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Prigionieri del mercato ma senza borghesia

LIBERAL BIMESTRALE
forum con Andrea Camilleri, Giuseppe Pontiggia e Lidia Ravera a cira di Gloria Piccioni
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Gli scrittori, quelli che i libri li scrivono, che sono la ragion d'essere dell'editoria, come vorrebbero che gli editori facessero il loro mestiere? Sono in grado di incidere nella politica culturale di questo Paese? O sono solo testimoni, coloro che la realtà la rappresentano, ciascuno nel suo modo, limitandosi a proporla all'eventuale lettore? Domande simboliche, forse un po' retoriche, che la fondazione liberal ha scelto di porre a editori e scrittori per stimolare un'analisi sincera su quello che va e quello che non va nel mondo editoriale, o, più significativamente, nella cultura italiana. Esiste ancora la politica culturale? Come e quanto contano le logiche di mercato? Funziona bene o male il mondo che si muove intorno al libro (distribuzione, giornali e tv, premi letterari). C'è una ricetta per aumentare il numero dei lettori italiani ai livelli del resto d'Europa? Nello schieramento degli scrittori, hanno accetto il nostro invito Andrea Camilleri, Giuseppe Pontiggia e Lidia Ravera.

Lidia Ravera: Le mie considerazioni sull'editoria saranno un po' acide, dal momento che dell'editoria e più in genere della «culturina» italiana, penso ogni male possibile. La prima osservazione è che, decretati definitivamente i libri come merce inessenziale - cosa evidente a tutti anche se facciamo finta che non sia così - l'editoria, la carta stampata potrebbe godere dei privilegi di un'economia di nicchia, marginale. Potrebbe tranquillamente lasciarsi andare a questa dimensione, assestarsi, restando fuori dalla lotta per la conquista di una maggioranza. Non è così. Fatturato, investimenti e mercato sono le sole parole che interessano agli editori. Ma questa formula non funziona, perché se si mira ai grandi numeri, millecinquecento, duemila copie vendute per un romanzo - cosa che accade alla maggioranza dei narratori italiani - sono un fallimento totale. Mentre se si insegue la qualità, le stesse copie, per un libro di nicchia, con una sua necessaria e profonda osticità, sarebbero un successo. Fatturato, investimenti, mercato... I libri sono fatti di altre parole. Se l'editore non impara a conoscerle, la forbice tra chi distribuisce e produce e chi scrive, inventa, partorisce, diventa troppo ampia. Insomma, invece di disperarsi ogni volta che viene proferita la famosa frase «gli italiani non leggono», scrittori, lettori ed editori potrebbero condividere più felicemente il territorio della libertà, e come degli asceti nel Paese dei Satolli, potrebbero scambiarsi le loro ricette senza rabbia, senza noia, in allegria. Nel corso di ventiquattro anni, per un totale di quindici titoli, ho girato parecchie case editrici: ho conosciuto le grandi, le major - Rizzoli e Mondadori - e le piccole - Theoria, Savelli, Bompiani. A tutte rimprovero di non godere di un territorio di libertà. Di non assolvere alla loro funzione di cinghia di trasmissione. Penso infatti che non sia lo scrittore a dover inseguire il lettore, e che non sia il lettore a stanare lo scrittore. Il tramite tra scrittore e lettore dovrebbe essere l'editore che, mentre consente allo scrittore di essere schivo e segreto, di non fare il commesso viaggiatore per promuovere se stesso, dovrebbe cercare di acchiappare il lettore. L'editore tipo oggi in Italia in realtà non è un talent scout, cioè non scopre talenti, non è un venditore, non scopre scrittori, non stana lettori, non forma lettori nuovi e non è in grado, perché non vuole o non sa, di selezionare gli scrittori. L'editore si incarna in impiegati di vario livello, prudenti fino al parossismo, sempre molto fuori stanza, fuori sede o impegnati in altre conversazioni.

Andrea Camilleri: Sembra la Rai...

Ravera: Eh sì, c'è una somiglianza in effetti. L'editore è un astratto mercante sempre pronto a spendere qualche soldo per prodotti sicuri - cioè laddove è inutile - incapace di allargare il potere di penetrazione di ciò che è meno ovvio, più difficile o più avanti dei tempi. Tutto questo rimanda a una questione più grave: non esiste più una vera differenza tra gli editori, i piccoli e i grandi, perché per lo più rispondono tutti a due o tre grandi cartelli, monopoli, concentrazioni editoriali che li comprendono. Einaudi non è più Einaudi, è Mondadori... e questo vale per molti altri, anche piccoli editori. Insomma, alla fine si somigliano tutti, soprattutto in negativo: non hanno dietro un progetto culturale, un'utopia, un sogno e nemmeno dei gusti. Non c'è più l'editore che pubblica certi libri e non ne pubblica altri, non esistono neanche più gli editori di destra e di sinistra. Mi fa ridere chi mi dice: «Ah, ma tu che sei di sinistra pubblichi con Mondadori». Ma non vedo più la differenza, francamente. L'editore è un apparato, incolore, inodore, insapore, come l'acqua. L'editore desidera soltanto il best seller ma è troppo tonto per concepirlo. Perché per scrivere un best seller - io ne ho scritto uno da piccola, e Camilleri ne scrive uno al minuto - bisogna avere un'idea del mondo, uno sguardo che vede più lontano. E l'editore italiano non ce l'ha.

