vai

 

 

 Archivio libri

archivio_libri
vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

foto9

foto9

Read More

foto10

foto10

Read More

foto11

foto11

Read More

foto12

foto12

Read More

foto13

foto13

Read More

foto14

foto14

Read More

foto15

foto15

Read More

foto16

foto16

Read More

foto17

foto17

Read More

foto18

foto18

Read More

foto19

foto19

Read More

foto20

foto20

Read More

foto21

foto21

Read More

foto22

foto22

Read More

Due errori da non commettere

LIBERAL BIMESTRALE
di Francesco D’Onofrio
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

Torna al sommario
cop26_th

 

Nel corso degli ultimi due mesi si è di molto accentuato il dibattito culturale e politico sull’eventualità della costituzione in Italia di un soggetto politico nuovo che faccia capo formalmente al Partito popolare europeo. Ritengo essenziale spendere qualche parola proprio sul Ppe perché temo che talvolta si parli di una «fantomatica» sezione italiana del Ppe, quasi che il Ppe fosse a sua volta un vero e proprio partito autonomo di primo grado. Credo pertanto non sia inutile ricordare proprio in questi giorni d’intenso dibattito sull’argomento, che il Partito Popolare, nel contesto europeo nel quale opera, è ancora una semplice aggregazione di partiti nazionali, tanto che, come credo tutti sappiamo, non esiste iscrizione diretta o anche mediata al Ppe, ma soltanto iscrizioni ai partiti nazionali che fanno parte del Ppe. Questa è a mio parere la ragione fondamentale per la quale è del tutto improprio parlare di «Sezione italiana» del Ppe. Occorre inoltre aver bene presente l’evoluzione del Ppe da antico partito democratico cristiano, a prevalenza tedesca, italiana e francese, a Partito, quale oggi è, contestualmente democristiano e di centro, grazie soprattutto all’ingresso nel Ppe del Partido Popular di Aznar, alla quasi contestuale scomparsa della Democrazia Cristiana italiana, che ha non poco costituito il motivo di fondo dell’ingresso di Forza Italia di Berlusconi nel Ppe medesimo. Questa la commistione di elementi democratico-cristiani originari - che tendevano a lasciare ai partiti nazionali libertà di scelta di alleanza politica - ed elementi più genericamente centristi - che tendono a vedere l’evoluzione del Ppe sostanzialmente quale alternativa di centro moderato alla sinistra social-democratica, prevalentemente rappresentato dal Pse. Ritengo pertanto che ogni serio discorso sulla costituzione di un Ppe in Italia debba affrontare il nodo della natura del Ppe europeo attuale per evitare che vi sia la tentazione di vedere nel Ppe italiano la rinascita della Dc o l’affermazione di un soggetto indistinto nei valori costitutivi di fondo. Contestualmente ai mutamenti profondi che stanno sempre più portando il Ppe - che si è caratterizzato per molti anni quale soggetto di centro alternativo alla sinistra - a costruire insieme agli alleati anche di destra, ma non nazisti o fascisti, per contrastare un’analoga evoluzione della sinistra social-democratica europea, che ha costruito e sta costruendo un sistema di alleanze che caratterizzano sempre più il contesto europeo quale contesto nel quale il fondamentale bipolarismo dei decenni precedenti sta cedendo il passo a un bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, ancor più accentuato dal recentissimo Trattato costituzionale europeo.
In Italia, a partire almeno dal 1994 si è infatti venuto costruendo un sistema certamente elettorale ma non ancora compiutamente politico di bipolarismo, dapprima tra Polo e progressisti e ora tra Casa delle libertà e Ulivo. La costituzione di un Ppe in Italia ha quindi bisogno di un lavoro culturale e politico di scavo sia sulla realtà europea vista nella fase vissuta dalla guerra fredda a oggi, nella fase dell’ampliamento a 25 successivo proprio alla fine della guerra fredda, sia sulla realtà italiana nella quale i bipolarismi nati dal 1994 devono potersi confrontare con il bipolarismo del tempo della guerra fredda che in Italia è stato particolarmente significativo. Si tratta di una duplice operazione culturale e politica seria e incisiva se si vuole dar vita a un Ppe in Italia che non sia né un’operazione tutta elettorale senza radici autentiche popolari, né un’operazione puramente intellettualistica, costruita a prescindere dei dati della realtà europea e italiana. È per questa ragione che quanti sono seriamente interessati al successo politico di un’operazione così straordinaria quale sarebbe quella della nascita in Italia di un’aggregazione politica nuova capace di far capo al Ppe nella sua configurazione attuale, hanno il dovere di iniziare il percorso dell’aggregazione non in termini emotivi, ma in termini rigorosamente culturali e politici. È quanto si è cercato di fare in un primo Convegno svoltosi ad Agrigento il 9 luglio