Se non fossi il direttore editoriale della Rizzoli, vorrei essere il direttore editoriale della Rizzoli. È il mestiere che so fare e che - negli anni - ho imparato. Non saprei indicare una formula per farlo bene. A una predisposizione naturale che qualcuno chiama passione, altri istinto o fiuto, dovrebbero accompagnarsi in diversa misura e diversa combinazione: la conoscenza dei libri; il rispetto dei lettori; metodo; un ampio senso prospettico; gusto; la consapevolezza dei propri e degli altrui limiti; buona sorte. La ricerca di un autore, di un libro, di una traccia da seguire è il risultato di un lavoro individuale e di gruppo. Un programma editoriale si costruisce negli anni, partendo dal catalogo e dalla tradizione, si sviluppa attraverso l'innovazione e il cambiamento, recepisce il contributo dell'insieme della casa editrice: gli editor, i consulenti, la rete di vendita, il marketing, l'ufficio stampa. Il catalogo è la nostra serra, le collane i fiori rari che coltiviamo con cura, estro e competenza. Anche con qualche sofferenza: i rami secchi devono essere tagliati, forse saremo rallegrati dal verde tenero di una foglia di primavera, mai scoraggiati da stagioni aride e polverose.
Nella mia personale costellazione di astri, pianeti e meteore, gli autori rappresentano entità superiori. Con alcuni ho avuto il privilegio di condividere momenti speciali; ho bevuto il tè, seduta nella poltroncina del loro studio; ho guardato lo schermo del loro computer, mentre vi apparivano formulazioni geniali; sono rimasta a osservare le onde di quello stesso mare che li aveva ispirati; ho percorso il vialetto che conduceva alla loro dimora (su dolci colline italiane, in invitanti campagne inglesi e organizzati campus americani). Occasioni memorabili nella mia esperienza di editore. Il lavoro è comune: c'è un'idea, nasce, prende forma, e intanto si parla, si legge qualcosa insieme, si pensa, si ascolta. La disponibilità deve essere totale e reciproca. L'autore scrive, corregge, accoglie il commento anche critico, protesta; l'editore elabora i suoi programmi, segue l'andamento del mercato, valuta i risultati di vendita, interpreta gli interessi dei lettori. Esistono strumenti impeccabili per avvicinarsi ai gusti del consumatore ed esperti della rilevazione pronti a dare indicazioni intelligenti e perspicaci. È importante dosare gli elementi con equilibrio ma anche con una propria personale impronta. La forza di un editore è la ricchezza del catalogo, la consapevolezza che ogni titolo possiede una sua qualità relativa, la convinzione che il breve periodo deve sposarsi con il lungo periodo. C'è un lavoro di semina che può durare anni e che è alimentato dalla attenta partecipazione a fiere e saloni del libro, nazionali e internazionali, e sostenuto dall'attività di scout e consulenti. L'informazione viaggia alla velocità dei messaggi elettronici che ci raggiungono ovunque, grazie a dispositivi più o meni sofisticati e al nostro desiderio di renderci accessibili. Ma c'è un filtro personale che orienta la ricerca e che dà peso e colore all'individuazione di un nome, di una pagina, di un argomento, tra tanti che quotidianamente e ininterrottamente ci vengono proposti.
E, dall'altra parte, c'è un universo di lettori reali e potenziali che costantemente si modifica e perde numeri a favore di giornali, televisione e Internet; chi legge - in tutto il mondo - usa una nuova lingua; ha esigenze sempre più raffinate; sceglie un thriller solo se ha dimensioni cinematografiche; vuole entrare nel dibattito sulla nostra storia più recente reclamando chiarezza e punti di vista fuori dagli schemi; visita i musei delle grandi metropoli e si avvicina all'arte restando a casa propria; trova nella rilettura dei classici latini e greci la risposta alle contraddizioni della società in cui vive; affida ai suoi figli una biblioteca ideale contenuta in un e-book. È un mondo variegato, misterioso nella sua intima composizione, sempre pronto alla sfida, qualche volta generosissimo nel premiare le tue scelte e le tue convinzioni, più spesso disattento nell'accogliere nuove proposte e resistente al cambiamento. La decisione di pubblicare un libro è il risultato della combinazione di diversi elementi e di diversi pareri, interni ed esterni alla casa editrice. È cruciale che chi lavora all'esterno rappresenti in modo acuto e competente quella parte di mondo che si sta considerando; lo scambio di punti di vista è indispensabile oltre che salutare per una visione d'insieme che sia articolata e dinamica. Poi ci sono le valutazioni del mercato, le contrattazioni con gli agenti letterari, la realizzazione di un'intuizione forte; ne sortiscono buone scelte, grandi sbagli, qualche abbaglio, piccoli investimenti destinati a diventare solidi investimenti per il futuro. Gli errori servono, i successi non sono mai scontati.
