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La diaspora

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Ha un senso dire che c'è una sinistra non tradizionalista, bensì riformatrice che non riesce a riconoscersi in nessuna delle componenti dell'Ulivo rappresentato da Francesco Rutelli e per la quale oggi il problema vero è come sostenere, per l'appunto, riforme - dalle pensioni fino al fisco - che fanno parte della proposta politica del centrodestra? Apparentemente non dovrebbe averlo. In altri Paesi europei, si pensi all'evoluzione politica dei socialdemocratici in Germania, dei laburisti in Gran Bretagna o degli stessi socialisti francesi, infatti non lo ha. Ma per quanto riguarda l'Italia basta non essere prigionieri né delle ossessioni giustizialiste né dei luoghi comuni del politically correct impostosi dell'ultimo decennio, basta non pensare che sia la tessera di un partito o la lettura di un giornale a rendere legittima un'opinione, insomma basta molto poco per accorgersi che il problema esiste ed è probabilmente più sentito di quanto correntemente non si pensi. È, semplicemente, il problema dell'atteggiamento da avere di fronte alla necessità di cambiamenti, a cominciare dal Welfare e finendo con il capitolo della sicurezza dei cittadini, che questo centrosinistra non ha finora realizzato e che certamente non riuscirà a realizzare - per tante ragioni, dal deficit culturale ai rapporti di forza interni - nonostante che però siano riconosciuti come parte del patrimonio politico e culturale e della tradizione della sinistra riformatrice. Quante volte ci si è chiesti, negli ultimi anni, perché a tante buone intenzioni di governo non siano seguiti i fatti? Romano Prodi sarebbe caduto se dopo l'aggancio all'euro avesse scelto la strada delle riforme anziché quella dell'immobilismo, sperando così di sopravvivere? Del resto, solo un anno dopo, a Massimo D'Alema bastò auspicare un anticipo dell'entrata in vigore del nuovo sistema pensionistico per imbattersi in reazioni tali da convincersi che era meglio accantonare ogni idea di trasformazione. E così, dopo la rinuncia di un protagonista storico della sinistra dc e dopo la ritirata di un ex comunista, è stata la stessa non candidatura di Giuliano Amato nel duello con Berlusconi a suonare come la sconfessione più evidente non tanto di un uomo quanto di una componente, in questo caso il riformismo socialista. Un caso, anzi, tre casi isolati? Oppure una sequenza che conferma la vera malattia di questo centrosinistra? Si tratta cioè di un'esperienza politica in cui sono state e sono determinanti gli eredi della sinistra cattolica, i figli del vecchio Pci (tanto gli ex come i neo-comunisti) e i superstiti del «gruppettarismo» del '68 mentre, nonostante la presenza di Amato, non esercitano in realtà alcun peso reale quelle forze laiche, socialiste e socialdemocratiche che nella prima lunga fase della storia repubblicana hanno avuto un ruolo determinante su ogni grande scelta. Nell'ultimo decennio c'è stata una diaspora di queste forze. Con la conseguenza che un pezzo importante della modernizzazione continua a restare senza una visibile e attiva presenza e che - basta anche solo un rapido sguardo a quanto accade nel resto dell'Europa - si accentua così l'anomalia complessiva di questa infinita «transizione». È un'assenza che pesa. Lo si vede quotidianamente nel dibattito politico, ma anche nella mancanza di operazioni analoghe a quelle che hanno finito con il dare un segno originale a una parte importante dell'ultimo mezzo secolo italiano, evitando che l'impronta dominante restasse quella impressa dalla sola consociazione tra Dc e Pci. Ci si può pur chiedere - avendo però il coraggio di darsi delle risposte oneste - cosa sarebbe cambiato nel destino di questa società se nel 1948 non ci fosse stato anche Giuseppe Saragat a contrapporsi al Fronte popolare di Nenni e Togliatti o se all'inizio degli anni Sessanta Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti non avessero promosso e difeso l'innovativa stagione riformista del primo centrosinistra o se subito dopo non ci fosse stato Marco Pannella a rompere con la battaglia sul divorzio il muro del conservatorismo nel costume e nella vita quotidiana o, ancora, se negli anni Ottanta non ci fosse stato Bettino Craxi a sfondare, con la riforma del costo del lavoro, un altro muro, quello del conservatorismo sociale. Non ci vuole molto a immaginare che lo sviluppo dell'Italia e il suo posto nel mondo sarebbero stati sostanzialmente diversi senza l'azione di queste sinistre. Sinistre - va aggiunto - molto diverse tra loro, ma unite da due tratti comuni, il primo costituito dalla scelta democratica e filo occidentale, il secondo dall'essere sempre considerate come «non-sinistre» nella polemica politica e culturale del Pci. Un partito che, nella sua storia, ha