Fl: Pure si pubblicano molti libri - troppi c'è chi dice - si fanno molte proposte, tentativi. L'impressione che si ricava entrando in una libreria è di ricchezza, della molteplicità dei saperi.

Ravera: Certo, ma a me non sembra un buon segno, perché il risultato è che in Italia si pubblicano troppi libri che hanno solo la forza della banalità. Secondo me, responsabile della crescente disaffezione del lettore è anche la sovrapopolazione di brutti libri, la sovrapproduzione che popola le librerie. Pubblicare meno, oltre che a riconquistare lettori perduti, sarebbe uno sprone a fare meglio anche per chi scrive. Una volta un libraio mi disse una cosa che mi ha molto colpito: «Costa meno pubblicare che non pubblicare». Ed è vero. Spesso gli autori dei libri sono persone che a vario titolo sono nel mondo della cultura, dell'industria, dello spettacolo, della politica, del giornalismo: conviene gratificarli pubblicandoli, piuttosto che offederli con un rifiuto. Anche se non vendono una copia, non importa. Ci si è rimesso ben poco, e può sempre esserci un ritorno... Questo è micidiale per tutti noi, sia per gli scrittori che per i lettori. Se non si ricostituisce intorno all'editoria un nucleo pensante di persone colte, attente, capaci di farsi un'idea del mondo avremo solo e sempre il funzionariato inodore incolore insapore. Qui è in discussione anche la perdita assoluta di dignità di chi scrive. Ormai essere uno scrittore è un mestiere quasi degradato, un po' come fare il giornalista. E anche l'avvenire della lingua è in pericolo. Perché la caduta tendenziale della qualità della scrittura produce la caduta vertiginosa della qualità della comunicazione orale, già messa a dura prova dal linguaggio televisivo e da quello della brevità richiesto dalle nuove tecnologie. Tutto ciò peggiora fortemente la qualità della nostra vita... Ancora un episodio, prima di passare la parola ai miei illustri colleghi. Ho proposto un buon romanzo, scritto da una persona che conosco, alla Mondadori, tanto per non far nomi. Era ambientato in Kenya, si chiamava African Soap. È stato rifiutato perché era già stato pubblicato poco tempo prima un altro romanzo di ambientazione kenyota che non era andato bene. Allora, qual è il quadro di riferimento? Un mappamondo, Genteviaggi, Sereno variabile, il catalogo Valtur?

Camilleri: Condivido in pieno l'analisi di Lidia Ravera. Mi sembra che da un po' di tempo a questa parte le case editrici, soprattutto italiane, siano un vero paradosso industriale. Se io fossi uno che fabbrica bottoni per giacche, cercherei di venderne il più possibile, promuovendo nello stesso tempo l'uso della giacca anche in posti dove la giacca non si usa. Credo che l'unica industria in Italia che passivamente segua l'andazzo, senza fare una vera ricerca di mercato, senza allargare l'orizzonte dei lettori salvo poi piangere quando la loro percentuale - un po' come l'euro - si abbassa sempre più sfiorando minimi storici, sia quella editoriale. Bene, calano i lettori: dobbiamo dire peggio per loro o peggio per noi? Io dico, peggio per tutti. Il fatto è che si è perduto il segno caratteristico di una casa editrice. La mia giovinezza, e anche una parte della mia maturità è stata modellata dalle letture Einaudi. Einaudi ha rappresentato una fisionomia editoriale precisa, perfetta... è innegabile. Era di sinistra, ma se fosse stata di destra andava bene lo stesso, poteva essere la cattolica Morcelliana, che però non ha avuto la forza di contrapporsi alla Einaudi. Che cosa è successo all'Einaudi di oggi? Si è adeguata al mercato, è stata rilevata da una major... cosa del resto sempre più diffusa, e non solo in Italia, come si è visto all'ultima Buchmesse di Francoforte, dove oltre ai libri venivano vendute intere case editrici. E che cosa resta dell'Einaudi, oltre al nome e al marchio, una volta che è stata comprata da un grande magazzino? Perché l'idea è sempre più quella di un ipermercato, che ammazza i piccoli commercianti e le loro specialità. Così in editoria: la concentrazione produce una perdita di identità a cui sopravvivono solo le piccole case editrici, quelle che però stentano. Se compro un libro delle edizioni E/O so cosa compro, se compro un volume Marcos y Marcos so quel che ci trovo.