Questo lavoro non permette isolamento e impone sacrificio. Ma c'è una consolazione intellettuale nel confronto costante delle idee, nella lettura e nella visione della realtà e della storia quali fonti inesauribili di materia prima per molti importanti libri. Un libro nasce generalmente dall'incontro di due persone: l'autore e l'editore che decide di pubblicarlo. I due evidentemente si intendono sul fatto che c'è qualcosa da dire e da condividere con altri. Non molti altri. Molto pochi, rispetto a quelli che seguono una trasmissione televisiva o che vanno a guardare un film. E tuttavia un libro porta idee, fa sentire meno soli, educa in senso ampio, costruisce ponti ideali col passato e col futuro, nutre la nostra immaginazione. Non so come farei il direttore editoriale se già non fosse il mio mestiere; penso che lo farei esattamente così, grazie all'insegnamento dei miei maestri (mi limito a ricordarne tre, che non ci sono più, Stefano l'Hermite, Tiziano M. Barbieri, Edmondo Aroldi) e all'incoraggiamento con cui altri hanno sostenuto e sostengono le mie scelte. Potrei senz'altro farlo meglio, forte di una certezza che condivido con André Schiffrin, editore e intellettuale americano che a conclusione del suo libro The Business of Books scrive: «È essenziale (...) ricordare quanto importanti siano sempre stati i libri nelle nostre vite».
Non siamo Paperino
di Massimo Turchetta, direttore editoriale Mondadori
Che animale è, e che lavoro fa un «direttore editoriale»? Credo che rivesta una funzione che assomiglia molto a quella del gatekeeper, del guardiano di accessi. Prima di spiegare perché credo che le cose stiano in questo modo vorrei stabilire qualche presupposto.
1. Vendere esperienze. L'economia dell'intrattenimento e della diffusione delle idee, quindi non solo quella relativa al libro, è fondamentalmente un'economia fondata sulla ricerca di accesso a «esperienze». La decisione sugli oggetti che acquistiamo si fonda sempre di meno sul loro valore d'uso e sempre di più sul loro valore simbolico: in realtà ciò che si compra è il biglietto d'ingresso per un universo di esperienze che paiono allettanti all'acquirente. Si sente spesso ripetere che solo oggi, con la rivoluzione digitale, esiste il potenziale per rendere fungibili nel ciberspazio le esperienze culturali. In realtà il libro è stato uno straordinario anticipatore dell'economia delle esperienze. Si pensa di acquisire la proprietà di un oggetto fisico (cartaceo, almeno fino a oggi, nella più parte dei casi) per trovarsi invece ad avere diritto a un «accesso», a un'esperienza estetica (un'emozione) o concettuale (un'idea).
2. Cancelli e guardiani. In questo senso, il lavoro di chi è coinvolto nel processo di produzione editoriale (e non parlo quindi solo dei direttori editoriali e dei loro collaboratori all'interno delle case editrici, ma anche, in momenti diversi, degli agenti letterari, dei librai, dei recensori) assume la fondamentale funzione di selezionare ciò che può essere messo a disposizione della comunità di chi ha fame e sete di quel determinato genere di esperienze. Ciò che rende interessante il ruolo del «selettore editoriale» (chiamiamo così la figura di chi decide, come agente, come editor, come libraio, come recensore, quali contenuti, idee, emozioni vanno resi visibili ai potenziali fruitori) è la caratteristica di rivestire il ruolo di guardiano del processo. Un processo che produce una merce tangibile e fruibile (un libro, ma non solo) a partire da un patrimonio del tutto immateriale. Questa capacità un po' negromantica di creare ricchezza (non molta, nel caso dei libri) a partire dal «nulla» (anche se è un nulla molto «denso», simile al vuoto quantistico pre big bang, dove non c'è materia ma «succedono un sacco di cose») è propria della funzione editoriale in senso lato: la selezione e l'organizzazione dei contenuti diventa (è) un valore. Di fatto si istituisce una categoria di professionisti della selezione che è cruciale per l'emersione e la diffusione di contenuti. Il potere di questa nuova «classe» di intermediari culturali consiste nel controllare un patrimonio immateriale. Come dice bene Jeremy Rifkin, (L'età dell'accesso, Mondadori), tale patrimonio è costituito da «conoscenze, creatività, sensibilità artistica, capacità da impresario, esperienza professionale e acume di marketing».
