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Caro Vattimo, ti raccontiamo una storia

LIBERAL BIMESTRALE
di Massimo De Angelis
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Caro Vattimo, mi rivolgo a te per raccontarti (mentre lo faccio per i lettori di Fl) la vicenda occorsa di recente a Ernst Nolte. Lo faccio perché mi risulta che tu sia intervenuto al Parlamento di Strasburgo, con un documento sottoposto alla firma di illustri studiosi, italiani ed europei, a difesa della libertà di insegnamento in esplicita polemica con la recente inziativa del presidente della Regione Lazio Storace sui libri di testo. Non esito a dire che non ho condiviso le proposte di Storace, ma che allo stesso tempo penso che tali posizioni rimandino a un problema tanto profondo quanto in certo senso ovvio: la necessità di riscrivere interi capitoli della storia del Novecento dopo la fine della guerra fredda, delle ideologie e delle conseguenti omissioni, manipolazioni, distorsioni che l'hanno acompagnata e alimentata; e a seguito delle rivelazioni che su quel periodo inevitabilente emergono ed emergeranno. Cito solo il recente libro di Suvorov (ex maggiore dei servizi segreti sovietici) - Stalin, Hitler, la rivoluzione bolscevica mondiale, edito da Spirali - secondo cui Stalin stava preparando una guerra d'attacco alla Germania. Ovvio, ad esempio che, se una tesi del genere venisse comprovata, un caposaldo della storiografia di questo secolo (quello dell'Urss aggredita) comincerebbe a vacillare. La questione che pongo innanzitutto a te, caro Vattimo, è se su queste cose si possa liberamente ricercare, discutere e insegnare. Visto che molti, in proposito, come vedrai, pensano che no, che meno si smuovono le vecchie certezze e meglio è. È a questo proposito che risulta emblematica la vicenda occorsa a Ernst Nolte.
Che cosa è avvenuto, infatti? Alcuni mesi fa la Fondazione Germania di Monaco ha stabilito di assegnare l'annuale premio Konrad Adenauer per la scienza a Nolte. La Fondazione è una organizzazione privata, talora identificata come il braccio destro della Csu, il partito al governo in Baviera. Il premio (10 mila marchi) non è certo uno dei più ricchi in Germania, eppure gode di un notevole prestigio, anche perché la Fondazione che ne è titolare viene spesso scambiata (forse per il nome del premio, forse perché a consegnarlo è il nipote dell'ex cancelliere) con la Konrad Adenauer, una delle maggiori fondazioni tedesche, organicamente legata alla Cdu. In passato la Fondazione ha assegnato dei premi honoris causa anche a Kohl e a Schauble, mentre quelli scientifici sono sempre andati a studiosi assai in vista. Per tutto ciò l'attribuzione del premio non è mai passata inosservata. Quest'anno, però, la portata dell'evento è risultata molto amplificata, se ne è parlato su quasi tutta la stampa tedesca, a causa del suo destinatario, e perché si è saputo che il discorso di laudatio sarebbe stato tenuto da Horst Moeller, direttore dell'Istituto di storia contemporanea a Monaco. Presto si è scatenata la bagarre. Il professor Winkler, che insegna alla Humboldt Universitaet di Berlino, ha pubblicato, presso diversi giornali, una sua lettera aperta, con la quale invitava Moeller a rinunciare alla programmata laudatio, e questo - tale la tesi - per le simpatie di Nolte per l'estrema destra dimostrate, tra l'altro, dal fatto che egli salutò il governo Berlusconi del 1994 come quello destinato a chiudere la transizione del sistema politico italiano e soprattutto per aver Nolte, con la sua opera, tentato una «relativizzazione» dell'Olocausto. Moeller non ha tuttavia rinunciato al suo discorso, e allora, dopo la consegna del premio, con un ampio articolo sul Die Zeit, forse il più prestigioso settimanale politico-culturale tedesco, Winkler ha chiesto a Moeller di dimettersi da direttore dell'Istituto di storia contemporanea. A questo punto l'intero mondo della carta stampata si è messo in movimento. Dallo Spiegel alla Sueddeutsche Zeitung, si sono moltiplicati gli appoggi alla richiesta di dimissioni e gli attacchi agli studi di Nolte. Non sono mancate voci diverse, ma nel complesso la pressione è stata così forte che, a un certo punto, sembrava che sia Moeller che Nolte dovessero esserne travolti. Si è trattato, obiettivamente, di un fatto inusitato. Mai in passato, infatti, uno storico era stato invitato, col sostegno di una clamorosa campagna di opinione, a dimettersi dal suo ufficio per aver tenuto la laudatio di un collega alla consegna di un premio scientifico. Tanto più che Nolte è ben conosciuto all'estero, dove molti suoi libri sono stati tradotti. Egli, tra l'altro, ha pubblicato qualche anno fa, su liberal mensile, un importante carteggio con François Furet, il grande storico francese oggi scomparso. Del resto, leggendo i testi della polemica sul premio Adenauer, si evince che né Furet, né Renzo De Felice sono realmente conosciuti in Germania.