L'ipermercato poi non conquista nuovi lettori, non assolve neppure a questa funzione. E se perdiamo lettori offriamo sempre più il fianco a una colonizzazione della lingua. Una lingua che non si legge, che viene solo adoperata e non assorbita attraverso la lettura, usata come i muratori usano i materiali di riporto, è destinata non solo all'inevitabile colonizzazione tecnica da parte di computer, spazi web, e altri input vari, ma a una totale e contagiosa perdita di identità. Un tempo si poteva almeno avere la fortuna di incontrare a scuola un professore che oltre a farti amare Dante ti iniziasse a Montale. Oggi la scuola non abitua certo a leggere... Per non parlare della televisione, dove si adoperano tante parole ma non si parla italiano. Ecco in questo scenario, credo che da parte degli editori ci sia indifferenza, incapacità di scelta, l'indiscriminata tendenza a seguire un certo flusso. Tanto se pubblicare costa meno che non pubblicare! Noi tre siamo qui in qualità di scrittori perché abbiamo trovato qualcuno che ci ha dato fiducia. Altrimenti come scrittori non saremmo esistiti, benché per ognuno di noi la scrittura sia ragione di vita. Saremmo stati buoni professori o impiegati di municipio. Il fatto è che possiamo fare ben poco per migliorare la politica editoriale. Solo continuare a scrivere buoni libri nella speranza che siano letti. Poco fa esprimevo a Pontiggia il mio personale piacere nel vedere il successo che sta ottenendo il suo libro Nati due volte. A guardare le classifiche si è potuto notare che quando è uscito è andato al primo posto, e Camilleri è sceso al secondo. Nonostante quello che decretano tanti recensori, cioè che Camilleri si legge per il piacere di divertirsi senza pensare, appena arriva un libro di uno scrittore che non ti fa necessariamente divertire, che scrive come sa scrivere, se ne va al primo posto. Tutto questo per dire che i signori della cultura non sanno neanche capire che oggi nei pochi lettori che ci restano c'è un certo qualificato desiderio. E che loro, le loro scelte le sanno fare.

Giuseppe Pontiggia: Non sarei così drastico nell'escludere che gli editori abbiano dei loro progetti culturali che talvolta entrano in contraddizione con le loro stesse premesse. Vi sono eccezioni non trascurabili, casi di editori che lavorano in modo costruttivo, anche con difficoltà, perseguendo progetti editoriali ambiziosi. Viviamo però un periodo certamente confuso, inquinato da incompetenze, affanni economici, crisi dei lettori. Ma per approfondire una situazione assai complicata, occorre secondo me un'analisi della metamorfosi dell'editoria. Partirei proprio dall'editoria di cultura di trent'anni fa. E poiché ho avuto modo di conoscerla dall'interno come consulente quale allora ero, ricordo che era sorretta da tre cose: dalla politica, dall'ideologia e dalle coperture finanziarie delle banche. Cioè poteva rischiare perché era «coperta». Era anche sorretta dai mecenati, che finanziavano case editrici di valore per pura ambizione culturale, e da un pubblico medio borghese che leggeva. Per ogni narratore Mondadori che usciva, c'erano ottocento persone minimo pronte a comprare il libro, buono o cattivo che fosse, perché c'era una borghesia colta che comprava le novità letterarie di una certa qualità. Infatti le tirature allora potevano arrivare a 100, 150 mila copie. E non parlo solo di libri straordinari. La novità oggi è che l'editoria deve fare i conti con l'economia, e cioè con limiti economici molto precisi. Banche che non concedono fidi, mancanze di finanziamenti ai privati come ai partiti... E poi c'è la concorrenza di altri mezzi: giornali, settimanali, il cinema, la televisione, le radio private. Il pubblico mi sembra mobile, vivace, intelligente, ma allo stesso tempo più impreparato. Si è perso - soprattutto tra i giovani - l'ideale borghese di costruire una biblioteca aggiornata. Poi ci sono dei mutamenti anche nella struttura delle case editrici. Cosa hanno fatto gli editori per fronteggiare questa situazione nuova? Sono ricorsi ai finanzieri, agli esperti di mercato, non capendo che il libro è sì un prodotto, ma un prodotto molto speciale che vuole anche delle competenze speciali. Comunque è stato un passaggio inevitabile perché l'editoria, oggi più di ieri, non può non fare i conti con il mercato. Purtroppo però questi conti vengono fatti male, e questo conferma anche lo stato di disagio degli stessi editori, del pubblico, e anche della critica.

Fl: Anche gli editori si lamentano di come le pagine culturali dei giornali si occupano ormai di libri...