scorso dal titolo significativo: «Forza Italia, Alleanza Nazionale e Unione Democristiana e di Centro tra Casa delle libertà e Partito popolare europeo». L’ambizione di quel Convegno - significativamente promosso dai segretari provinciali politici di FI Enzo Marinello, di An Giuseppe Infurna e dell’Udc Marco Zambuto, al quale ho concorso insieme ai colleghi onorevoli Angelino Alfano di FI e Pippo Scalia di An - è stata proprio quella di avviare un dialogo nel quale fossero tenuti saldamente in piedi i corni del dilemma: il Ppe italiano nasce dall’esperienza concreta della Casa delle libertà, nel qual caso deve partire ponendo ad Alleanza nazionale la questione del se e del quando della sua adesione al Ppe; o prescinde da questa esperienza, dando quasi per scontato che An non possa seguire l’esempio di Aznar contestualmente a FI e Udc; o è addirittura contraddittoria con questa esperienza, invocando quasi una naturale identificazione neo-democristiana del Ppe italiano, quasi che il Ppe fosse ancora quello al quale avevano dato vita originariamente i partiti democristiani tedesco, francese e italiano. È per questo che occorre distinguere tra quelli che a me sembrano essere i tre diversi Ppe italiani: una sorta di grande centro neo-democristiano, che nasca dallo scardinamento del bipolarismo nato nel 1994; una sorta di centro laico-cattolico che rimetta ad Alleanza Nazionale la decisione sul se e sul quando della sua adesione al Ppe; una sorta di faticoso ma promettente approdo al centro di tutta la parte politica della Casa delle libertà che è già nel Ppe o che dica se e quando intende aderirvi (ed è l’ipotesi che preferisco). Se si vuol passare da una iniziativa puramente culturale a un’iniziativa politica occorre dunque sciogliere questo nodo preliminare perché non credo che possa essere sufficiente né dire che non si vuole far rinascere la Dc né aspettare che Alleanza Nazionale decida domani se vuole o meno fare parte del Ppe.
La connessione tra fase dell’approfondimento culturale e fase della decisione politica è essenziale per il successo dell’intera operazione, perché mi sembra di tutta evidenza che la transizione politica italiana iniziata nel 1994 non possa vivere ancora a lungo tra quanti ritengono che in questa transizione FI di Berlusconi è un esperimento transeunte ed estraneo, e quanti ritengono che occorre attendere ancora poco per vedere andare in frantumi il bipolarismo nato in Italia nel 1994. Al contrario quanti ritengono che l’evoluzione europea del Ppe non è lontana dal nuovo bipolarismo italiano, possono ben operare nel senso della contestualità delle due evoluzioni, sì che la nascita in Italia di un nuovo soggetto politico capace di far parte del Ppe avverrebbe proprio nel contesto dell’evoluzione stessa del Ppe che sta faticosamente assumendo le caratteristiche di partito-perno del nuovo bipolarismo europeo: il centro si allea prevalentemente con la destra democratica; la sinistra si allea con i partiti che nei rispettivi Paesi sono alternativi al centrodestra. In un certo senso è come se l’intero contesto politico europeo segnato dalla guerra fredda stesse passando ora a un sistema nuovo di alleanze nel quale l’identità del Centro popolare resta fondamentale per costruire l’alternativa alla Sinistra socialista, senza rifiutare alleanze con gruppi e partiti che in campo europeo o nei rispettivi Paesi costituiscono espressioni della destra democratica. Un processo dunque faticoso e necessario allo stesso tempo: faticoso perché deve riuscire a fare i conti con periodi essenziali della storia europea e di quella nazionale; necessario perché la transizione politica italiana nata con la fine della guerra fredda, con la scomparsa della Democrazia Cristiana e del consociativismo politico per molti aspetti condizionato proprio dalla guerra fredda, non potrà ritenersi terminata solo con riforme costituzionali che tendano a stabilizzare il momento elettorale della scelta rispetto al momento parlamentare della formazione dei governi. È per questo che la costituzione del Ppe in Italia deve nascere dalla contestualità della consapevolezza dei mutamenti in corso nello scenario politico europeo e dalla costruzione del bipolarismo italiano successivo al 1994. Un comune giudizio sulle ragioni che hanno portato il Ppe a passare da un modello quasi integralmente democristiano all’attuale fase di commistione sapiente di identità di centro e di ispirazione cristiana, così come un giudizio comune sul passaggio dal bipolarismo italiano condizionato dalla guerra fredda al bipolarismo nato nel 1994 è dunque indispensabile se si vuol lavorare a un progetto che abbia successo, se per successo si intende la nascita di un soggetto politico italiano nuovo, capace di inserirsi da protagonista nella fase attuale di mutazione del Partito popolare europeo.