Tale circostanza (per il protezionismo culturale che sottintende) e la vicenda in generale, sono inquietanti per più di un motivo. Innanzitutto perché mettono in luce il fatto che i rappresentanti della vulgata storiografica tedesca tendono a sconfinare dalla critica alla pressione censoria. L'Historikerstreit fu infatti una controversia teorica, in questo caso si è pensato invece di usare argomenti più spicci. Che ricordano, per certi versi, quelli adoperati a suo tempo contro Renzo De Felice. Ma, appunto, si trattava di altri tempi. Il rischio è insomma che la Germania si isoli culturalmente dalla spinta verso una storiografia più libera che comincia a prender piede nel resto d'Europa. L'opera di Nolte non giustifica peraltro simili metodi (se mai essi sono giustificabili). Essa è seria e ricca di spunti. I suoi capisaldi sono, detto molto sommariamente, la teoria genetica dei totalitarismi con la tesi conseguente del nazismo come contraccolpo al bolscevismo (tesi non del tutto dissimile, peraltro, da quella della storiografia comunista di un tempo che parlava del fascismo e nazismo come regimi «reazionari» di massa, tranne che poi quella storiografia aveva una visione unilaterale e unilineare del processo storico e del suo «andamento progressivo»). Un secondo perno del pensiero noltiano sembra essere l'interpretazione dell'aggressività distruttiva della Germania nazista come aggressività ideologicamente (e geopoliticamente) difensiva rispetto alla minaccia sovietica (argomento che per l'appunto il libro da cui siamo partiti potrebbe rafforzare). Si tratta di tesi che certo si possono discutere (che si devono anzi poter discutere come si diceva all'inizio), ma che comunque non contengono nulla di assolutorio o attenuativo rispetto all'orrore del nazionalsocialismo. L'intenzione sottesa agli studi di Nolte sembra semmai quella di contestualizzare quella vicenda e, per questa via di rendere più risolto il rapporto dei tedeschi con la loro identità nazionale. Anche sull'Olocausto, Nolte non è certo un negazionista, semmai egli contesta la tesi dell'unicità di quella tragedia. Anche qui si può discutere. Ma deve esser chiaro qual è il nucleo essenziale della ricerca di Nolte. Più che porre l'esigenza di una «diversa contabilità» dei massacri degli opposti totalitarismi, essa pone una questione cruciale: la memoria per gli orrori nazionalsocialisti (che non è certo in discussione) può divenire universale se meglio illumina anche altri orrori (a cominciare dai Gulag) o se li nasconde, o «riduce» (come purtroppo è a lungo avvenuto)? Questa è la domanda, caro Vattimo, che voglio porre anche a te. E se ti pronunci per la prima ipotesi ti chiedo ancora: non credi, però, che una certa diffusa storiografia in passato, in nome dell'alleanza antifascista e in ossequio alle disparate ideologie che la sostenevano, abbia invece usato l'orrore nazista per nasconderne altri? E non credi allora che un revisionismo che rimuova questo errore, sino a modificare i libri di testo, debba essere il benvenuto e che ai suoi esponenti non debba tributarsi l'ostracismo ma quantomeno una piena libertà di espressione, senza, dunque, le pressioni così poco argomentate, riservate ai professori Nolte e Moeller? È per sollevare tale questione che siamo tornati sulla vicenda di Nolte. E perciò, qui di seguito, pubblichiamo la traduzione del discorso che egli ha tenuto dopo aver ricevuto il premio. Perché cessi ogni scomunica e il dibattito sul nostro passato divenga sempre più libero. E perché si sia tutti consapevoli che tale libertà non è del tutto indiscussa. In Germania e non solo là.

Massimo De Angelis
 

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