Pontiggia: Dal mio punto di vista, i giornali hanno dato una forte mano a questa metamorfosi, incoraggiando una visione brutalmente mercantilistica del libro. Non voglio criticare, ma se le recensioni si riducono a cinque righe la reattività da parte del lettore diventa debole. Anche le librerie hanno le loro responsabilità, perché espongono libri degli editori più importanti che praticano sconti forti emarginando l'editoria di cultura, il cui pubblico è ridotto ma molto mirato. I piccoli editori, di cui parlava Camilleri, vengono sempre più emarginati e quindi anche i librai, costretti a fare i conti con l'economia, danno una mano a questa ridotta circolazione del libro contribuendo a uniformare l'offerta. Trent'anni fa la qualità letteraria di un libro era un valore importante nelle decisioni editoriali. Oggi invece, mentre editori come Mondadori o Einaudi sono disposti a investire in perdita su libri dalla qualità letteraria molto forte, i libri la cui qualità letteraria è considerata media si pubblicano solo se ci sono altri fattori come la notizia e lo scandalo. In questo modo viene emarginata una qualità media, che una volta veniva tenuta in conto e che formava l'humus culturale dei lettori. Io non sono uno che rimpiange il passato, perché le cose andavano molto male anche allora, veniva pubblicato un mucchio di libri che non costituivano nessun arricchimento vero. Però capisco anche lo sgomento di scrittori che, pur scrivendo libri di una certa qualità, vengono sacrificati in favore di altri che sono magari triviali, volgari, banali, futili ma semplicemente vendono di più. Per quanto riguarda l'uso della lingua sono d'accordo con Camilleri e Ravera. Anch'io ritengo che poeti e narratori sono i custodi della lingua, però nella situazione attuale la loro funzione appare molte volte marginale, e anche qui c'è la responsabilità di una certa critica. Il criterio fondamentale diventa la consumabilità o l'apparente novità, e così accade che vengano apprezzati scrittori che sul piano della lingua sono abbastanza poveri, inconsistenti, oppure che hanno una effervescenza priva di durata.

Fl: Non sarà anche che gli editori hanno pensato che fosse stata già fatta l'unificazione linguistica italiana e hanno messo in secondo ordine il dialetto o i dialetti - Camilleri docet - che sono molto più appassionanti della lingua standardizzata della tv? Forse le diversità culturali che esistono nel Paese e che oggi ci fanno parlare di federalismo sono state troppo a lungo represse. Chissà che non sia possibile, paradossalmente, recuperare la lingua anche attraverso una specie di «narrativa federale»...

Ravera: In realtà l'unificazione linguistica purtroppo c'è stata, ed è la koiné televisiva: il «televisionese» si parla in tutta Italia nella sua più atroce sfumatura di «intelligentese». È difficilissimo ormai stanare il cretino, figura fondamentale nel teatro dell'immaginario collettivo, perché c'è questa specie spalmata di televisionese, finto profondo, finto pensato, finto riflessivo, finto tutto che non solo annulla le differenze ma copre le mancanze. Forse la nostra fondamentale responsabilità è formare un gusto, formare un mercato. Noi non siamo pagati per registrare il poco, noi siamo pagati per impedirlo, cioè per essere stimolanti, seccanti, per sbagliare anche ma per rischiare, per osare e per muovere, per provocare, per impedire che tutto si richiuda nella soddisfazione di sé che è il modello della lingua televisiva, che è un modello di pacificazione degli opposti, di omologazione generale, di finta pace sociale e linguistica.

Fl: E qui c'è un problema del tutto italiano, evocato da Pontiggia, che potremmo definire l'abdicazione della borghesia, una vecchia questione che non riguarda però solo l'editoria. Trent'anni fa gli argomenti di conversazione cambiavano a seconda degli ambienti. A cena in una casa della borghesia milanese o palermitana poteva capitare di parlare del Dottor Zivago, mentre a casa di amici in un rione popolare sentivi parlare di altre cose, probabilmente di Studio uno o di varietà. Oggi sia a cena con la borghesia lombarda sia nel rione popolare si parla di Striscia la notizia. Questo processo di omologazione non lo riscontriamo né a Parigi né a New York.

Ravera: Forse perché la nostra è una borghesia molto recente rispetto a quella francese, che ancora si riconosce in un'immagine collettiva. La nostra unica rivoluzione è stata quella piccolo borghese di Mussolini, e non mi risulta che si sia costituito un ceto con un'identità.

Fl: Certo, siamo un Paese senza rivoluzione, ma trent'anni fa non era così.

Ravera: Non era così perché c'erano le due chiese, cattolici e comunisti, cioè c'era un'identità che si andava ad amalgamare non tanto attorno a una classe sociale ma a un'idea politica, cioè a un'idea del mondo. Detta brutalmente, allora attorno all'Einaudi c'erano i comunisti, mentre attorno a qualcos'altro - che non erano però le Edizioni Paoline di oggi - c'erano i cattolici. La situazione che ci troviamo di fronte adesso è molto più complessa, cioè noi ci troviamo alla fine della contrapposizione dei due blocchi, delle due chiese, che nella loro rozzezza investivano di sé la possibilità di raccontarsi un progetto collettivo.

Fl: E allora, come mai se siamo stati dominati da mondi che avevano nei loro cromosomi la difesa del linguaggio, della civiltà, il leggere e il crescere in senso illuminista anche a vantaggio del popolo basso, oggi ci troviamo in un Paese totalmente disimpegnato? Quale cortocircuito può essere avvenuto in un Paese in cui un ceto che aveva nel Dna l'impegno, oggi si arrende disfatto davanti a un telecomando? È stato il mercato, con la M maiuscola, a inquinare le anime?