adottato di volta in volta atteggiamenti differenti, che spesso ha dialogato con le «altre sinistre», di cui a volte ha finito anche con l'assumere questa o quella posizione, ma che però nei suoi momenti di difficoltà non ha mai saputo resistere alla tentatazione di rifiutare ogni contaminazione, di tornare a essere solo se stesso, rivendicando «diversità» e negando agli altri di essere sinistra. Il passato, da questo punto di vista, è abbastanza chiaro. Ma - la domanda che si pone ora non può che essere questa - uomini ed energie che si richiamano a quelle tradizioni possono sfuggire alla condanna alla diaspora che hanno subito con l'implosione del vecchio sistema dei partiti? Cioè a un vagabondaggio spesso senza una meta apparente, dopo le devastazioni provocate dal terremoto di «Mani pulite», e a una dispersione accentuata dall'incompiuto bipolarismo e dal quasi fallimentare sistema elettorale maggioritario? In altre parole, è possibile nel quadro della competizione tra l'Ulivo rappresentato non da Giuliano Amato bensì da Francesco Rutelli e la Casa delle libertà di Silvio Berlusconi che le «altre sinistre» possano tornare a svolgere un ruolo importante nella modernizzazione del Paese? E dove? Si tratta solo di un problema di schieramento - centrosinistra da una parte sotto l'egemonia della Quercia o centrodestra sotto la guida di Berlusconi dall'altra - o la questione è un po' meno schematica? Le risposte, qualunque esse siano, non possono prescindere dal modo in cui si scioglieranno alcuni dei maggiori nodi che si sono ingarbugliati in questo decennio. Il primo, il più importante, riguarda la grande illusione di ricomposizione delle sinistre, sorta con la caduta del Muro di Berlino e il grande equivoco che ne seguì. Guardando indietro, dopo dieci anni, non è difficile non accorgersi che il crollo del «comunismo reale» fu un alibi per tutti. Il Pci di Occhetto sfuggì ai conti con la vera ragione della propria crisi, che solo in parte era a Mosca e per il resto nasceva nel suo insediamento sociale. Il Psi di Craxi puntò a una sorta di «annessione» convinto che le ragione della storia alla fine sarebbero state più forti degli stessi numeri elettorali. Il Pri di Giorgio La Malfa credette che bastasse cavalcare la modernizzazione e la «questione morale» per trasformare una supremazia culturale in una supremazia politica. In altre parole, fu allora la mancata intesa tra riformisti e riformatori (nella Dc erano forti le diverse sollecitazioni di Cossiga e di Segni, per non parlare del fenomeno insorgente della Lega nord) a impedire alle forze politiche di gestire la crisi attraverso una svolta e ad aprire la strada alla «riforma materiale» di quegli anni, cioè la supplenza del Quirinale e della magistratura.
L'altra illusione è stata vissuta tutta all'interno dell'unica sinistra sopravvissuta al trauma del 1992-'93, quella che è diventata prima Pds e poi Ds. Era l'illusione che il suo mandato a governare derivasse da un combinato disposto - in cui erano sullo stesso piano il risultato elettorale, l'azione della magistratura, il trasformismo parlamentare e l'immagine della «illegittimità» del centrodestra - e che quindi prescindesse dai risultati concreti ottenuti. In questa transizione che spazio avrebbero potuto trovare le sinistre riformatrici in un Ulivo condizionato più da Sergio Cofferati che dagli impegni europei, in cui la Quercia si è fatta le ossa opponendosi, anche mobilitando la piazza, contro il primo governo di Giuliano Amato (quello davvero riformatore), in cui ogni «pedaggio di governo» è stato pagato con un richiamo alla purezza identitaria, dall'antiamericanismo all'egualitarismo, con un crescendo di cultura «gruppettara»? È ormai una storia di anni, ma l'ultimo esempio è il più ridicolo: se per mancanza di idee si assume la vecchia proposta leghista - cioè della «peggiore destra d'Europa» - di prendere le impronte digitali agli immigrati clandestini senza documenti, allora bisogna immediatamente dire che anche gli italiani, pur dotati di patente e passaporto, dovranno lasciare la loro impronta digitale... Il clima che si avverte per l'Italia in questi mesi e quasi tutti i sondaggi dicono che sia Rutelli che l'Ulivo stanno pagando un prezzo molto salato al vuoto riformatore della loro politica. Davanti a questo fallimento, le altre sinistre, quelle della diaspora, possono tentare ora di tornare a svolgere un ruolo attivo, in vista della chiusura della transizione politica? Possono tentare sapendo che conteranno non per quello che diranno, ma per quello che faranno, in termini di proposta e di critica? In fondo, l'alternanza politica che si preannuncia ha bisogno di trasformarsi davvero in una svolta riformista reale, quella che il centrosinistra non è riuscito a realizzare.

Renzo Foa
 

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