3. Sciamani, cacciatori e raccoglitori. Gli estranei all'ambiente editoriale di solito pensano che fare l'editor o il direttore editoriale non sia davvero un mestiere ma una sorta di attività ricreativa. Ammetto di essermi sentito talvolta considerato un po' come Paperino quando viene assunto in qualità di collaudatore di materassi. «Ma che bello! Allora leggerai tutto il giorno!», questa è più o meno la reazione. La realtà è un po' diversa. La tribù di chi ha la responsabilità delle scelte editoriali può venire grosso modo suddivisa in due grandi famiglie, «cacciatori» e «agricoltori». I primi sono predatori, che agiscono per lo più nell'acquisizione di autori stranieri: devono essere veloci nell'intuire la traccia di un buon libro e spietati nell'«abbattere» la preda. Gli «agricoltori», invece, sono di solito più vicini agli autori italiani. Coltivano il loro terreno con paziente fatica nell'attesa di un «raccolto» che può arrivare solo sui tempi lunghi. Un direttore editoriale ideale dovrebbe partecipare della natura di entrambe le categorie: avere l'istinto omicida del cacciatore e, nel contempo, conservare la sguardo lungo di chi vede i cicli delle stagioni. Deve però anche stare sopra cacciatori e agricoltori per diventare un po' sciamano, per conservare lo spirito che ha ispirato la «visione» iniziale (quella che ha «visto» un libro, o un film o altro dove non c'era ancora niente) e trasmetterlo fino all'utente finale, lettore o spettatore.
4. La speranza. Credo che le possibilità offerte dalle rivoluzione digitale siano oggi più grandi che mai per i «guardiani», i selettori di contenuti. Benché il libro nella sua forma cartacea abbia ogni giorno nuovi concorrenti (e sempre più spietati), è altresì vero che il ruolo dei selettori-organizzatori diventa sempre più cruciale. Se il libro di carta subisce una smaterializzazione progressiva, ciò lascia spazio a un grado di libertà enormemente maggiore a chi seleziona non solo i contenuti, ma anche i molti modi possibili di metterli in circolo.
In definitiva credo che il nuovo scenario sia il seguente: 1) il ruolo sempre più cruciale dei «selettori-organizzatori» dei contenuti editoriali; 2) la possibilità di partire da «matrici editoriali» (un sentimento diffuso, un'idea, un bisogno) per immaginarne tutte le possibili variazioni in termini di modalità di propagazione (su libro, rivista, web, tv e quant'altro); 3) la possibilità, al contempo, del ritorno (dato dalla possibilità offerta dal marketing sulla rete di parlare con tutti i membri di una comunità anche se minuscola) di un'editoria elitaria di nicchia (o, meglio, di nicchie)
Noi, rompighiaccio
di Luigi Brioschi, direttore Longanesi & C. e presidente Ugo Guanda editore
Una volta», confessava una ventina d'anni fa un editore europeo di un certo peso, «alla domanda "Con quali criteri avviene la scelta di un libro?" ero solito rispondere: "Vorrei fare libri che diano piacere"». In seguito cominciò a dare una risposta diversa: «Vorrei pubblicare libri che lascino un segno, e ripenso sempre a una frase di Kafka: "Un libro deve essere come l'accetta per il mare di ghiaccio che è in noi"». Può essere difficile riconoscersi completamente in una posizione così intransigente (si vorrebbe tra l'altro lasciare qualche spazio allo svago, al piacere appunto, alla curiosità ...), ma certo trasmette l'immagine di una fedeltà strenua a un proposito, a un progetto. E una proposta editoriale di qualità non può non portare con sé un certo impegno, un certo disegno. Oggi - ed è questo, mi pare, che viene in fondo chiesto - vi è la possibilità, per un editore convinto della qualità della propria proposta, di realizzarla pienamente?
Naturalmente sì. I bravi, almeno, ci riescono, ci sono sempre riusciti. È da trent'anni, da quando sono in editoria, che vedo additare nemici di volta in volta diversi di una «politica culturale» delle case editrici: la «politica del best-seller», l'influenza nefasta della televisione, lo strapotere dei «grandi», le concentrazioni, il generico «mercato»... A me pare che, a volte, i più nobili propositi editoriali siano rimasti semplicemente vittime di pressapochismo, dilettantismo, scarsa determinazione.
Con tutto questo, non mi rifiuto certo di vedere problemi che esistono e incalzano, situazioni che cambiano e che richiedono inventiva, capacità di rinnovarsi e di adattarsi. Penso, in generale, a un certo modo di fare libri (coinvolgimento personale, cura del prodotto, rapporto con l'autore, «artigianato»), che coincide spesso con l'elaborazione delle proposte più vitali, più interessanti. È uno stile di lavoro editoriale che ha ancora un senso, questo è certo, ma che deve confrontarsi con nuove realtà (Internet tanto per citare la più pressante...).
Penso anche a un certo modo di vendere il libro, di porgerlo, di presentarlo. Penso al ruolo della libreria. La libreria è ed è destinata a rimanere, sia pur cambiando, aggiornandosi, ampliandosi, il luogo in cui la proposta editoriale, in tutta la sua varietà, si realizza, si misura, si pesa. Lo resterà anche se altri canali occuperanno nuovi spazi. Non credo che la libreria debba essere protetta (il peggiore degli atteggiamenti), ma riconosciuta per quello che è e per la funzione che svolge. Deve - come essa chiede, del resto - essere lasciata in condizione di lavorare e competere. La limitazione dello sconto - una proposta di legge dall'avvenire incerto - non mi sembra affatto un gesto protettivo; mi sembra un tentativo di ristabilire condizioni di parità.