Ravera: Questo dell'impegno è il motivo per cui io ce l'ho con i miei colleghi scrittori... Nella mia piccola biblioteca che mi serve per i corsi di scrittura c'è un libretto edito da voi, da Liberal libri, Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica, un testo di Sklovskij degli anni Venti. Vi è tracciato un identikit dello scrittore che confrontato con quello che è uno scrittore oggi mette i brividi. Questo per dire che è anche colpa degli scrittori se al centro della conversazione c'è la Roma, la Lazio, il Grande Fratello e Striscia la notizia, perché anche agli scrittori sono venuti a mancare due capisaldi. Uno preso dalla cultura comunista e uno preso dalla cultura cattolica: la funzione di educare il gusto - non so, chiamatelo pure leninismo - e la parabola dei talenti. Chiunque abbia avuto in sorte il talento della scrittura ha un prezzo da pagare, moralmente innanzitutto. E questo prezzo è il terzo occhio, cioè l'impegno, la volontà di mettere la propria capacità di decifrazione dei chiaroscuri, dell'invisibile che corre sotto il disegno della quotidianità, mettendolo costantemente al servizio di quelli che il terzo occhio non ce l'hanno. La mancanza di questi due punti di riferimento è responsabile anche del numero sempre in diminuzione della gente che legge. Nella scrittura è per lo più venuto meno quello che Sklosky chiama il «timbro inconfondibile» che deriva dalla saldatura delle parole e dell'esperienza. Io non lo riesco più a sentire. Perché? Perché siamo tutti vittime della scolarizzazione di massa. A scrivere abbiamo imparato tutti, e questo è un danno gravissimo per la letteratura, era meglio quando sapevano scrivere in pochi tutto sommato, perché tutto avveniva nell'ambito di quei pochi. Adesso tutti hanno imparato a scrivere e nessuno arriva più a quella saldatura che dal corpo e dall'esperienza del corpo, della vita, passa attraverso la parola. Che cosa deve dire oggi questo scrittore spurio, giornalista, commesso, impiegato, mai perseguitato da nessuno? E qui torniamo alle case editrici e al fardello delle loro responsabilità.

Fl: Quali altre?

Ravera: Una delle più gravi: non hanno capito che i libri sono uno diverso dall'altro, hanno anima e identità diverse. Li puoi vendere solo se li ami. Invece gli editori mettono tutti i libri in fila sullo stesso banco, come se fosse la stessa cosa.

Fl: Ma è nato prima l'uovo o la gallina? La crisi dell'editoria da chi dipende, dal mercato o dalla mancanza di fantasia delle case editrici? Le grandi case editrici, in fondo, possedendo anche i giornali, hanno tutti gli strumenti per lanciare dei fenomeni anche con grandi contenuti di spiazzamento. Sembra invece che ci sia scarsa consapevolezza del fatto che il mercato lo puoi governare, lo puoi dominare, puoi usarlo per lanciare i libri che vuoi...

Pontiggia: Io sono convinto che è stato il mercato a cambiare le condizioni, anche se è al tempo stesso oggetto di fraintendimento continuo e costante da parte di editori. Sono convinto che l'editore, come in genere il gestore di televisioni o gli intellettuali, pensano sempre al mercato in senso riduttivo, in senso squalificante: il mercato non capisce, va accudito, va amministrato, va assecondato nei suoi aspetti peggiori... Avviene in tutti i campi, anche nel cinema, basta pensare ai titoli con cui vengono doppiati capolavori del cinema russo o inglese, dei titoli triviali, volgari, quando il titolo originale era magari interessantissimo, bellissimo. Quando parlo di cambiamento del mercato, voglio sottolineare che gli editori, ma anche molti recensori, hanno assecondato questo involgarimento obbedendo all'idea che la quantità fa la qualità, oppure che il giovanilismo sia un segno di autentica novità. Parlo del mercato ma non sono affatto convinto che il mercato sia quello che pensano gli editori, faccio un esempio extraletterario: nel calcio c'è stata una rivoluzione dominata dal mercato, mercato televisivo, mercato internazionale. Prima le squadre erano composte da giocatori italiani, con qualche straniero, adesso siamo arrivati a squadre che sono composte quasi esclusivamente di stranieri con una rotazione enorme dei giocatori. Questo è il mercato, però si può sbagliare radicalmente interpretandolo alla lettera. Basti pensare all'Inter, che nonostante abbia cambiato otto allenatori e 80 giocatori e speso 800 miliardi è una squadra scadente.

Fl: È il commento di un tifoso o una considerazione obiettiva?

Pontiggia: La considerazione di un tifoso interista obiettivo. Il presidente Moratti, convinto di aver assecondato le idee del mercato, ha prodotto un disastro. Sono invece convinto che il mercato andrebbe orientato, perché credo, con Ravera e Camilleri, che il mercato riconosce l'autenticità.

