeo, non può bastare a coprire le due forze in Italia fino al punto da riunirle in un’unica sigla. Che ci siano troppo partiti oggi nel nostro Paese è innegabile, così come è innegabile che una semplificazione dell’arco elettorale a 5-6 forze in grado di rappresentare le varie anime dell’Italia merita di essere perseguita con ogni sforzo. Ma prima di arrivare al termine del percorso occorre costruire la strada, occorre cioè che i soggetti che si aggregano siano compatibili, anche sul piano ontologico oltre che su quello delle idee. E se, per le ragioni che ho indicato prima, l’Udc può definirsi un partito, altrettanto non può ancora dirsi per Forza Italia. I partiti danno vita ai congressi, Forza Italia celebra convention, e la differenza non è solo nominalistica. Nell’Udc, come avveniva nella Dc, il segretario può essere messo in minoranza, può essere cambiato, com’è accaduto con il passaggio di consegne da Casini a Follini, e la prospettiva temporale del partito almeno tendenzialmente è illimitata, perché illimitato è il raggio di azione delle sue radici, le idee. In Forza Italia invece tutto ruota intorno al suo leader, oltre che fondatore, e la semplice manifestazione di un dissenso interno rappresentata da una lettera - pure se firmata da un’ottantina di parlamentari - costituisce un problema, un elemento di disturbo, un’incrinatura da nascondere con un po’ di belletto per non incrinare l’immagine del leader stesso, che è l’unica che conta veramente, l’unica da offrire agli elettori per convincerli a non indirizzare altrove il loro consenso. D’altro canto lo stesso Paese non ne guadagnerebbe affatto se, perdendo un coro di voci, si ritrovasse ad ascoltarne una sola. E poi, prima di affrontare un percorso organizzativo comune creando a ogni livello strutture democratiche, è necessario avviare una profonda riflessione sul significato del popolarismo oggi. Può essere utile riprendere l’elaborazione di Sturzo, dare sostanza e qualità al nostro impegno politico, e il resto verrà di conseguenza. Ecco, forse proprio questo lavoro è il più urgente da svolgere nel cantiere della politica.