Fl: Nell'editoria però il problema non è l'eccessivo uso ma piuttosto la rinuncia al mercato.

Pontiggia: Certo gli editori partono sempre da un'idea fuorviante e riduttiva del mercato, abdicando così a una funzione essenziale che è quella di creare mercati nuovi. Oggi ad esempio la funzione promozionale è molto ridotta. L'errore più frequente da parte degli editori è partire dal presupposto che il mercato sia di qualità mediocre e quindi assecondare gli istinti peggiori, per poi fare un'eccezione per i libri che considerano di qualità. Alcuni effettivamente lo sono, altri invece vengono giudicati con un criterio molto astratto di letterarietà. Una volta il mercato tollerava che venissero pubblicati libri dignitosi, di un intimismo molto accomodante, rassicurante, non erano libri importanti, però li pubblicavano, erano di una dignitosa noia. Oggi vengono pubblicati, pensando che sia questa la funzione dell'editoria, libri che non sono importanti letterariamente. Cioè si pubblicano libri di qualità e si pubblicano libri scadenti che vendono molto, scritti magari da personaggi famosi della politica e dello spettacolo. E poi si pubblicano libri di una qualità letteraria molto più marginale. Cioè si fa eccezione, si va contro il mercato perché questi sono libri che vendono poco, è un obolo alla letteratura, però debitamente fraintesa...

Ravera: Ma è per mancanza di competenza da parte di chi dovrebbe giudicare?

Pontiggia: Sì, un po' è per mancanza di competenza.

Ravera: È un peccato che i funzionari editoriali non siano dei letterati, dovrebbero esserlo.

Pontiggia: Non sono d'accordo. I letterati sono legati a loro volta ai gruppi, alle tendenze. In poesia per esempio, questa tendenza è clamorosa. I poeti pubblicano i poeti che si muovono nella loro stessa direzione, nella loro poetica. Quindi i letterati non sono le persone più adatte. Il vero editore è un ottimo lettore, appassionato di idee e di letture. E se è vero, tornando al mercato, che le regole del gioco sono cambiate, è anche vero che molti non sanno giocare, così come l'Inter non sa impostare una squadra. In altre parole, gli editori dovrebbero osare di più e avere passione per i libri che pubblicano.

Fl: C'è stato però nel passato recente qualcuno che ha tentato lo sforzo di comprendere meglio il mercato, magari osando...

Pontiggia: Io sono stato consulente fino a pochi anni fa di Adelphi, e posso testimoniare che le scelte che venivano fatte erano per libri che piacevano fino in fondo. Molte volte venivano scartati libri di cui si riconosceva il valore letterario, solo perché l'editore non si innamorava del libro. È un modello che va bene per una casa editrice di certe proporzioni, non va bene per tutte le case editrici, Mondadori non potrebbe fare così. Per Adelphi ha funzionato: il lettore si fidava, perché sapeva che alla fine l'editore credeva nei libri che pubblicava. Adelphi ha creato un mercato...

Fl: Ma non si potrebbe organizzare il grande magazzino dell'editoria per banconi selezionati, ognuno dei quali proponga una sua specialità?

Camilleri: È appunto questo il problema. Se la Ferrari è della Fiat, non per questo una Ferrari viene trasformata in una Punto. Invece è questa la tendenza dell'industria editoriale, ed è un errore gravissimo.

Ravera: C'è troppo spazio per i brutti libri, non è una questione di differenziazione di mercato, perché ci può essere anche il libro leggero, fatto bene, secondo onesti canoni di artigianato, come il libro più riflessivo, più alto. Si può differenziare solo se in ciascun bancone del supermercato domina la qualità.

Camilleri: A me hanno dato pressapoco della «puttana», quando ho pubblicato da Mondadori anziché da Sellerio. Quello che mi sconcerta è l'intercambiabilità dei direttori editoriali, che passano con estrema facilità da una casa editrice all'altra. Anche questo contribuisce alla perdita di identità di un editore. Una volta si parlava del «fiuto dell'editore». A me è capitato di incontrare un editore, Livio Garzanti, che si è innamorato del mio secondo libro e l'ha pubblicato, contro il parere di Piero Gelli, suo direttore editoriale, a cui non piaceva, credo, per via di come era scritto. L'ha pubblicato: «Vabbe' vuol dire che litigo con Gelli», fine del discorso. Quanto all'impegno, forse ho dato troppo in gioventù. Una volta l'impegno politico significava partito, Pci, eccetera. A me è rimasto da allora un impegno morale che non è partitico, e credo che ce l'abbiano tutti quelli che scrivono in un certo modo. Poi possiamo avere pareri diversi su ciò che è stato scritto. Quanto alla mancanza di punto di riferimento, sia da parte marxista che cattolica, io credo piuttosto che sia mancata da noi una forte società letteraria, con personaggi di una statura riconoscibile anche all'esterno. Vittorini è stato senza dubbio un faro di riferimento, ma da noi sono esistiti soprattutto dei clan, come quelli che prima citava Pontiggia a proposito della poesia, che si riunivano intorno a scrittori indubitabilmente dotati di un certo carisma, ma erano dei clan

Fl: Per un certo tempo Moravia è stato un punto di riferimento...

Camilleri: Sì, ma non aveva mica la statura, il peso di un Claudel... Anche noi abbiamo avuto dei gruppi cattolici, soprattutto fiorentini, molto significativi: da Giovanni Papini a Nicola Lisi a Carlo Betocchi, ma restavano chiusi nel Frontespizio, come noi siamo dentro questa stanza.

Pontiggia: Oggi un Vittorini non avrebbe spazio nelle case editrici perché dovrebbe fare i conti con il direttore commerciale, il direttore delle vendite e non avrebbe più spazio di manovra. Vittorini, quando ancora non era così conosciuto, nel '53, è stato quello che ha letto il mio primo libro e mi ha dato un incoraggiamento formidabile. «Io glielo pubblicherei - mi disse - ma deve mettere insieme altre cose per fare un libro». Non pensava minimamente a quello che poteva dire il direttore delle vendite, lui decideva e basta. Aveva cioè una libertà di movimento straordinaria. Magari creava anche il mercato, ma senza preoccuparsene. Mondadori, grazie anche alle vendite di Disney, poteva permettersi di pubblicare libri anche se vendevano poco o quasi niente. Adesso invece il «reparto libri» tende sempre di più a sopravvivere con le sue sole risorse, con molti problemi in più, quindi. Comunque certe figure di intellettuali che una volta facevano i conti solo con i consulenti o con gli editori, oggi non potrebbero più esistere. Si intende, esistono ancora oggi le figure capaci di farlo, ma non troverebbero più lo spazio, perché dovrebbero fare i conti con troppi condizionamenti.

Camilleri: A cominciare dal costo della carta. Ad esempio, della Mossa del Cavallo la Superbur ha stampato in prima edizione 39.123 copie. Mi sono incuriosito e ho chiesto il significato di quella cifra, del perché fosse proprio quella, con quel 123 finale. Sono rimasto sbalordito quando mi hanno detto che proprio a quel numero di copie corrispondeva esattamente la quantità di carta destinata alla pubblicazione del libro.

Fl: Quello che stupisce del panorama editoriale italiano sono anche i vuoti. La cultura liberale ad esempio, di cui si fa un gran parlare, non è stata granché pubblicata. C'è qualche piccolo editore che lo fa, come Rubettino che ha pubblicato molto Hayek per venderne poi qualche migliaia di copie, non poche centinaia. Sembra invece che l'editoria di pensiero la grande editoria non la voglia nemmeno prendere in considerazione. Forse perché, diversamente dalla narrativa, non viene considerata d'evasione. Ma se si parte dal principio che quel che è evasione è meglio di quel che non lo è, piano piano anche la narrativa subirà un inquinamento, perché tra i narratori verranno sempre preferiti quelli che hanno una scrittura più semplice, più standardizzata...

Ravera: Questo è completamente folle perché all'evasione ci pensano già la televisione, il cinema, i video giochi, la domanda è saturata. Quindi proprio adesso, molto più che in passato, andrebbe chiesto altro alla letteratura...

Pontiggia: In questa confusione viene privilegiata una letterarietà finta o immaginaria, oppure un certo linguaggio...

Ravera: La finta letteratura che si potrebbe catalogare sotto la voce «Far sentire intelligenti gli scemi»...

Fl: Libri che si basano sul furto del tempo di lettura, ovvero: ci vuole più tempo a leggerli di quanto ci vuole a scriverli.

Pontiggia: Conclusione, la cultura viene guardata sempre più con sospetto. L'odio per la cultura è un tratto ricorrente e dominante.

Fl: Ma, tornando all'impegno, perché in un Paese come l'Italia, con i cromosomi di un sovrappiù di impegno, le stesse forze che hanno gestito la cultura e l'editoria, e cioè sinistra e mondo cattolico, sono rimaste vittime di questa situazione che avete descritto? Cosa è successo, e quali sono le responsabilità degli scrittori?

Ravera: È successo che siccome quel mondo lì è finito e gli scrittori sono stati i primi a capirlo - Kundera l'ha capito prima di qualunque politico - semplicemente si è fatto un esame di coscienza. Quelli che prima collocavano il loro impegno sotto il famoso «ombrello togliattiano» si sono messi a raccontare barzellette, perché rende di più; gli altri, che hanno capito che il loro impegno era la decifrazione del racconto, l'evocazione, stimolare gli altri al disagio di vivere, hanno continuato ad andare avanti nella strada che avevano già imboccato.

Fl: A sinistra è prevalsa l'indifferenza etica.

Ravera: Infatti gli scrittori sono démodé.

Pontiggia: Certi autori non si pubblicano, nonostante la loro importanza, perché erroneamente viene attribuita loro una funzione marginale al mercato. È per questo che non si pubblicano opere fondamentali di moltissimi saggisti storici stranieri; avrei liste di autori che non vengono tradotti in nome di un mercato immaginario. Ma allora viene il sospetto che buona parte dell'impegno era più «ombrello» che impegno. Chi ha vissuto davvero l'impegno in certi anni, continua a lavorare nel senso più importante. Molti che si acquattavano sotto l'«impegno», adesso appunto sono disimpegnati culturalmente...

Ravera: Perché sono degli ex assistiti e non godendo più del loro assegno di assistenza pubblica, devono arrangiarsi da soli... Ma mi ha colpito la considerazione che mentre si parla di pensiero liberale, nessuno ne pubblica la grande tradizione. Secondo me i libri non vengono più considerati utili. Se si considerassero invece una specie di protesi esistenziale...

Pontiggia: La categoria dell'utile, la sua importanza è la cosa che andrebbe più rivalutata. Macchiavelli scrive Il Principe volendo fare «cosa utile». Oggi raramente gli scrittori o gli editori si propongono l'obiettivo di fare qualcosa di utile a chi la legge. L'utile di Macchiavelli è qualcosa che dà frutti, che allarga l'orizzonte, che è importante. Ora invece l'utile viene attribuito al mercato ed è un utile immaginario. La categoria dell'utile è fondamentale anche in campo etico. La letteratura è di un'estrema utilità per capire il mondo. Una formidabile studiosa americana, Martha Nussbaum, sostiene che se vogliamo capire la società, il diritto, dobbiamo leggere i narratori, non i codici. Dice che la letteratura è utilissima a capire le emozioni, gli affetti, la vita, i diritti. Ma di fronte al rischio di perdere, editori e scrittori non si pongono più la sfida dell'utilità.

Fl: Oggi l'aggettivo più in voga è «attuale». Sono i titoli di giornali che fanno l'agenda della politica, perché se un politico legge un articolo su un giornale, cambia la legge, altrimenti no. Per esempio, c'è stato qualcuno che aveva previsto il successo di Camilleri nel mondo editoriale?

Camilleri: No, nessuno, ed è una cosa che non riesco a spiegarmi in alcun modo.

Ravera: Il successo è un fattore assolutamente imprevedibile. Nessuno aveva previsto il successo di Il nome della Rosa: un libro barocchissimo, mezzo scritto in latino, non certo divertente come un Camilleri, chi poteva pensare che andasse come i panini?

Pontiggia: Sono stati i librai a volere una tiratura alta perché apprezzavano Eco per altre cose, ma l'editore non ci credeva.

Ravera: Da allora anche i librai sono peggiorati.

Fl: A volte ci sono dei fenomeni di successo un po' indotti dallo spirito del tempo. Quasi insieme a Il nome della rosa di Eco uscì Le nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso, che fra l'altro perse per un voto il Premio Strega che vinse invece La grande sera di Pontiggia. Un libro bello, ma non facilissimo. Forse fu anche l'effetto Strega, fatto sta che entrò nelle classifiche dei libri più venduti, e vi rimase a lungo. C'è da chiedersi quanta gente lo leggesse veramente.

Ravera: Escludendo quelli che non considerano il libro un valore, che preferiscono le barche o la moglie giovane, per molti Adelphi è diventata uno status symbol. Una mia amica arredatrice mette nelle case dei ricchi, che non hanno mai preso in mano un libro, i libri Adelphi a metro. Perché Adelphi fa cultura, indipendentemente da ciò che pubblica. È come quando vent'anni fa si sventolava la Repubblica perché passava per essere il giornale della borghesia intelligente.

Pontiggia: Quando un libro supera una certa tiratura non dipende più dall'editore o dalla pubblicità, dipende dai lettori. Oltre le 20, 30 mila copie, l'efficacia della pressione promozionale dell'editore si esaurisce...

Camilleri: Basti pensare al mio caso. Dall'inizio all'estate del '97, in totale dei miei libri Sellerio erano state vendute 30 mila copie: una media di 7 mila copie a libro. Dall'agosto al dicembre del '97 passo a 170 mila copie; nell'anno successivo, '98, passo a 850 mila copie. Non è inspiegabile?

Pontiggia: Non è certo spiegabile con l'editore.

Ravera: È l'effetto tam tam.

Camilleri: Secondo me, per quella che io chiamo la mia «botta di fortuna» concorrono due aspetti. L'omologazione del linguaggio televisivo: siccome non so scrivere diversamente da come scrivo, il mio linguaggio viene valutato come «diverso». E poi il costo: i libri Sellerio costavano 15 mila lire ed erano belli anche a regalarsi. Un Oscar Mondadori, invece, non lo regali volentieri.

Ravera: Io credo che libri di rottura stilistica come quelli di Camilleri, con un impianto classico di narrazione, se li scopri li compri volentieri. E se uno se li compra, se li legge perché gli piacciono. Punto. Dai, chiudiamo in bellezza: i libri non sono una punizione, sono una gioia.

Gloria Piccioni

 
 

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